L’innata ricerca dell’elevazione: il progressive rock è ancora vivo

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Definizione di “progressivo”, dal Vocabolario Treccani:

progressivo: agg. [der. del lat. progressus, part. pass. di progrĕdi «andare avanti»]. – 1. Che progredisce o tende a progredire.

In musica questo termine viene associato a un genere, il progressive rock, che è stato definito in vari modi: complesso, pomposo, ridondante. Addirittura, in un recente ingeneroso articolo di James Parker apparso su The Atlantic, viene nominato come il genere di musica più “bianco” e incontrovertibilmente europeo di sempre.

Bisogna dire che, a parte le riviste di settore e i libri tematici, il rock progressive viene generalmente bistrattato, a volte totalmente ignorato, tanto dalla critica che dagli appassionati di musica. “Be cool or be cast out”, diceva una canzone dei Rush: “sii fico oppure vieni escluso”. Il progressive non è mai stato considerato cool. Una musica dai toni seri, lontana dai luoghi comuni accattivanti che insaporiscono il rock (le droghe, le allusioni sessuali, gli amplificatori con il volume a 11… gli Spinal Tap insegnano); tutto un immaginario che va oltre le note suonate e cantate, qualcosa di indubbio fascino che a volte è più grande della musica stessa. Ecco: la musica, proprio lei, alla fine dei giochi quanto vale? Che il progressive rock sia impopolare proprio perché la musica viene posta davanti a tutto, rendendola di fatto la cosa più importante? O forse c’entra il fatto che il progressive non è stato artefice di rivoluzioni nella società e nel costume (nonostante la grande carica controculturale)? Difatti, del prog si ricordano i dischi, le fughe strumentali, gli stacchi di batteria, le strumentazioni innovative: una sorta di feticismo in musica che nel peggiore dei casi si trasforma in esercizio di stile; il virtuosismo in opposizione a tutto il resto, ritenuto troppo leggero, privo di contenuti.

Ma andiamo con ordine. C’è stato un periodo davvero florido, tra fine anni ‘60 e metà anni ‘70, in cui le celebrate gesta di artisti come Bob Dylan, o di gruppi come Led Zeppelin, Deep Purple, The Who, si affiancavano a un rock che voleva essere ancora più ambizioso; un’evoluzione della psichedelia di metà anni ‘60, qualcosa di nuovo che traeva ispirazione dalla musica classica, dal jazz, dal folk. Arrivarono gli Yes, i Genesis capitanati dall’enigmatico Peter Gabriel, gli Emerson Lake & Palmer (quest’ultimi sicuramente i più sfarzosi, opulenti; in un certo senso l’emblema di quello che in tanti odiano del prog). Nel 1969, un brano su tutti, 21st Century Schizoid Man (dallo storico album In The Court of the Crimson King dei King Crimson) ebbe un effetto deflagrante sulla musica tutta. L’esempio appena riportato è probabilmente il più noto e anche il più abusato, tanto che il progressive viene spesso associato a quel disco soltanto, se non a quella canzone e a poche altre cose. Se però ci atteniamo alla definizione di “progressivo” riportata all’inizio dell’articolo, potremmo ascoltare un brano avventuroso come A Day in The Life dei Beatles e ritenerlo uno dei migliori esempi di musica che va in nuove direzioni, che progredisce.

In questo senso, il progressive rock è forse più popolare, più sdoganato di quanto si pensi. Cos’è prog e cosa non lo è? Qualsiasi musica che si spinge oltre la classica forma canzone potrebbe considerarsi progressiva. Artisti come Brian Eno e David Bowie, i Beach Boys di Pet Sounds, o le formazioni di punta dell’elettronica tedesca (Kraftwerk e Tangerine Dream, per nominarne un paio), non sono considerati canonicamente prog, ma condividono uno stesso principio, una stessa attitudine: la scoperta di nuovi territori, la portata innovativa della musica. C’è un libro di Paul Bareight, pubblicato nel 1989 e dedicato alla scena prog nostrana, dal titolo piuttosto eloquente: Il Ritorno del Pop Italiano. Non è un caso che venga usato il termine “pop”. Nell’introduzione, troviamo scritto quanto segue: “[…] si è comunque arrivati agli albori degli anni settanta con molti gruppi che, sebbene ancora influenzati dai generi musicali d’oltre frontiera, cercavano di creare un genere musicale con sonorità proprie. Il genere musicale viene oggi chiamato con i più svariati nomi: musica progressiva (ovvero del progresso), musica pop (da popular), musica d’avanguardia o più semplicemente musica rock”.

