My Generation: un romanzo punk sulla perdita dell’innocenza

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Quando mi trovai tra le mani questo strano libro, eccentrico e colorato, scritto da un disegnatore e pieno di immagini pop, ero abbastanza scettico sulle sue ambizioni proclamate a gran voce sin dal titolo: My Generation. Il libro prometteva di essere un racconto generazionale, il canto di un’epoca visto con gli occhi di chi ne era stato cittadino. Non solo la biografia di un artista, ma quella di un’epoca. Alla fine, ignaro di chi fosse questo Igort, il Bowie effigiato in copertina mi convinse, nonostante le perplessità, ad acquistarlo.

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Igort, My Generation, la copertina originale

“Se dovessi definire in tre parole quegli anni direi: strada, polvere, pugni.”

Il racconto di Igor Tuvieri, in arte Igort, parte da qui, dalla Sardegna, dalle ore passate in strada da bambino a difendere il fratellino più piccolo e più alto di lui, un provocatore nato che l’avrebbe cacciato nei guai in più di un’occasione. Giorni passati ad ascoltare le storie raccontate dalla nonna malata e fumatrice incallita. Sono gli anni dell’innocenza, eppure qualcosa nel piccolo Igor comincia già a muoversi, qualcosa che gli rende intollerabile la scuola e che trova sfogo solo tra le pareti di quei “magazzini della fantasia” in cui passa le ore tra le polverose pagine degli albi a fumetti. Parte da qui il viaggio che porterà Igort a battere le strade della creatività sino a diventare un artista prolifico ed eclettico il cui talento è riconosciuto in tutto il mondo.

Avendo a che fare con una biografia ci si potrebbe attendere che si tratti di un racconto intimo e personale, e questo per certi versi lo è. Ma le premesse sono diverse e Igort le mantiene in pieno. David, Lou, Andy, Pierpaolo e poi lui, Jean. Sono queste le figure più presenti nella sua vita, i suoi punti di riferimento, ed è di loro che, giustamente, si parla.

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Igor Tuvieri, in arte Igort

Quando arriva l’adolescenza, la pubertà incombe e Igor inizia ad affacciarsi nel mondo degli adulti le rassicuranti figure familiari, come accade a molti, iniziano ad apparire inadeguate a compiere il proprio ruolo. Igor sta lentamente maturando la convinzione di essere diverso, di possedere un talento e soprattutto una personalità che poco ha a che fare con la mitezza materna o i raffinati ascolti wagneriani paterni. Sono gli anni in cui sulla scena musicale irrompono Bowie – direttamente dallo spazio – e Lou Reed, la voce dal volto truccato e decadente che racconterà come pochi altri la propria generazione. È in questi ascolti che Igor decide di abbandonarsi perdutamente, sono queste le icone che abitano il suo Pantheon personale, oggetto del suo culto.

In questa atmosfera, questo ragazzo sardo inizia a sognare a occhi aperti, è qui che si perde e viaggia esplorando gli anfratti più nascosti e assurdi della propria fantasia. È un paesaggio troppo grande per essere contenuto nella piccola Cagliari: Igor chiude le valige e va incontro al suo destino andando a studiare a Londra alla scuola del punk.

Lo sperimentiamo tutti noi che siamo innamorati dei libri, della musica, del cinema, dell’arte. Esistono momenti in cui il nostro universo cambia, assume un’inclinazione diversa e per noi sarà impossibile tornare a guardarlo con gli occhi di prima. Per Igor quel momento coincide con la scoperta di Bowie:

“Ascoltavo quel melodramma fatto di canto disperato, voce profonda, fraseggi anni Quaranta, arrangiamenti glam ultradinamici, molleggiati, elettrici, con la felicità del cercatore d’oro davanti alla pepita della sua vita.”

L’avvento di Bowie, così come quello di Lou Reed, ridistribuiscono le carte in un gioco che non è più quello rivoluzionario e liberatario degli anni hippy: il fiore dell’ottimismo inizia a essere soppiantato dalla pianta velenosa della disillusione, una pianta in grado di regalare frutti bellissimi ma che possono essere fatali al primo morso. Il mondo promesso dalla rivoluzione sessantottina si è risvegliato più crudele e spietato di prima e per molti sarà la droga l’unico antidoto riconosciuto.

