Angeli distratti

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Concordo sul fatto che il poeta sia un uomo come tutti gli altri.

Sono convinto che la poesia sia un genere letterario che si distingue per la funzione linguistica fondata sulla primarietà del significante e delle reti che esso stabilisce, di associazioni timbriche, foniche, metaforiche, spesso non volute o inconsce.

Non è del tutto così, perché la poesia fa del linguaggio non uno strumento ma il farsi del mondo nella parola, un evento che si fonda e si modella su quella che è una delle supreme possibilità dell’essere umano. La poesia nomina le cose in ciò che esse sono, il Sacro del Mondo, secondo Heidegger.

Mi immergo nel profondo per elaborare i contenuti di questa asserzione del filosofo tedesco. La specificità della poesia non si esaurisce nell’ambito linguistico e paralinguistico e comunicativo-espressivo, o in quella di un’attività umana che, stabilendo ritmi e processi particolari, si impone a sogni e desideri. L’autentico poeta è altro. Egli costituisce, mantiene e preserva una funzione vera e propria della specie, un filone della diversità biologica che rischia di estinguersi. Quale sia questa funzione non so, ne vedo soltanto le brume, sebbene, nell’approssimarmi alle caligini, ne inizi a scorgere i contorni della forma…

Scendo nell’abisso della coscienza. Ipotizzo che il mondo del sogno non sia un enigma, ma che si prospetti uguale a quello del reale. Nel sogno ci si presentano situazioni, personaggi, perfino parole e lingue che poco o nulla hanno da spartire con il vegliante, perché si riferiscono a una sapienza incognita, a un mondo delle idee di cui non si conosce il deposito di provenienza, in cui proliferano sconosciuti volti, corpi, inediti fatti e linguaggi. Due vite parallele. A meno che non si ammetta la fondatezza di due registri diversi, di due verità, e che l’uomo sia doppio. Altrimenti, bisogna ammettere che l‘esistenza della persona, di ogni persona, sia perfettamente divisa in due, da una parte la recita del dormiente, dall’altra quella del vegliante, che non comunicano tra di loro.

In ciascuno di noi convivono due teatri, di cui l’uno non conosce, non pratica ed anzi evita i palchi e i sipari dell’altro.

Stefano Di Stasio, Orizzonti, olio su tela, 210×240, 2021

L’uomo, separato con l’altro se stesso in casa, osserva due vicende parallele e inconfrontabili, anche se raramente si verificano piccoli incidenti, déja vu, coincidenze significative, minuscoli miracoli, frutti delle incursioni dell’una nell’altra o forse solamente di leggere sovrapposizioni, involontari nodi o intrecci, lievi tocchi, brevi contaminazioni.

Una volta che si è ammessa l’inconfutabilità di questa riflessione, non è assurdo prospettare un’altra storia, quella riguardante la caduta di un angelo sbadato o distratto nell’orizzonte dell’umanità.

Ecco prestamente identificata la provenienza del Poeta, angelo distratto smarritosi nel labirinto del pianeta, che impara ad usare una lingua non sua, mezzo difficile da maneggiare, utilizzato non per relazionarsi con gli altri, bensì per andare incontro al proprio animo, per ritrovare se stesso.

“Una cintura d’acqua iridescente/ gira in tondo ovunque io guardi./ Un’isola, un cerchio, una prigione./ La calce viva delle mie astrazioni.1” Gli angeli (i poeti) nelle loro parole recano il ricordo, l’impressione del paradiso perduto; quando si accostano a un fiore, si incapsulano come un’ape sulla corolla, si inebriano di colore e vibrano del profumo, perché vi adescano una traccia, una scia di ciò che era nel loro mondo.

