A Thousand Skies, la matura originalità di Clap! Clap!

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Cristiano Crisci è ormai sulla cresta dell’onda da qualche anno, dopo aver con successo deciso di ripartire da zero con il progetto Clap! Clap!, immergendosi con grande passione in una ricerca musicale atipica – per i nostri giorni – con scrupolo e dedizione. Ex sassofonista di formazione jazz, ha poi avuto esperienze nel punk per arrivare all’elettronica, sempre con la voglia di imparare qualcosa di nuovo, con la valigia pronta e un campionatore acceso a fianco. Ciò che fece di Tayi Bebba – l’album di debutto del 2014, dopo la lunga storia di Digi G’Alessio – un disco molto acclamato è sicuramente la versatilità artistica, frutto proprio del passato a contatto con più mondi, che gli ha consentito negli step successivi di creare un vero trademark di stile.

Così sembra essere in larga parte in A Thousand Skies, a tre anni di distanza, che segna il ritorno sulle scene (di nuovo sulla britannica Black Acre). Alcune differenze sono volute, inseguite durante il percorso, in cui la cornice delle trame etniche e afrobeat, anima delle sue composizioni, innescano una scia differente, verso direzioni meno spasmodiche e ben eseguite. C’è la forte volontà di utilizzare samples di stampo artigianale dalla tradizione del nostro Paese, come i lamenti dei riti funebri del meridione in Discessus, che introduce l’album dando immediatamente l’impronta antropologia traslata in musica. Ci sono le pietre sonore di Pinuccio Sciola, che ci portano in Sardegna, per proseguire la linea continua con il calore dell’Africa, nel featuring con Bongeziwe Mabandla in Nguwe e nella title track, A Thousand Skies Under Cepheus’ Erudite Eyes, con John Wizards.

La continua scoperta attraverso cui l’album si muove ci parla di quella che l’artista stesso ha fatto: un itinerario serrato di viaggi e di transizioni, tutte in qualche modo legate alle sensazione più intime, all’empatia con l’inusuale, ragionata in modo emotivo, mai concettuale, come invece un prodotto meticoloso potrebbe risultare. Ci sono poi le reminiscenze jazz, in Ode To The Pleiades suonata da Nicola Giordano al piano, c’è ancora una tangibile influenza folktronic – tra i primi Four Tet e Lapalux – in Rainbowcoast, una ballata digitale che porta il soul nella dimensione elettronica. Lo spazio in cui si entra in A Thousand Skies è per tutti questi motivi ricco di percezioni, nutrito dal fuoco più ispirato dell’artista fiorentino, che dimostra la capacità di non inquadrare la sua creatura solo in sonorità footwork e percussion, riuscendo a creare sottili strati di una luce ulteriormente più ampia delle stesse.

Manca, forse, qualcosa che funga da chiave alla simmetria corale che marchia il territorio dell’album, uno o due brani in grado di accelerare su tutti, ma non risulta in fondo un peccato mortale. Se Flying Lotus ha lanciato a sua immagine una techno futuristica che non è possibile etichettare, l’artista italiano – che sembra un corrispettivo nostrano, specie per quanto riguarda la passione per il sampling estremo – è stato in grado in questo capitolo di nutrire la stessa voglia di ricerca con idee musicali profonde e sincere. Una maturità ragionata e cercata, che conferma quanto avevamo ascoltato qualche anno fa, e che potrebbe in futuro concedere a Clap! Clap! di salpare per altri sorprendenti tragitti fuori dall’ordinario.

7 / 10

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