Per un’ontologia del male: Twin Peaks e 13 Reasons Why a confronto

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13 Reasons Why (d’ora in poi semplicemente 13) è la serie dell’anno. Sin dal momento della sua uscita (31 marzo 2017) ha ottenuto un successo straordinario ed è oggi uno dei pilastri fondamentali dell’offerta della piattaforma Netflix. Il suo successo è dato dalla capacità di attirare sin da subito lo spettatore (a differenze di serie nelle quali il pathos cresce nel corso delle puntate, come Il Trono di Spade), che è immediatamente consapevole del suicidio di Hannah Baker e già alla ricerca del perché di un gesto così estremo. Così come lo spettatore, anche Clay Jensen, dopo aver ricevuto anonimamente delle cassette registrate da Anna, che in 13 lati spiegano cosa ci sia dietro la sua morte.

Già in Twin Peaks, capolavoro surrealista di David Lynch (di cui a breve vedremo, dopo poco più di 25 anni dall’ultima apparizione, la terza serie – e nell’ultima puntata dell’ultima serie di Twin Peaks, nella famosa “Loggia”, Laura dirà all’agente Cooper che si rivedranno tra 25 anni. Un caso?), la trama si era incentrata sulla ricostruzione, pezzo per pezzo, della morte di una ragazza di nome Laura Palmer.

Le due serie infatti sembrano avere non pochi elementi in comune.

Il confronto tra i protagonisti

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Clay Jensen / Dale Cooper

Capelli scuri lisci e ordinati, viso candido e giovane come specchio esteriore della purezza del protagonista. Entrambi personaggi di una bontà al limite dell’immaginabile e di una onestà d’animo incorruttibile, molto determinati nei loro intenti di svelare il male. Se di Clay Jensen emerge tutta la caratterizzazione psicologica (dubbi, esitazioni, pensieri) che lo rende a noi “familiare”, l’agente Cooper ne è invece quasi totalmente privo, tanto da apparire come un personaggio sospeso, idealizzato e quasi non umano, come spesso accade nell’espressione cinematografica lynchiana.

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Laura Palmer / Anna Baker

Entrambe oggetto del desiderio dei protagonisti: Hannah è l’amore platonico di Clay (e non solo, basti pensare alla scena in cui si masturba davanti ad una foto di Anna, che bacia una sua amica), irraggiungibile. Due vite parallele, che si incrociano spesso, ma destinate ad una diversa conclusione. Laura invece apparirà, quasi inspiegabilmente, in uno strano sogno del detective Cooper, baciandolo, prima di rivelargli nell’orecchio il nome del suo assassino.

Sono entrambe ragazze complicate, che vivono con sofferenza l’ambiente scolastico e il rapporto con i coetanei. Hannah però presenta una caratterizzazione unilaterale più semplice da comprendere, rappresentando la ragazza vittima del male sociale adolescenziale. Laura invece nasconde una doppia personalità: la Laura Palmer reginetta della scuola di giorno, circondata da tanti ragazzi e con tante ambizioni, che assiste un ragazzo con disturbi, consegna pasti a domicilio agli anziani; e la Laura Palmer depravata prostituta cocainomane tormentata notturna, a rappresentare la schizofrenia morale di una intera città. Questo emerge ancora di più in Fuoco Cammina Con Me, prequel della serie uscito nel 1992, dove Lynch mostra come nella vita di Laura, a differenza di Twin Peaks presente quasi costantemente, questi pezzi convivano nella stessa persona.

Altri due punti in comune: entrambe sono vittime di stupro; entrambe hanno una amica del cuore (Donna, Jessica) che intraprenderà una relazione amorosa complessa e piena di intoppi con un loro ex-ragazzo (James, Justin).

Il problema del “male”

Alla domanda “che cos’è il male?” chi saprebbe rispondere?
Il vero obiettivo di questo saggio è quello di cercare di delineare una idea ben precisa di male.