“Nella cuoriforme foglia di tiglio/ che ieri più di ogni altra oscillava/ nell’aria ferma del parco, trovava/ la mia anima un tuo segno, un appiglio.2”

A volte, nel cantare il ricciolo del vento che increspa l’onda del mare sfrangiata in schiuma sulla battigia, talaltra, infatuati dal pallore lunare, avviene che si trasformino in ombra o in silenzio, suggerendo involontariamente il modo di accostarsi all’altra dimensione, all’impalpabile, al leggiadro, a un’essenza sottile e volatile.

“Se qualcuno mi vede ora, e vede l’ombra che si stacca dal corpo mio, mi può scambiar per lui. (…) Mi guardo attorno, cerco se qualcuno mi ha veduto mutar di forma, e di ombra, (…) ma nessuno mi vede mai, sembra che soltanto i folli, i chimisti o gli intruglioni mi sappiano vedere.3” Da una ciocca di capelli e da una bocca sorridente, dal taglio di uno sguardo, chissà a quali immense stranianti eternità di amore e di gioiosa perfezione risalgono, chissà… Forse, l’altra dimensione è composta dell’“immaginare”, del “fantasticare”, di densità leggere o stratificate in cui vige il pensiero spirituale, libero dalla costrizione spaziotemporale.

Il vero poeta è fatto d’una natura ibrida, felice perché intuisce una promessa per sé. Mescolandosi con gli uomini, la sua presenza è messaggera di una speranza, è fonte di consolazione per la visione delicata, tenera, densa di nostalgia e di solitarietà, per la mancanza dell’idea del male e del bene e del peccato. I poeti sono una restituzione del soprannaturale.

“Un inizio d’anno intensamente felice. In casa di Adele Cambria, in via dei Portinari, (…). Chiacchiere, cibarie, e, qualche minuto prima di mezzanotte, tutti sul terrazzo raggiunto per scala a chiocciola di ferro riccioluto. Sul terrazzo, quasi attaccati, due campanili. Ma il resto… davanti e intorno, meraviglia, stupore, commozione, la Roma delle cupole e dei terrazzi. Bellezza suprema di questa città che non si lascia abitare se non da torme di irrequieti, frastornati, in fuga perenne da sé stessi. A un tratto, mentre i convitati brindano e guardano persi e invaghiti i fuochi che crepitano e zampillano, fra i due campanili appaiono due persone… Rientra nei prodigi (…) perché tutto è al di là della ragione e della stessa bellezza!4”

Gli angeli sono tra di noi. Come fare per riconoscerli? Non tutti i poeti o gli artisti lo sono. Gli angeli si celano tra di loro.

Giovanni Gasparro, St. Michael the Archangel, oil on canvas, 80×60, 2018, private collection. Image copyright © Archivio dell’Arte / Luciano Pedicini

“Questo povero luogo, (…) a guardarlo a occhi socchiusi, con un po’ di buona volontà mi assomiglia a un piccolo paradiso, abitato da qualche angelo custode di passaggio, che gli angeli sono necessari e sempre danno una mano a sopportare il peso dei giorni e delle notti senza luna.5”

Il poeta non è soggetto alla storia o alle trasformazioni sociali e culturali, la sua angelicità non si lascia sfiorare dalla materia, le sue emozioni sono più che millenarie, orientate da un’altra dimensione, da una sensibilità per l’Altrove che non appartiene agli uomini e ai loro conflitti.

“noi qui lavoriamo/ studiamo/ preghiamo/ come per dare a ogni cosa un senso// ma qui c’erano potenze/ impermeabili ai nostri desideri/ e ci prendevano per i capelli/ e ci obbligavano alle stelle”6.

