Le musiche di Before the Flood, il documentario di Leonardo Di Caprio sul cambiamento climatico

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Leonardo Di Caprio è un uomo che può decisamente tirarsela: è un ottimo attore, è bello, è single, è ricco ed è, di fatto, uno dei volti più riconoscibili al mondo. Il suo status lo rende maledettamente perfetto per sostenere cause umanitarie e campagne di sensibilizzazione dove sia necessario “metterci la faccia“. In particolare l’ultimo film che lo vede protagonista Before the Flood, per la regia di Fisher Stevens, punta ancora una volta a riportare l’attenzione verso l’attualissima questione del riscaldamento globale e di tutti gli effetti che questo porta con se.

Tutto si può dire, tranne che non se ne sia parlato. Da anni l’industria cinematografica ha trovato terreno fertile nel produrre opere che ruotassero intorno all’argomento che è definito in maniera corretta Climate Change, rendendolo un problema che potremmo definire con una punta di cinismo particolarmente di moda. Già 10 anni fa Al Gore, paladino del tema, mise in luce la questione con un film, ed è indubbio che il media  cinematografico sia molto efficace per far capire a tutti materie che risulterebbero altrimenti di difficile comprensione senza una solida base di studi. D’altro canto vi sono svariati casi in cui facilmente ci si è persi nel catastrofismo ammonitorio (esisterà come genere?) condito con una abbondante spruzzata di pietismo ed una regia/fotografia mozzafiato che ti fanno esclamare frasi come “Ma che bei colori hanno questi 20000 ettari di foresta maciullata ripresi dall’alto?“.

Volendo evitare una critica squisitamente tecnica che non ci compete e che probabilmente non vi interessa, ci limitiamo ad accennare la trama del film che di fatto ricostruisce i viaggi dello sfortunatissimo Leo intorno al mondo, documentando gli incontri con i leader più importanti di ogni stato, compresi Obama e Papa Francesco, per finire con il discorso tenuto dall’attore alle Nazioni Unite.

L’opera è un buon aggiornamento sul punto del dibattito. Cita la Carbon Tax, ci fa scoprire che una buona percentuale di membri del congresso, senatori (fra cui gli aspiranti alla Casa Bianca Ted Cruz e Marco Rubio) nonché il neoeletto Trump  neghino perfino l’esistenza di un possibile cambiamento climatico. Ci mette al corrente di come un paese come la Cina stia puntando molto sulle energie rinnovabili ed avrebbe programmi molto seri di riconversione, così come ci fa notare la facilità con cui Leo Di Caprio dica “That’s it?” ogniqualvolta gli sia illustrata una soluzione supersemplice al nostro cruccio e lo faccia assomigliare ad uno di quei tizi incapaci ad aprire un barattolo delle televendite.

Trovandoci su una webzine musicale, merita un discorso a parte la colonna sonora.
Colonna sonora che noi avevamo ascoltato prima ancora di guardare il film, su Spotify, attirati dai nomi dei compositori. In ordine sparso e non meritocratico: Gustavo Santaolalla, Mogwai ed il duo sempre più consolidato Trent Reznor+Atticus Ross.

Gustavo Santaolalla non ha bisogno di presentazioni. È uno dei più grandi scorer dei nostri tempi, vincitore di due premi Oscar per la miglior colonna sonora e sempre a livelli altissimi. Fra i lavori più recenti è bene citare le musiche del videogioco The Last of Us, unanimemente riconosciuto una delle opere videoludiche più grandiose degli ultimi anni.

Per quanto riguarda i Mogwai il discorso cambia un pochino. Sugli scudi da quasi 20 anni ed inizialmente gettati nel calderone del post-rock, il gruppo ha saputo emergere prepotentemente nel corso della propria carriera, rimanendo si sotto la noiosa e generica etichetta già citata, ma diventandone di fatto uno dei gruppi di punta ed ottimo esempio di emancipazione dal genere. Ammesso che post-rock abbia un vero significato, si intende.
Da citare senza ombra di dubbio il lavoro svolto per scrivere la musica di un film intrigante come Zidane: A 21 Century Portrait (2006, lo stesso anno della testata) e per la serie tv francese Les Revenants (da non confondere con The Revenant, film del 2016 con protagonista il buon Leo).

Nel duo Reznor+Ross, invece, il primo è lo storico leader e pressocchè unico compositore dei fondamentali Nine Inch Nails, il secondo è un produttore inglese che ha iniziato a collaborare con il gruppo per i loro dischi degli anni 2000. I due sembrano essersi trovati a proprio agio e per conto proprio hanno esordito col botto occupandosi della colonna sonora di The Social Network (Fincher,2010), conquistando subito un premio Oscar. In confidenza, uno dei nostri lavori preferiti degli ultimi anni di qualsiasi genere.

A noi è piaciuta l’idea di lasciare la composizione del tappeto sonoro ad artisti con carriere così diverse e stili così distanti, sottointeso che in un lavoro cinematografico, in specialmodo di genere documentaristico, la colonna sonora è parte integrante della narrazione e spesso fa la differenza fra i brividi sul collo e lo sbadiglio a mascella slogata. Fermo restando che la visione del film non è strettamente necessaria per comprendere a fondo i toni e l’umore delle composizioni, è quantomeno consigliata per assimilare più a fondo l’insieme di sfumature che il regista (o gli stessi musicisti) hanno voluto imprimere in determinate sequenze.

Era chiaro che da tre pesi massimi del genere non potesse uscire fuori nulla al di sotto del livello eccellente, seppure non necessariamente indimenticabile.

Nel complesso il lavoro risulta di facile ascolto, adatto a fare da sottofondo per sbrigare le faccende di casa più noiose e sentirvi, proprio mentre affettate quel pomodorino nella vostra insalata di riso, così maledettamente fondamentali per le sorti del mondo. Che poi è proprio il punto su cui la pellicola batte con più frequenza, ed il messaggio lanciato più volte durante tutta la sua durata è l’ennesima abusata parafrasi della frase “Think global, act local“. Messaggio forse banale, ma evidentemente non abbastanza recepito.

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