John Belushi: la dedizione di un attore, il sacrificio di un uomo

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Quando muore durante un party all’hotel Chateau Marmont nel marzo del 1982, John Belushi è già un mito. Era stato il protagonista di tante stagioni del Saturday’s Night Live, il selvaggio Bluto di Animal House, il galeotto Jake Blues ne I Blues Brothers, il folle Wild Bill Kelso di 1941 Allarme a Hollywood, il giornalista Ernie Souchak in Chiamami Aquila, il grigio Earl Keese ne I vicini di casa, ma soprattutto era stato un’icona di quegli anni a cavallo dei ’70 e ’80.

La sua comicità, fatta di fisicità anarcoide e assurda improvvisazione, era capace di demolire come una palla di cannone personaggi famosi (Joe Cocker e Marlon Brando su tutti) e strappare risate solo con un alzata di sopracciglio. Purtroppo, di pari passo alla sua ascesa, si era andata consolidando in lui anche una dipendenza dalle droghe che lo porterà a una prematura e squallida morte dentro un bungalow di Hollywood.

Dan Aykroyd, suo compagno di tanti film e sketch nel Saturday’s Night Live, passerà molti mesi dopo la sua scomparsa in un forte stato di depressione; Robin Williams, spesso suo compagno di bisboccia a base di droghe, fu una delle ultime persone a vederlo e sentì che la sua morte per overdose era un avvertimento sullo stile di vita che anche lui conduceva a Hollywood; Robert De Niro, presente anche lui allo Chateu Marmont, si chiuse in un silenzio che sembrò colpevole, poiché si dice fosse tra i pochi intimi a non tentare di farlo smettere; Carrie Fischer attaccò gli amici con cui John si drogava, sostenendo che sembravano non voler accettare quanto fosse pericolosa la dipendenza; Jack Nicholson, dopo aver riso per anni alle sue pazzie, iniziò ad allontanarsi dalla cocaina dopo la morte di Belushi; John Landis si colpevolizzò di non aver compreso quanto fosse grave la situazione di John, nonostante fosse stato uno dei primi a contrastare i suoi vizi picchiandolo e gettando via la sua droga durante le riprese di The Blues Brothers.

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Mano a mano che la sua popolarità aumentava, di pari passo cresceva la sua dipendenza, nel disperato tentativo di sopprimere l’insicurezza che non lo abbandonava e che non gli permetteva di vivere serenamente quello che per tanti era un sogno. Sì, perché John Belushi era figlio di immigrati e dalla provincia dell’Illinois era partito per conquistarsi un posto al sole e in poco tempo ce l’aveva fatta, ma il suo successo gli si era rivoltato contro, vestendo di tragedia quella che sembrava la tipica storia di successo americana.

Forse se non fosse mai partito da Wheaton e si fosse adagiato ad una vita banale e fatta di piccole cose (come quella di tutti noi comuni mortali), magari oggi sarebbe un corpulento omone di quasi settant’anni che ogni tanto partecipa ancora a qualche spettacolo teatrale che diverte la comunità e lo rende una piccola gloria locale. Forse la sua vita sarebbe stata diversa, probabilmente più lunga, ma sarebbe stata quella che lui avrebbe voluto davvero?

Piuttosto di vivere una lunga vita colma di rimpianti non è forse preferibile attraversarla di corsa, come una scheggia impazzita, senza poterle dare tempo di farci capire verso quale muro stiamo per schiantarci?

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I modelli culturali che si stavano affacciando prepotentemente agli albori degli anni ’80 (e a cui ancora oggi paghiamo dazio) erano futili e finti e contrastavano con quelli rappresentati dalla molle figura di Belushi, così sinceramente inadeguata e irresponsabile, ma viva, vera e sincera.

Ma dietro a tutto questo bisogna provare a scorgere l’uomo e a non dimenticare che per ogni risata, per ogni gag, per tutte le volte che Samurai Futaba urlava nella sua lingua deforme e agitava la spada, John cedeva a noi una parte di sé che non gli ritornava più indietro.

John Belushi, nonostante la sua morte, è sopravvissuto come un’opera comica vivente, da tralasciare ai posteri come esempio di vita vissuta all’eccesso, consumata con una famelica e irresponsabile voglia di farsi amare e comprendere e incapace di trovare un equilibrio.

Oppresso dalla malinconia e consumato da un’inadeguatezza che stentava a confessare anche a sé stesso, John si chiuse sempre più fino a quella notte tragica, quando si fece fagocitare del tutto dai suoi demoni e inghiottire in un buio perpetuo, che non lo avrebbe più restituito alla luce e lo avrebbe celato per sempre alla vista dei suoi amici e fans.

Non ci sarebbero stati più effetti speciali e neanche una risata, ma solo il rammarico di tanti che non capirono quanto potesse arrivare ad essere tragica la maschera di un clown.

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Luca Divelti scrive storie di musica, cinema e tv su Rock’n’Blog e Auralcrave. Seguilo su Facebook e Twitter.

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