Il papavero rosso, i Pink Floyd e Fabrizio De André

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Affinché le sue radici siano più resistenti e difficili da sdradicare, la memoria, proprio come un fiore, necessita di cure ed attenzione. Così nasce questo articolo su due canzoni il cui trait d’union è il papavero rosso: Southampton dock dei Pink Floyd e La guerra di Piero di Fabrizio De André.

Partiamo dal molo di Southampton. Southampton dock è in The Final Cut, l’album del 1983, l’atto finale di Roger Waters nella band e un requiem per il sogno del dopoguerra scritto dallo stesso Roger e suonato dai Pink Floyd.

Ancora una volta l’incubo della guerra si era palesato nella mente di Rog, e neanche in quell’occasione riuscì a restarne indifferente; così nella primavera del 1982, con la guerra delle Falkland o isole Malvine, questa ferita mai totalmente suppurata -la morte del padre Eric Fletcher Waters allo sbarco di Anzio- ricominciò a sanguinargli. 

“Maggie what have you done?”. 

Siamo nel 1982. Al molo di Southampton ci sono tante donne, ma c’è n’è una in particolare che è vestita con un grazioso abito, bagnato però dalla pioggia estiva e dalla sua quieta disperazione: sta salutando i ragazzi -non ho mai capito se questa lei ritratta in Southampton dock fosse una donna o forse la patria, ma credo più nella seconda opzione- pronti a partire in guerra proprio da lì, da quel molo dove nel 1945, molti ragazzi come loro andarono a combattere nel secondo conflitto mondiale. Alcuni tornarono, altri, tanti, troppi, non fecero mai ritorno, lasciando aspettare invano i loro cari, le “loro” donne lì, al molo di Southampton.

“A mute remainder of the poppy fields and graves”.

Il papavero è un promemoria silente e straziante della guerra, che come uno stiletto è penetrata nelle scapole dei soldati e nei cuori dei loro cari: l’atto finale di una tragedia immane.

In questa, come anche in tutte le tracce di The Final Cut si percepisce il violento antimilitarismo di Waters, l’odio verso i potenti che giocano a fare la guerra provando ad avvicinarsi il più possibile al tasto rosso della valigetta più famosa al mondo dopo quella di Pulp Fiction.

Questo però non è un gioco: in un attimo, se solo lo volessero, ci ritroveremmo in cenere o nella “migliore delle ipotesi”, vegliati da mille papaveri rossi. 

“Ashes and diamonds
Foe and friend
We were all equal in the end”.
Two Suns in the Sunset. 

“Dormi sepolto in un campo di grano, non è la rosa nè il tulipano, che ti fan veglia all’ombra dei fossi, ma sono mille papaveri rossi” 

“Ho scritto canzoni contro la guerra, ispiratemi da racconti di mio zio che s’è succhiato la guerra di Albania nell’ultima guerra mondiale, ed è il caso della guerra di Piero. Ho scritto Sidún parlando di un padre palestinese che piange su suo figlio schiacciato dalle ruote di un carro armato israeliano. Ho scritto Sand Creek… Tutto questo evidentemente non è servito a molto”.

De André scrisse La guerra di Piero riversando in forma canzone i racconti dello zio Francesco, sopravvissuto alla seconda guerra mondiale e agli orrori della prigionia nei campi di concentramento.

Purtroppo però, come nell’ultima citazione di De André, le sue canzoni non sono servite a fermare le guerre, però sono state fondamentali a non uccidere la memoria e il ricordo, proprio come il papavero rosso che nel Regno Unito è il simbolo del Rembrance Day e nella nostra memoria è il simbolo della resistenza partigiana.

Incisa a Roma tra il 18 e il 25 luglio 1964 agli studi Dimapron con la collaborazione del chitarrista -classico- Vittorio Centanaro, La guerra di Piero passò inosservata, perlomeno all’inizio.

Le occorse aspettare il culmine della protesta pacifista sul finire degli anni sessanta ed i moniti di cantanti come -per citarne due su tutti- Joan Baez e Bon Dylan per esplodere definitivamente.

Il Piero della canzone di Fabrizio, a dispetto di suo zio, non è mai ritornato dalla guerra: fa parte di quella schiera di soldati che avrebbero fatto a meno di combattere e vedere scendere dai torrenti cadaveri crivellati da proiettili color argento, come i lucci.

Invece Piero è immerso nel gelo della guerra ed un giorno si trova in una situazione che lo rabbrividisce ulteriormente: davanti a sé ha un uomo come lui, ma una giubba di un colore diverso rispetto alla sua, quindi un nemico.

Una voce della coscienza di Piero: quella della guerra che porta gli uomini a comportarsi come mai avrebbero pensato di fare, gli sussurra di ucciderlo.

Ma un’altra voce, quella umana e compassionevole lo trattiene e così viene ucciso.

Non potrà più rivedere la sua Ninetta bella, alla quale le ha dedicato il suo ultimo pensiero prima di spirare e dormire in un giardino di pietra vegliato da quei rossi fiori del ricordo.

Sono trascorsi più di settant’anni dall’ultimo conflitto mondiale -sperando che non ce ne sia un terzo- e purtroppo niente di nuovo sui fronti di guerra.

L’orrore continua a serpeggiare, i potenti sono sempre a caccia di orizzonti vanagloriosi a discapito della povera gente e la paura, pronta a non risparmiare nessuno, neanche il capitano più coraggioso, fa sempre capolino.

Forse aveva ragione De André a dire che le sue canzoni sulla guerra non servissero a nulla, ma non sono d’accordo. Quei fiori rossi che di primavera spuntano senza bussare ci ricordano come la memoria debba essere coltivata, anche con una canzone; che anche e soprattutto nei momenti più disgustosi delle nostre vite può essere una carezza, ad esempio La guerra di Piero di Fabrizio De André e Southampton dock dei Pink Floyd.

Fossi in voi le riascolterei per le loro bellezze d’intenti ed anche perché, sebbene sia considerato un pensiero “idiota” la bellezza e l’umanità salveranno il mondo. Ok, anche le canzoni.