I Rolling Stones a Milano: sarà stata l’ultima volta?

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Che sarebbe stato un evento, l’ho percepito fin da quando ho messo piede nella città meneghina: magliette su cui campeggiava la lingua più famosa del mondo, e persone provenienti da molti paesi.

Del resto Milano e gli Stones sono garanzia di glamour: entrambi non passeranno mai di moda, soprattutto quest’ultimi, che a distanza di sessant’anni dal loro debutto riempiono ancora gli stadi. 

“Sarà l’ultima volta?” Così c’era scritto sul post di un signore seduto davanti a me nel settore del terzo anello di San Siro, ed in effetti la sua domanda era quella di tutti, non la mia però in quanto pensavo a godermi la mia prima volta con gli Stones.

Erani le 21 e 15, quando Jagger e soci sono saliti sul palco dopo un’introduzione che ha reso omaggio al compianto Charlie Watts.

Street Fightin Man e Richards ci ricordato come il suo volume della Telecaster a cinque corde sia una delle cose più rock che esistano sulla Terra.

Jagger fin da subito ha preso la scena a suon di corse avanti e indietro sulla passerella e cantando come sempre.

Covid? 79 anni? Cosa sono in confronto alla professionalità e alla voglia di far impazzire il suo pubblico? “Nulla”.

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Wood è sempre sorridente e gioviale, e i suoi soli sono ottimi, soprattutto quando con il bottleneck accarezza la sua chitarra per farle fuoriuscire il Blues.

You got the Silver e Midnight Rambler sono state meravigliose, soprattutto quest’ultima, con Jagger all’armonica ed una band sugli scudi.

Per loro il tempo sembra essersi fermato.

Certo, non si “spiega” come ci abbiano messo sessant’anni per suonare dal vivo Out of Time -accolta benissimo da tutti i presenti-, ma poco importa, con tutti i pezzi che hanno a disposizione è “impossibile” stilare una setlist, ma ci sono riusciti, facendoci cantare tutti.

“Adesso tocca a voi” così ha detto Jagger prima di intonare “You can’t always get what you want” e San Siro non ha fatto attendere la sua risposta.

Poi Wild Horses e lo stadio si è illuminato per un momento coinvolgente dove per un attimo, quei “cavalli selvaggi” degli Stones si sono ammansiti.

Giusto il tempo di ricaricare (?) le batterie per i loro singalong: Miss You e Start Me Up.

Miss you con il suo groove da dancefloor è sempre magnetica e cool, e ci ha trasportato nello Studio 54, anche se la maggior parte di noi non ci è mai stata.

Start me up è schiacciasassi, come i riff di Richards che “alla faccia di chi ci vuole male” come ha detto lui durante il concerto, suona ancora forte.

Del resto da Robert Johnson a lui, i “patti con il diavolo” sembrano fruttare.

Uh uh, uh uh.

Sympathy era la canzone che aspettavamo tutti: incendiaria, trascinante e magica.

Lo stadio si è colorato di rosso e si è trasformato in un rito sciamanico collettivo.

“I was born in a crossfire hurricane” e non c’è bisogno di dire nient’altro, il gas è a tavoletta ed è il giusto preludio ai due encores della serata: Gimme Shelter e Satisfaction.

L’attualità di certe canzoni purtroppo non passerà mai e Gimme Shelter non fa eccezione. L’urlo di Chanelle è “l’urlo” di tutti quei bambini ucraini che stanno soffrendo e il suo duetto con Jagger in Gimme è stato meraviglioso.

Infine la chiusura con Satisfaction, con quel riff donato dal padre eterno -ma forse Keith preferirebbe qualcun altro-, una mattina.

Tutto lo stadio era in piedi, tutto, indistintamente: settantenni, ventenni, tutti, per tributare così il giusto omaggio ad una band che rimarrà immortale.

Le persone se ne sono andate tutte estremamente contente e felici, anche se poi quella domanda ha ricominciato ad aleggiare nell’aria…

Personalmente non lo so, nel dubbio mi sono comprato la fascetta come ulteriore ricordo di una serata meravigliosa.

“It’s only rock and roll but i like it”.