Deadmau5 presenta il conto all’EDM?

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Ormai quanto vi avevamo detto qualche mese fa su queste pagine non solo si è avverato, ma è oggi talmente evidente che se ne sono accorti tutti. È ufficiale la crisi dell’EDM e del circo danzante intorno a essa: monopolio sul mercato pop/dance mondiale a influenzare e far adeguare anche le categorie che coi lanci di torte non c’entravano nulla, presenza sempre più costante all’interno delle line-up dei festival internazionali e conquista definitiva all’interno dei social da protagonisti. Il fattore mediatico come imperativo assoluto, la spasmodica ricerca di contenuto orientato a far soldi e il copia-e-incolla compulsivo delle produzioni della maggior parte dei suoi esponenti aveva da tempo suscitato dei dubbi su una sua effettiva capacità di rimanere longeva.

Nella fattispecie, molti degli artisti all’interno di questo calderone si sono esposti molto spesso in maniera diametricalmente opposta, in fin dei conti, al loro percorso, declinando l’utilizzo compulsivo di un’etichetta di genere o di una categoria che circoscriva delle intenzioni artistiche. Ma il problema principale, con ogni probabilità, risiede proprio in questo: è lecito parlare di intenzione artistica per un un movimento, un “genere” che non ha fatto altro che alimentare il gap con la club culture dell’elettronica per accostarsi al pop (per lo più a stelle e strisce, per lo più post-myspace) risucchiandone l’anima e le idee?

Perché, capiamoci, probabilmente questa formula sarebbe la cosa più sconvolgente e illuminante in quest’industria musicale: prendere tutto ciò che funzioni già benissimo, aggiungerne additivi che lungo il percorso il mercato genera, esasperare il tutto in una sostanza d’impatto da top delle classifiche. Il ritratto di David Guetta? Ci siamo molto vicini. Qualcosa è andato storto, però, quando inevitabilmente tutto questo è stato reiterato all’inverosimile, macchiettizzandosi, diventando una grande marchettata continua e vuota, di cui anche gli appassionati e gli addetti ai lavori non potevano trarre ulteriori aspettative future, paradossalmente.

Ma cosa è successo, quindi, nelle ultime fasi di questo percorso, per suscitare il dubbio che la love story tra l’EDM e il regno da essa stessa creato stia barcollando? Oltre i vari motivi già citati e le varie – e opinabili – trame risolutorie, all’interno della stessa “fazione” ci si trova stretti a convivere con tali speculazioni. Il mai banale deadmau5, uno dei maggiori protagonisti di questa svolta, ne è tornato a parlare, in corrispondenza con l’uscita del suo nuovo album W:/2016ALBUM/. In una recente intervista a Rolling Stone, il canadese, già pluri-nominato ai Grammy e vera icona della scena dance da ormai più di un decennio a questa parte, ha risposto alle domande su cosa aspettarsi dal futuro della scena da ballo, quella cannibale e totalizzante di cui anche lui nell’ultimo periodo ha voluto districarsi. In particolare, su quanto aveva affermato nel 2014, quando sostenne già marcatamente che l’EDM non aveva più nulla da dire, che la sua saturazione sarebbe solo stata questione di tempo.

Il fatto piuttosto curioso è però che, stavolta, deadmau5 parla di tale regressione citando gli sviluppi dell’house di Chicago – che prese la scia della disco – e della techno, sorellastra della stessa (che creò contenuti e sistemi ancor più perversi quanto innovativi), in un salto temporale e contestuale probabilmente azzardato. Quasi come una nota a margine, nel solito linguaggio che lo ha reso personaggio più della sua musica (o quanto meno di quella dell’ultimo quinquennio, sicuramente), la centrifuga a cui fa riferimento Zimmerman è di quelle indigeste, che non hanno risvolti positivi. Ma, è lecito precisare, se dagli anni Ottanta ne sono uscite idee e dogma per generazioni intere, quella dell’EDM non è solo la ciclicità fatale dell’industria, è il rigetto del mondo che i suoi stessi fautori hanno realizzato. Questo deadmau5 lo sa bene, al punto tale di essere arrivato, nel 2016, a scrivere un disco di cui egli stesso non si sente in grado di parlare bene. Il motivo è certamente più risibile di quanto si possa immaginare: la sua capacità di rendersi popolare facendo quanto di più impopolare possa esistere rimane da ormai anni trademark assoluto della sua figura. Non è forse esattamente ciò che è successo con l’EDM?

La dance dai bassi grossi, i vocal accattivanti ed i costanti drop che infiamma gli eventi dalle più numerose presenze nel globo non avrà reso sè stessa impopolare perché ormai così tanto popolare per uscire dal suo corpo? Se così non fosse, sconosceremmo i motivi per cui Flume, Disclosure, Bob Moses, The Chainsmokers sono adesso i nomi dominanti su questa scena, capaci di spodestare l’attenzione anche dai sempitèrni Diplo e Skrillex (che in realtà, per il livello raggiunto, di attenzione ulteriore, va detto, non ne hanno nemmeno bisogno). E chi avrebbe mai detto che il famigerato “topo morto”, re dei troll, si sarebbe trasformato in un’icona da trollare al punto di prendere una misera stelletta come valutazione di un suo disco? Il 2016 ci ha riservato anche questo.

Un cerchio si è probabilmente portato a naturale conclusione. Per quanto ci riservi il futuro, in realtà, nessuna certezza, non è mai facilmente ipotizzabile in nessun ambito, tanto più in un mondo così in costante movimento, come la musica. Ma che un solco sia stato tracciato, quello sì, è decisamente possibile. Qualcuno direbbe, a questo punto, “the rest, as they say, is history”.

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