Eppure il canto doppio e sornione che in quegli anni è portato sulla scena da Bowie, Reed, Iggy Pop non regala solo chimere decadenti: al di là delle fumose montagne di eroina, dietro il trucco che maschera una sessualità giocosa e libera, viene cantato il dolore e la disperazione: vengono scritte le pagine più dolenti, folli, provocatorie e surreali della storia del rock. E tutto questo è meraviglioso.

Quello che “baby Igor” trova a Londra è questo: “disperazione all’ingrosso”. È la stessa che credeva di essersi lasciato alle spalle a Cagliari ed è quella che ritrova a Londra, tra le giacche di pelle, le spille da balia e i bagde del punk. Eppure si tratta di un viaggio iniziatico, e pazienza se gli lascerà in dote per qualche anno un collare da cane aggrappato al collo.

In questi anni di duro apprendistato alla vita Igor non ha mai dimenticato quello che la sua vita è: i suoi fumetti, le sue storie. Se Hemingway affilava la lama della scrittura, Igor non può far altro che affilare la punta della propria matita. Dopo essersene servito avidamente, Igor i fumetti li disegna da solo e gli dona la vita attraverso storie surreali e incompiute. Nella solitudine della sua stanzetta cagliaritana ha conosciuto Bourroghs e il cut up, ha un’autentica idolatria per L’uomo che Cadde sulla Terra e vive i suoi momenti di estasi nel bianco abbacinante delle pagine firmate da Moebius. Sono questi gli ingredienti delle sue storie, i suoi racconti sono sospesi tra una realtà difficile da accettare e le fughe surreali che la rendono un po’ più acccettabile.

E poi c’è un maestro inatteso che risponde al nome di Pier Paolo Pasolini. I film di P. sono democratici, aggirano la tecnica, il professionismo, con la poesia:

“Allora capii che c’erano pertugi, passaggi segreti e capaci di condurre chi vuol dire a parlare nell’immediato, al cuore. E Pasolini conosceva questi sentieri.”

Lo sguardo di Pasolini vede oltre la superficie cenciosa delle cose, penetra al fondo della vita e cerca di rappresentarla in modo asciutto e poetico. Le storie di Igort cercano di raccontare qualcosa di simile: il linguaggio, come in una foto al negativo, anziché essere quello del realismo è quello della fantasia, ma rimane intatta la nostalgia e l’innocenza.

In fondo la vita di Igor si muove seguendo l’indicazione della sua bussola nascosta, che misura la vita secondo le indicazioni di J.D. Salinger e di Pasolini, di Bowie o di Wharol, quella bussola che lo condurrà a Bologna, il luogo che in quegli anni rappresenterà la creatività, la violenza e il suo “assalto alla diligenza della vita”. È il luogo in cui conoscerà Pier Vittorio Tondelli e Andrea Pazienza, dove si susseguiranno gli incontri pazzi e dove farà per la prima volta i conti con la morte.

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Questo libro strano, scritto in modo creativo, questa commedia di “bellimbusti, scemi e sognatori”, disseminato di citazioni e nomi, questo racconto così intimo eppure così collettivo è la storia di una generazione che ha sognato violentemente e che altrettanto violentemente si è risvegliata. Una generazione che ha conosciuto la vertigine, l’ebrezza, il suo sogno di onnipotenza, ma anche il brusco collasso nella propria disillusione.

La violenza delle rivolte, la radicale rottura che si avverte in quegli anni, la cui rappresentazione più fedele è nell’incomunicabilità di padri e figli, tutto questo appare allo stesso tempo così violento e così ingenuo. L’ultimo residuo di un tempo delle passioni, della serietà, del credere in qualcosa, prima che un’ondata di disillusione colpisse inesorabilmente i figli della pubblicità, dell’intrattenimento, nel regno della TV commerciale. Un tempo perduto.

My Generation di Igort è acquistabile su Amazon.

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