Cinque dischi che vi siete persi quest’anno (e che dovreste recuperare al più presto)

Dopo aver parlato, letto, ascoltato di quanto quest’anno ci ha portato, componendo i tasselli di quelle uscite che rimarranno le nostre preferite e di quali ci hanno invece deluso, c’è anche un versante parallelo che merita spazio, perché a conti fatti non ne ha trovato molto. Gli outsider, ovvero gli artisti (e annessi album) che non hanno colpito particolarmente o che, per motivi sconosciuti, sono rimasti del tutto fuori da ogni menzione perché sottovalutati, confinati dietro le gerarchie. È il caso di queste cinque scelte, ognuna con uno stile ben definito e sorprendentemente qualitativo, che hanno difficilmente fatto parte dei riassuntoni di questo periodo, ma che a nostro avviso meritano di essere presi in considerazione anche più di altri. Ve li riproponiamo, spiegandovi perché dovreste ascoltarli.


Jack Garratt – Phase

Di Jack Garratt si è scritto molto, ma probabilmente non sempre con grande cognizione di causa. L’artista britannico, definito da Pitchfork un incrocio ibrido tra James Blake e Jai Paul (aggiungeremmo Sampha e Chet Faker nel calderone per rendere ancora più l’idea), è in realtà, senza ulteriori fronzoli, in possesso di tutte le carte in regola per diventare un nuovo importante tassello dell’indie-pop che sconfina nell’elettronica (e non solo). L’impianto stilistico di Phase è d’impatto forse meno avveniristico o sorprendente dei suoi precedenti EP (Remnants e Synesthesiac), che avevano fatto intravedere doti non comuni nel mercato odierno. Si sa, però, un album porta in dote molte aspettative, tra cui dare il senso di continuità per tutta la durata di un prodotto che è solitamente più impegnativo.

La sensazione è che Jack Garratt non voglia strafare, non voglia costringersi a scardinare i punti che riesce più a mettere a fuoco: sa fare il suo e anche molto bene, nonostante i dubbi di una corposa fetta di critica e pubblico dopo l’uscita. Lo scetticismo dei meno convinti fa il palio con le vittorie ai Brit Awards per la categoria Critics’ Choice e quella ai BBC Sound Of, con la consapevolezza di un’artista dalla grande padronanza dei suoi mezzi anche dal vivo, tra pad, synth e drumpad (senza dimenticare faccia tutto ciò mentre canta). Avrà modo anche di osare ulteriormente, mettere d’accordo anche i meno convinti, se si riuscirà a non sottovalutarne le abilità. Nel frattempo dateci retta, tenetelo d’occhio.


Lucianblomkamp – Bad Faith

Il produttore australiano LUCIANBLOMKAMP è forse uno dei talenti più sottovalutati del panorama elettronico moderno. Dopo il debutto con Post-Nature, che aveva già fatto notare abilità di scrittura non convenzionali, dalle trame post-ambient a metà tra l’aleatorio e il concreto, è tornato con una release altrettanto potente e introspettiva di eccellente fattura, Bad Faith (su Good Manners Records). Il ventiduenne di Melbourne sembra apprezzare lo spirito contraddittorio, come si legge nelle note allegate al disco, perché nel trait d’union tra gli elementi opposti vuole ricavarne la qualità emotiva.

La release è metà strumentale e metà cantata, è il costante crossover tra reale e surreale che riesce a sprigionare tutta la sua anima intima e profonda. Una scelta che consente di evadere dagli schemi e disegnare traiettorie magnetiche dall’inizio dell’ascolto, avvalorando importanti similitudini con artisti di cui se ne percepiscono le influenze (il primo Brian Eno o l’immateriale poetica dei Radiohead di Hail To The Thief). Sentiremo parlare di lui, molto probabilmente, in futuro. Ve lo consigliamo vivamente, se ve lo siete persi strada facendo.