Gli Angeli, non ti è dato di riconoscerli, così non saprai mai se li hai incontrati…

Ivan Aloisio, che si fa abitare dallo spirito del fratello e continua a piantare un albero per ogni maglia venduta, nel rispetto totale del processo naturale, portando con sé la tempesta della vita, il Fortunale, che è anche la sua azienda; Fabrizio Sulli, che vive come un eremita nel bosco dove crea stagni, utili per aiutare nella riproduzione rane e salamandre; Beatrice Burati Anderson che ha creato una galleria a Venezia, un luogo magico, una porta dell’Altrove, dove si incontrano gli angeli…

“Non so leggere le cartine ma mi so orientare con gli alberi, certi colori, certe luci… Se immagino il percorso per via aerea mi oriento benissimo. (…) Fermarsi è una grande arte, un’arte umile, è quella di intuire quando siamo stanchi o quando abbiamo bisogno di camminare piano piano verso noi stessi e non verso qualcos’altro o qualcun altro; è ascoltare il battito delle cose, sentire il silenzio e le sue sfumature. Noi viviamo in un universo che non finisce e che sta espandendosi e noi facciamo finta di niente (…) Forse fermarsi aiuta un po’ di più ad ammettere che siamo dentro una grande stranezza.7” Non è facile imitare la donna di Vivian Lamarque, “che non voleva per niente perdere un signore alato che aveva trovato8” bisogna cercare, cercare, come Giulia Alberico scrive, perfino nelle cose, in “tutte le cose, (che) conservano una memoria di un gesto, di un’abitudine, di un tempo. E mi pare che certe cose le facciano più di altre.9”

Cercare l’angelo fuori e dentro di noi è il giusto sentiero, e sapere che il poeta e l’angelo attingono la loro presenza e la loro energia da un’altra dimensione, che la fisica quantistica definisce “nulla”: “Dal nulla tornano le larve avvolte da bende, dal nulla tornano le veggenti, tornano le vittime sacrificali, le infule attorno al capo, tornano le carovane…10”

A volte, dal nulla o dall’incapacità di andare altrove: “(La paesologia) è il frutto di una doppia impossibilità, stancatomi di stare al paese, incapace di andare altrove, che cosa faccio, vado nei dintorni.11”

E c’è poi chi, sfidando il finito e l’infinito, il nulla e l’impossibilità, come Mirella Corsini, nasconde dentro di sé un altro angelo, quello di Marilia Bonincontro, e la distrazione diventa senso12.

Per tornare all’inizio dell’argomentare, il poeta salva la funzione biologica della memoria della Caduta.

Ester Grossi, Ouverture, acrilico su tela, 120×100, 2021
  1. Pina Allegrini, L’evangelista, in Patmos, Chieti, Noubs, 2009, p. 8.
  2. Marco Tornar, Il richiamo, in Sonetti d’amor sacro, Chieti, Tabula Fati, 2014, p. 16.
  3. Andrea Tarabbia, Madrigale senza suono, Torino, Bollati Boringhieri, 2019, p. 40. Un romanzo capolavoro sulla vita di Gesualdo da Venosa.
  4. Elio Pecora, Quasi un diario, Roma, Empiria, 2020, p. 55.
  5. Remo Rapino, Cronache delle terre di Scarciafratta, Roma, Minimum fax, 2021, p. 98.
  6. Tino Di Cicco, Venne poi l’identità, Pescara, Edizioni Mondo Nuovo, 2019, p. 83.
  7. Chandra Livia Candiani, in https://www.youtube.com/watch?v=WzGpck52vXE&t=1256s.
  8. Vivian Lamarque, Il signore alato, ne Il signore d’oro, Milano, Crocetti, 2020.
  9. Giulia Alberico, Madrigale, Palermo, Sellerio, 1999, p. 64.
  10. Rolando D’Alonzo, Bros’ Cafè, Roma, Europa Edizioni, 2021, p. 446.
  11. Franco Arminio, nella trasmissione televisiva Che ci faccio qui, di Domenico Iannaccone.
  12. Poetesse abruzzesi. Mirella erede spirituale di Marilia, autrice di migliaia di pagine di poesie e di saggi inediti. La biblioteca di Marilia è stata salvata: https://ilcentrodilato.wordpress.com/2021/04/18/il-primo-libro-e-stato-posato-alla-biblioteca-bonincontro-intorno-ad-essa-si-e-ritrovata-la-comunita-educante/