David Foster Wallace e il rap spiegato ai bianchi

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“Come la batteria elettronica e lo scratch, i campionatori e il backbeat, il “canto” del rapper è fondamentalmente un ennesimo stato nella fitta trama del ritmo, il quale nel rap usurpa alla melodia e all’armonia le loro funzioni essenziali di identificazione, richiamo, contrappunto, movimento e progressione, il gioco della tessitura sonora (…) tempi di danza che offrono al corpo possibilità infinite, congiunti ritmicamente con versi dall’accentuazione complessa che affermano, sia con il loro messaggio che con la loro metrica, che le cose non possono mai essere diverse da quelle che SONO.”

David Foster Wallace

Quando nel 1989, in una Boston in cui l’omicidio era considerato una forma d’“arte popolare” ad opera di adolescenti in bicicletta, “piccoli killer a pedali”, David Wallace e il suo compagno del college Mark Costello decisero di scrivere una sorta di saggio a due voci sul rap non potevano certo immaginare quanto le loro intuizioni avessero colto in modo radicale l’essenza di questo caleidoscopico mondo, un genere musicale che dominerà la musica del ventennio successivo, imponendosi come uno dei fenomeni culturali più radicalmente innovativi.

“Il nostro punto di partenza, per quel che riguarda questo saggio, sono sempre state le sensazioni che provavamo ascoltando quella musica, più che la conoscenza che avevamo in materia: e più che ciò che ci piaceva, il perché ci piacesse.”

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David Foster Wallace e Mark Costello

Per quanti si avvicinavano al rap in quegli anni o semplicemente assistevano a quel fenomeno così strano e lontano dal costume dominante, persino rispetto alle stravaganze di cui il jazz e il rock avevano colorato i loro variopinti universi, quel procedimento espressivo così strano  – e per certi versi respingente – suscitava sensazioni ambivalenti: ci si chiedeva il perché di quella razionale repulsione e allo stesso tempo irresistibile attrazione.

Il rap delle origini è un mondo appannaggio dei neri: esclusi nell’America delle contraddizioni dal mondo dei bianchi, reietti in quartieri-ghetto a due passi dagli scintillanti quartieri dei bianchi, all’ombra dei loro grattacieli, i neri si costruivano il loro mondo, lo spazio in cui esprimersi: una voce.

Eppure, le scorribande di questi neri incazzati e con grosse catene d’oro al collo non sono affascinanti per il semplice fatto che, con le loro rime, tracciassero un confine netto, una linea di demarcazione impenetrabile: di qua i bianchi, di là, nei loro maleodoranti alloggi, nella loro fogna, i neri. L’ambivalenza, la complessità di questa nuova forma d’arte è rilevata proprio dallo smentire tali premesse:

“Nessuno è uno yuppie perché negli Stati Uniti di oggi, in pratica, siamo tutti yuppie, tutti consumatissimi consumatori. Anche – ve ne convincerete prima della fine di questo saggio – i più improbabili soggetti del mercato, gli artisti neri che marciano alle teste di quell’esplosione pop chiamata rap: è yuppismo quello che esce dalle loro assonanze dattiliche, mentre con tutte le forze delle rime in trocheo gridano attraverso un vuoto impenetrabile che ci sono, sono qui, qui e ora: simili a Noi nel loro consapevole differenziarsi, nel radunarsi difronte all’altare di un Sé elettronico, simili a Noi nel loro odio per il diverso; al livello più profondo, perfettamente integrati nello yuppismo americano.”

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Ci sono. Ci sono. Ci sono.
Il rap delle origini sembra non dire altro.

Non sono campionate soltanto le basi; è campionato il messaggio, il grido di autoaffermazione. Esserci. Simili a voi fino alla parte peggiore di voi stessi. Ci sono, ci sono, ci sono.

Per chi è cresciuto nell’aura intellettuale dell’arte cool, sofisticata e autoreferenziale, snob e a tratti stronza; per noi radical-chic pieni di pregiudizi e dogmi intoccabili, è molto difficile comprendere come sia possibile che, nonostante le nostre menate intellettualoidi, nonostante i nostri sprezzanti dinieghi, abbassata la guardia, la testa non possa fare a meno di dondolare su è giù.