Nao – For All We Know

Neo Jessica Joshua, classe ’87 di Londra, è uno di quei personaggi su cui si riesce facilmente a collocare l’etichetta di “next big thing”, ma di cui successivamente si perdono con altrettanta semplicità le tracce. Forse il peso di imporsi in una scena in cui domina FKA Twigs (capace di oscurare anche un talento di casa Warp, Kelela) rende scomodi paragoni e similitudini, per quanto i background non siano del tutto comunicanti. Nao è infatti cresciuta a pane, jazz e r&b, e la sua forte anima soul di stampo moderno è in realtà la caratteristica centrale del suo album, dalle trame vive e ben impresse del suo personaggio.

In For All We Know il marchio di A. K. Paul si sente forte e chiaro (stilisticamente impeccabile già dall’EP February 15, uscito precedentemente), ma rimangono tangibili le capacità della cantante britannica, a conferma della bontà della scelta di Disclosure e Mura Masa, tra gli artisti che l’hanno scelta per collaborare nel recente passato. Speriamo che l’hype attorno a lei non si fermi (per Solange ha, ad esempio, portato al definitivo plebiscito), perché, se giustificato come in questo caso, va tenuto alto.


Nonkeen – Oddments Of The Gamble

Frederic Gmeiner, Sepp Singwald e Nils Frahm hanno un’amicizia che li lega dall’adolescenza. Nel progetto che ha visto la luce qualche mese fa sull’iconica R&S, Nonkeen, si sono messi a lavoro su molti dei progetti lasciati in sospeso da giovani, rigenerandoli e rendendoli un corpo unico, scavando tra i suoni registrati sulle vecchie tapes e creandone uno sviluppo. Prima, in The Gamble, dai contorni delicati e suadenti, poi nel follow-up, Oddments Of The Gamble, in cui la sperimentazione sonora prosegue, mettendo ulteriori elementi, verso un indirizzo più deciso e trasversale.

Il trademark di composizione di Frahm è tangibile, sullo sfondo, con atmosfere melodiche sempre cangianti a fondersi con le trame jazzistiche e folktronic del resto del duo. Un’unione che riesce a catturare e ipnotizzare una traccia dopo l’altra, in maniera ancor più avvolgente dell’album d’esordio, favorita da un’impronta stilistica decisamente qualitativa, accattivante e di rara bellezza. Anche se assunto a dosi abbondanti questa release non creerà la sensazione di avervi stancato ma, al contrario, starete già aspettando che ne esca un seguito.


Weval – Weval

Harm Coolen e Merijn Scholte Albers sono il duo olandese dietro il progetto Weval. Le loro strade si incrociano nell’industria cinematografica nel 2010, da allora, condividendo un certo gusto per la musica elettronica, iniziano a produrre insieme. Ed è proprio quel senso dello spazio, delle tonalità, del colore che è possibile scorgere nella loro scrittura. Quella sensazione di trovarsi in una pellicola, per certi versi una sintesi tra una soundtrack e una godibile ballata d’ascolto. Si erano assicurati già due anni fa, con due ep, un contratto per la Kompakt, label di Colonia molto attenta nella produzione di artisti dal linguaggio non comune e di spessore elevato.

Nel loro omonimo album di debutto le sonorità Weval creano, nonostante una discografia ancora ridotta, un flusso coerente e particolarmente riconoscibile, segno che le idee sono ben chiare a delimitare uno stile. L’elemento che fa di questo disco un fattore importante per il futuro è il fatto di potersi districare su più fronti, riuscendo ad insinuarsi con facilità tra le diverse fazioni di appassionati di un certo tipo di elettronica anti-convenzionale. C’è il rischio e l’ambizione ma anche la sapienza di non mescolare troppo le cose, c’è un po’ dell’influenza Ghostly (synth-wave mista ad ambient) e R&S, realtà che hanno dominato il panorama negli ultimi anni, ma c’è anche tanta capacità di percorrere percorsi inediti, sorprendenti. Una delle release più sottovalutate dell’anno, ma che avrà modo di lasciare traccia.

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