In fin dei conti, a volte è più una questione di etichette che altro. Etichette che sono arrivate dopo, quando col passare degli anni si è cercato di inquadrare, delimitare dei confini. Come si evince dalle parole di Bareight, gli artisti dell’epoca guardavano al nuovo e si allineavano all’apertura mentale che caratterizzava il periodo storico. Viaggiavano dunque sulla spinta irrefrenabile dell’esplorazione, della novità. In Italia ci fu chi, sull’onda del successo di determinati gruppi, si unì alla corsa; come i Pooh, insospettabili, che nel 1973 registrarono Parsifal, un album figlio di una grammatica, di uno stile che andava consolidandosi. Altri, come Lucio Battisti, Franco Battiato o Alan Sorrenti, scrissero alcune delle pagine più originali e significative del prog made in Italy, che si aggiungevano a quelle dei gruppi maggiori (PFM, Il Banco del Mutuo Soccorso, Le Orme, ecc).

Insomma, per un certo periodo il “progresso” c’è stato. E poi?

Il prog ha continuato a esistere, nonostante il punk. Quello del punk che manda tutto al macero è un mito da sfatare. Per alcuni ebbe luogo una cristallizzazione, una riproposizione di cliché ben collaudati che portò effettivamente all’autodistruzione. Per altri, come Yes e Pink Floyd, le cose continuarono ad andare bene: i loro dischi vendevano tantissimo (pensate a The Wall) e i concerti continuavano a registrare il tutto esaurito in stadi e arene. In più, alcuni degli artisti che arrivavano dal prog sfruttarono questa nuova ondata per rigenerarsi, per proiettarsi nella nuova decade. È riduttivo esaltare la sola qualità distruttiva del punk e non tenere conto del fatto che ha dato il via, invece, a un rinnovamento musicale importante (si pensi anche a tutto il movimento della New Wave of British Heavy Metal). Robert Fripp mise a frutto collaborazioni importanti con Bowie, Blondie, David Byrne e i Talking Heads; tutte suggestioni che poi riversò nei nuovi King Crimson, orientati alla (no) new wave dei primi anni ‘80. Se pensiamo al Peter Gabriel post-Genesis, ci vengono in mente brani grezzi, diretti, senza fronzoli, che via via andarono a contaminarsi con la world music e poi con certo pop intelligente, che lo consacrò nell’olimpo dei grandi. Insomma, ecco lo spirito innato del progressive rock: il continuo contestualizzare e rinnovare, l’abbraccio di nuove sonorità e soluzioni compositive.

Recentemente, Steven Wilson (leader dei Porcupine Tree; oggi apprezzato artista solista) è stato presentato dalla stampa come “l’artista britannico di successo di cui non avete mai sentito parlare”. Gli anni trascorsi ad alimentare le fiamme del progressive, con album che gli sono valsi l’appellativo di “king of prog” (appellativo che, per sua stessa ammissione, lo onora e lo imbarazza al tempo stesso) gli hanno donato lo status di artista di culto, ma lo hanno anche ghettizzato. Ora, con un nuovo album dai toni più accessibili (To The Bone) e il passaggio a una major, l’attenzione attorno a Wilson sta crescendo considerevolmente. Ovviamente, il pubblico è diviso, ma non c’è da sorprendersi. Sempre Wilson, in un’intervista rilasciata al The Guardian, fa una riflessione importante: “Le persone hanno potuto scegliere chi preferire tra Muse e Radiohead. Tanta gente non ha potuto scegliere la mia musica perché non hanno mai sentito parlare di me”.

E guai a parlare di progressive rock. Meglio utilizzare, per esempio, le diciture indie o post-rock; quelle sì che sono cool. Basta ascoltare un disco dei Tortoise a caso, ma anche gli stessi Radiohead, per capire quanto certe sonorità siano state importanti per i gruppi arrivati dopo, per le generazioni successive. D’altronde, si fa ancora finta di non sapere che Kurt Cobain amava alla follia Red dei King Crimson, o che Jeff Buckley passava giornate intere a suonare e cantare pezzi dei Genesis e degli Yes.

Queste riflessioni fanno da contraltare alla nostalgia di cui è intriso oggigiorno il termine progressive, tanto tra i fan che tra gli addetti ai lavori. Da una parte è tutto un fioccare di reunion di vecchie glorie, box set celebrativi, tour in onore dei 40 anni di attività (e pubblico in brodo di giuggiole); dall’altra, esiste un sottobosco più vivo che sperimenta nel nome del “progresso”, tuttavia poco attraente agli occhi dei più nostalgici, quelli che si aspettano determinati suoni e strutture, quelli che preferiscono rintanarsi nei territori che conoscono a menadito. Il confine invalicabile tra progressive e regressive rock: nel bene e nel male, il prog continua a esistere.

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