Quel dondolare dice molto sul perché il rap sia uno stile musicale rivoluzionario, un momento decisivo nella storia della musica, in definitiva una forma d’arte.

“Il rap è una “musica” fondamentalmente priva di melodia, costruita al contrario intorno a un “backbeat” di batterie elettroniche spesso non più complesso del ritmo di cinque dita che tamburellano oziosamente su un tavolo, arricchito da “krush grooves” (riff o serie di accordi ripetuti) “campionati” (piratati), originariamente creati e registrati da icone rock dell’epoca pre-rap.”

È questa, più o meno, la mano invisibile che afferra la nostra testa al semaforo, quando fermi nell’auto con la radio accesa e il braccio che sporge dal finestrino, ci fa fare su e giù, su e giù.

Sembra un’operazione molto semplice, eppure è un’autentica rivoluzione nell’universo musicale, un’appropriazione diffusa delle note, un momento democratico in cui ognuno può creare, esprimersi. Il rap coglie il senso del nostro tempo in modo radicale, esprime in modo rivoluzionario quello che siamo, qui e ora, individui sempre più uguali grazie alle nostre macchine, i nostri oggetti, le nostre cose: possesso; modellazione; espressione: popular culture.

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La maggior parte di noi non può fare a meno di storcere il naso quando prova a tradurre un pezzo rap. L’hip-hop sembra la terra promessa dei cazzoni (in tutti i sensi), dei megalomani, dei ladri, degli sbruffoni. Sono qui con la mia donna, una gran scopata e niente più, ho una montagna di soldi e sono superdotato, tutto va a gonfie vele finché non arriva madama a rovinare la festa. Tutto questo è abbastanza degradante e forse un po’ triste, la ragione per la quale continuiamo ad ascoltare il rap solo con le cuffie e solo se nessuno se ne può accorgere.

Eppure qualcosa manca. Prima di tutto perché questa superficialità di facciata è un po’ come uno standard jazz: è il terreno di battaglia, il campo comune, la cifra espressiva sulla quale rapper incazzati modellano la propria rabbia in un martellamento metrico in cui la rima è l’aedo di questa epopea nera.
In secondo luogo le spacconate e i ce-l’ho-più-duro-di-voi sono solo la misera maschera di un modo reale, di un tormento vero che ha le proprie radici nella vita vera, che conosce il disprezzo e lo rappresenta  –  più o meno esplicito – nel canto rap: una musica nera, fatta per neri.

E questo, perversamente, non può non attrarre i bianchi:

“Una musica non tanto “in opposizione” quanto semplicemente carica di disprezzo verso il freddo, vuoto sistema di specifiche ipocrisie della razza bianca non può che suscitare un irresistibile interesse in chi di noi bianchi sta fermo in piedi, ripulito e impaziente, difronte all’enorme barriera in forma di lente di ingrandimento che i rapper – come tutti i giovani degli Stati Uniti – hanno costruito intorno a sé.”

Che ci piaccia o no, che riusciamo ad ammetterlo o meno, il rap è stato, forse, l’ultima avanguardia musicale, l’ultimo momento rivoluzionario nell’universo musicale. Forse l’abbiamo sottovalutato; forse, semplicemente, non l’abbiamo capito.

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A distanza di quasi trent’anni, Il rap spiegato ai bianchi non sembra aver perso la sua ragion d’essere. Il rap fatica ancora a essere considerato un movimento culturale importante e non un semplice fenomeno di costume. Abbiamo ancora bisogno che qualcuno ce lo spieghi e ci liberi dai nostri pregiudizi.

“La cazzuta genialità del rap sta in questo processo circolare, un loop quasi digitale: ha trasformato l’orrore del suo mondo – tradito dalla storia, bombardato da segnali contraddittori, violento nella sua impotenza, isolato, claustrofobico e privo di via d’uscita – ha trasformato questa specifica forma di orrore in una specifica forma d’arte d’avanguardia. Va persa la consolazione, ma si guadagna un nuovo tipo di mimesi, ruvida e spietata: Platone campionato mentre sta seduto sulla tazza del cesso.”

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