Sia in Twin Peaks che in 13 il male sembra essere determinato dalla incapacità di controllare gli istinti e le pulsioni: Leland Palmer che prova un desiderio incestuoso verso sua figlia Laura; Bryce Walker, capitano della squadra di football, che stupra prima la ragazza ubriaca dell’amico Justin e poi la stessa Hannah.

In questa ottica l’atteggiamento moralmente saggio, come nella grande tradizione moralista francese (da la Rochefoucald in poi), si oppone all’atto: questa ci illustra le conseguenze catastrofiche della soddisfazione immediata del desiderio. La felicità può essere raggiunta solo ed esclusivamente attraverso un compromesso con esso.

Un contrappunto al moralismo francese è l’etica della psicanalisi di Jacques Lacan (ne pas céder sur son désir, “non cedere sul proprio desiderio”): il desiderio è la parte più intima di un uomo e allo stesso tempo quella meno conosciuta, al quale non dobbiamo opporre resistenza. Questa forza che non può essere placata con la soddisfazione, che non ha punto di arrivo:

Quel che chiamo cedere sul proprio desiderio si accompagna sempre nel destino del soggetto […] a un qualche tradimento. O il soggetto tradisce la propria via, tradisce sé stesso, e lo sente anche lui. Oppure, più semplicemente, tollera che qualcuno con cui si è più o meno votato a qualcosa tradisca la sua attesa […]
Si gioca qualcosa attorno al tradimento, quando lo si tollera, quando, spinti dall’idea del bene – voglio dire del bene di colui che tradisce in quel momento –, si cede al punto di abbassare le proprie pretese, e di dirsi – Ebbene, visto che è così, rinunciamo alla nostra prospettiva, né l’uno né l’altro, ma certo non io, non siamo meglio, rientriamo nella via ordinaria. Lì potete esser sicuri che si trova la struttura che si chiama cedere sul proprio desiderio.
Superato questo limite in cui collego nello stesso termine il disprezzo dell’altro e di sé stessi, non c’è ritorno.

( J. Lacan, il Seminario, libro VIII, L’etica della psicoanalisi (1959 – 1960), Einaudi, Torino, 1994, p. 403)

Chi accoglie e riconosce il suo desiderio può sperimentare delle privazioni, può andare incontro a difficoltà, al rischio del fallimento, ma nel profondo è vivo, creativo, aperto all’imprevedibilità della vita e alle sue possibilità. Per Lacan l’assunzione del proprio desiderio è una questione etica. “Cedere sul proprio desiderio” ci dice è “un peccato”, una “viltà morale”. Spesso la depressione clinica ha una radice di questo tipo, nasce dall’aver voltato le spalle ad esso. Tirando in ballo scuse comode, ma paralizzanti. Lasciandoci come consolazione uno sterile lamento.

Tuttavia questo discorso è da contestualizzare nella realizzazione del desiderio in jouissance: questa violenza verso le donne è segno di un disagio esistenziale e psichico, oltre che di un miscuglio di odio e perversione.

Quando l’uomo incontra una donna nella sua vita, Lacan afferma che egli è esposto a qualcosa di ingovernabile, che viene ridotto (proprio a causa della sua temuta ingovernabilità e spigolosità che deve essere appiattita) alla espressione “le donne sono tutte puttane”. Espressione che Bryce Walker sembra condividere a pieno quando rivela a Clay che, nonostante nessun esplicito richiamo, Hannah desiderasse un rapporto con lui.

Ecco perché Lacan distingue le forme di jouissance maschile e femminile: quella maschile basata sull’avere, autocentrata sull’organo sessuale e proprio per questo misurata e controllata (“l’idiozia del fallo”), che non gode del corpo femminile; quella femminile che è invece infinita, illimitata, anatomicamente invisibile, perché irriducibile all’ingombro fallico.

Il rapporto erotico non può essere di completa appropriazione dell’altro (eros-bìos- thànatos), ma desiderio dell’altro come esperienza del non-tutto e della differenza.

