Mr. Self Destruct ieri e oggi: alla (ri)scoperta di Nine Inch Nails

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Trent Reznor, fondatore, unico membro fisso e conseguentemente lider maximo dei Nine Inch Nails, ha deciso l’anno scorso di farci un regalo di Natale. Lo scorso 23 Dicembre la band ha rilasciato un EP: Not the Actual Events, anticipato di appena un giorno dal rilascio del singolo Burning Bright (field on fire).

Per avere le idee un po’ più chiare riguardo l’ultima fatica del sempre più impegnato Reznor è bene accenare a qualche episodio storico che meglio possa collocare la sua figura. Personaggio oscuro ed indecifrabile, fonda i Nine Inch Nails intorno al 1989, ed in breve tempo riesce ad imporsi come uno degli artisti più rappresentativi degli anni ’90, vincendo la scommessa di unire ad una capacità compositiva eccellente una cospicua dose di visceralità e di immediatezza. I temi delle loro tracce  sono quelli più ricorrenti di una delle decadi più spontaneamente autodistruttive della musica: nichilismo, tendenze suicide, morte, rabbia, odio.

Gli album Broken e The Downward Spiral esplorano abissi profondi di disperazione, ma riescono nella non facile impresa di essere maledettamente magnetici. Suoni pesanti, chitarre acide e synth cavernosi vengono spezzati da cambi di ritmo spesso melodiosi ed angelici con un conseguente aumento di  inquietudine dell’ascoltatore che può solo assorbire tutta la rabbia sputata dalle casse e beccarsi strofe come “I want to fuck you like an animal, I want to feel you from the inside“.

Se volete farvi un’idea veloce di chi fossero e di quanto pestassero vi do due dritte veloci: la canzone March of The Pigs e l’esibizione a Woodstock del 1994. Piccolo spoiler: Trent e collaboratori si presentano sul palco ricoperti di fango dalla testa ai piedi.

Altri tempi.

Il moniker Nine Inch Nails nel corso degli anni è diventato in pratica un sinonimo per indicare il progetto musicale di Reznor. Il musicista stesso non ha mai nascosto la sua voglia di andare verso la direzione che più lo aggradasse, circondandosi ogni volta di collaboratori che fossero in grado di sostenere il suo disegno mentale.

Già verso il finire degli anni ’90 esce l’ambizioso doppio The Fragile, meno impregnato delle influenze industrial metal degli esordi (seppure ben presenti), che si alternano a tempi spesso morbidi, dilatati, pur mantenendo le loro tipiche atmosfere oscure, faticose, pesanti. Questa direzione è confermata anche dopo lo scavalcamento di millennio, con album come Year Zero, With Teeth e Ghost I-IV (ottimo segno premonitore della sua recente carriera di successo come scorer per il cinema).

Ora però torniamo a noi. Cioè all’EP.

È importante rimarcare la presenza del produttore inglese Atticuss Ross, oramai il più stretto collaboratore/partner artistico di Reznor, che spunta fuori anche nel suo progetto parallelo (familiare vista la presenza di sua moglie Mariqueen Maandig) How to Destroy Angels. Not The Actual Events è un lavoro che Reznor sul sito definisce “non amichevole, è abbastanza impenetrabile ed era necessaria la sua realizzazione. L’ep ha una lunghezza giusta per questo tipo di storia“. Trovate l’EP in streaming integrale su Spotify, in fondo all’articolo.

La produzione è curata per far sembrare che non lo sia: synth taglienti e pesanti come ogni produzione reznoriana che si rispetti. I fan di lunga data non troveranno effettivamente nulla di nuovo o rivoluzionario: tracce come l’opening Branches/Bones ed il singolo Burning Bright fanno subito riaffiorare alla memoria ricordi sopiti in chissà quale cavità carsica del cervello, ma nulla più. Per un novizio è una buona occasione per approcciarsi con i vari strati stilistici del gruppo che, seppure ancora cosparso quà e là di botte graffianti e disturbanti, non sfiori gli apici (ma sarebbe più corretto dire i fondi) di malessere del passato, ammesso che fosse l’obiettivo di Reznor. Il musicista ha più volte ribadito  di non avere la stessa rabbia di vent’anni fa, probabilmente proprio per liberarsi di un fardello artistico ed interiore che deve aver sentito come un ostacolo alla sua evoluzione. Forse la storia di cui parlava Reznor era proprio questa: guardarsi dentro ed alle spalle, per vedere tutto quello che sarebbe potuto essere, per usare il titolo di un loro lavoro, ma che poi non è stato.

Per usare una metafora un po’ stupida, quest’ultimo lavoro può essere assimiliato al tuo vecchio compagno di banco metallaro che ora ha i capelli meno folti e meno ribelli. Quello che incontri sull’autobus la mattina ed  anche se ora non si mette più la maglietta dei Pantera ed è pure vestito per andare in ufficio staresti ad ascoltare per ore ed ore mentre ritira fuori tutti i vecchi gruppi che ascoltavi al liceo.

Potranno anche aver perso di istintiva visceralità, ma è bello quando i Nine Inch Nails ci fanno ricordare quanto cazzo ci abbiano segnato.

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