Lacan ci allerta dicendoci che non si può godere di tutto (la violenza sessuale) e non si può avere tutto (il rapporto possessivo e l’idealizzazione dell’altro). L’incontro con l’Altro è esperienza del proprio limite. Ecco perché la condizione che rende possibile l’amore, come forma pienamente umana del legame, è la capacità di restare soli, di accettare il proprio limite.

Per questo, al contrario delle loro nemesi, Dale Cooper e Clay Jensen sono dotati di un forte autocontrollo e capaci di dominare le proprie pulsioni.

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L’insegna dell’One Eyed Jack in Twin Peaks

Anche i luoghi riflettono una fondamentale importanza per la comprensione del “male”. Il One Eyed Jacks, dove Laura lavorava come “accompagnatrice”, può essere facilmente accostato alle case dove vengono organizzate feste (dove si verificano entrambi gli stupri di 13): luoghi di perversione, nei quali la donna è vista come un possibile trofeo da esporre, oltre che un oggetto per soddisfare i desideri carnali. Le scene di stupro, non a caso, non durano molto, proprio per mostrare che l’unico intento dello stupratore è quello di “liberarsi” quanto prima.

Questo “atto sessuale” non arriva mai a cogliere il rapporto sessuale: ognuno, se gode, gode solo dalla sua parte. Il godimento dell’Uno non gode del godimento dell’Altro, inteso qui come l’Altro sesso.

Il godimento sessuale non conviene al rapporto sessuale poiché il corpo “si” gode come un Uno senza l’Altro, in modo autoerotico. Lacan definisce questa disgiunzione con l’aforisma: non c’è rapporto sessuale.

Doppelgänger e il valore rivelatore della morte

Ognuno dei 13 personaggi chiave di 13 presenta un lato buono e uno cattivo, così come in Twin Peaks, nel quale ogni personaggio presenta, nella “Loggia Nera”, un doppelgänger, un doppio maligno.

In entrambe le serie sembra essere il lato malvagio-distruttivo ad avere la meglio (secondo alcune interpretazioni persino Dio, nei primi due giorni della Genesi, era insoddisfatto del proprio lavoro perché, con l’atto della separazione, si era comportato in maniera diabolica. Il responsabile di ogni separazione è sicuramente il Diavolo, il cui nome deriva dal greco dia-bolé, che significa “dis-unione”).

Persino i protagonisti non sembrano esenti dal male. Clay spesso, in occasionali scatti d’ira, aggredisce verbalmente o ignora Hannah, contribuendo (seppur minimamente) al suo suicidio.

Il destino dell’agente Cooper sarà ancora più tragico. Il suo viaggio nella Loggia Nera finirà nel peggiore dei modi: nella scena finale è ormai evidente che Bob (impersonificazione del male metafisico) si è impossessato anche di lui.

Così Elisabeth Roudinesco, famosa psicanalista e studiosa di Lacan, descrive la necessità del male:

La società ha bisogno di rappresentarsi concretamente la perversione per dare corpo e allontanare le paure legate alla parte oscura che sente dentro di sé. Non è possibile pensare una società senza la dimensione del male. Le figure dei perversi sono il capro espiatorio da additare alla comunità. Sapere che la minaccia alla società non viene da noi, ma da qualcun altro, ci tranquillizza e ci rassicura.

(Elisabeth Roudinesco, La parte oscura di noi stessi, Colla Editore, 2008.)

Il serial killer e il pedofilo, incarnate nella figura di Leland Palmer, sono le due figure della perversione che dominano la percezione contemporanea.

Contro questo meccanismo agisce la morte, intesa (nonostante la tragicità dell’evento) come una possibilità di svelare e portare alla luce questo male che corrompe ognuno di noi.

In Fuoco Cammina Con Me Laura riesce a sfuggire alle minacce di Bob, che vuole impossessarsi del suo corpo, solo attraverso alla morte, seguita da una visione angelica che lascia un briciolo di speranza nella redenzione.

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