Brasile – Zaire e quel calcio di punizione tirato al contrario

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Parkstadion, Gelsenkirchen, Germania Ovest, 22 giugno 1974

È il settantottesimo minuto di Brasile – Zaire, al Parkstadion; siamo nella prima fase a gironi dei Mondiali di calcio del 1974, e la squadra sudamericana è in vantaggio per due gol a zero. La partita ormai ha poco da dire.

L’arbitro, il rumeno Rainea, ha appena fischiato un calcio di punizione dal limite a favore del Brasile; tra le proteste dei calciatori africani e le solite scaramucce in barriera, Rivelino ha già preso posizione e si prepara a calciare uno dei suoi temibili e potentissimi tiri.

A un tratto succede l’impensabile, una scena tra il comico e il surreale: Joseph Mwepu Ilunga, difensore dello Zaire, parte dalla barriera come un centometrista e – tra lo stupore generale – calcia la palla con potenza inaudita, rischiando di colpire al capo Jairzinho che, superato il primo shock, reagisce come gran parte del pubblico del Parkstadion, mettendosi a ridere.

L’autore della bravata, Mwepu, è preso dalla rabbia; apostrofa il brasiliano con un’espressione disperata, come se volesse spiegare qualcosa che nessuno può capire; l’arbitro lo ammonisce e la scena è pronta per essere consegnata alle curiosità della storia del calcio, con tanto di passaggi in programmi satirici anche a distanza di decenni.

Il calcio di punizione tirato al contrario diventa subito leggenda.

Nessuno sa che, in quei momenti, si sta consumando il dramma di una squadra, delle loro famiglie e di tutta una nazione.

Kinshasa, 25 novembre 1965

Il 25 novembre del 1965, a Kinshasa, che allora si chiama ancora Leopoldville, si consuma un golpe bianco che consegna definitivamente il potere della Repubblica del Congo nelle mani di Joseph-Désiré Mobutu, con la deposizione del Presidente Joseph Kasa-Vubu.

In realtà Mobutu, che di lì a poco prenderà il nome africano di Mobutu Sese Seko Kuku Ngbendu Wa Zabanga (pressappoco “Mobutu il guerriero che va di vittoria in vittoria senza che nessuno possa fermarlo”), di fatto comanda già dal precedente golpe del 1960.

In quell’anno, sull’onda della crisi del Congo, e con l’appoggio del Belgio e della CIA, viene destituito Patrice Lumumba, Primo Ministro eletto democraticamente, che verrà ucciso pochi mesi dopo.
Quello di Mobutu è un regime che viene definito archetipico delle dittature africane; il maresciallo-presidente basa il suo potere sulla violenza, la corruzione e il nepotismo. I diritti umani sono totalmente negati, chi si oppone al leader va incontro a terribili prigionie, spietate torture e spesso a esecuzioni sommarie; magari in uno stadio davanti a cinquantamila persone, come tocca a quattro ministri sospettati di ordire un golpe ai suoi danni. La corruzione è talmente praticata che si parla addirittura di cleptocrazia.
Non solo, Mobutu accumula ricchezze personali praticamente infinite, noleggia un Concorde solo per andare a Parigi coi familiari a fare shopping e fa costruire una pista tecnicamente in grado di farlo atterrare. Il culto della personalità imposto alla popolazione è totale.

Nonostante la barbarie del suo regime, Belgio e USA lo appoggiano dichiaratamente, ma anche molti altri paesi occidentali gli garantiscono sostegno, un po’ perché il Congo ha ricchissime risorse che fanno gola a tutti, un po’ perché riconoscono nel regime un baluardo anticomunista.

A dispetto dei riconoscimenti internazionali, Mobutu impone l’abbandono di qualsiasi influenza coloniale, a favore di un ritorno alle radici africane; questo a partire dai nomi francofoni, che spariscono, fino a ribattezzare tutte le principali città e, infine, il Congo stesso, che diventa Zaire, da una parola dialettale che vuol dire “fiume”.

Uno degli aspetti a cui Mobutu tiene di più è quello della propaganda, e quale mezzo migliore per mostrare agli occhi dei suoi cittadini – e del mondo intero – il perfetto funzionamento della macchina statale dello Zaire, se non lo sport?

Mobutu investe tutto sul calcio.

Come prima cosa fa tornare tutti i giocatori più forti, che giocano in Europa; istituisce un ricco campionato nazionale e chiama il prestigioso tecnico jugoslavo Vidinic ad allenare la nazionale. I risultati non si fanno attendere: lo Zaire vince la Coppa d’Africa nel 1968 e si ripete nel 1974, anno in cui la squadra centra una storica qualificazione ai Campionati del Mondo, sfoggiando un calcio spettacolo votato all’attacco.
Mobutu convoca i calciatori al palazzo presidenziale, li ricopre di onori, gloria e denaro; regala loro una casa e un’automobile, sistema le loro famiglie per tutta la vita.

Lo Zaire è la prima squadra dell’Africa nera, quella sub-sahariana, a qualificarsi ai mondiali. I mondiali, però, adesso tocca giocarli.

Germania Ovest, 1974

La Coppa del Mondo FIFA del 1974 è la prima a insignirsi di tale denominazione; con la vittoria del Brasile in Messico del 1970, la celebre coppa intitolata a Jules Rimet è andata in pensione.

I campionati del 1974 saranno ricordati per la bella e incompiuta rivoluzione del calcio totale olandese, con la squadra dei Paesi Bassi capitanata da Johan Cruijff che incanta tutto il mondo fino alla finale. Nella partita decisiva, dopo essere andata a segno dopo appena due minuti con un rigore di Neeskens, ottenuto senza che i tedeschi riuscissero nemmeno a toccare il pallone, l’incontro prende una piega inaspettata e la selezione della Germania Ovest vince per due reti a una.

Ma sono anche i Mondiali di Tip e Tap, dimenticate e dimenticabili mascotte teutoniche, e sono quelli in cui per la prima volta appaiono gli sponsor sulle casacche, rompendo il tabù che li voleva lontani dal calcio delle nazionali.

Quella che però interessa qui, è una curiosità minore: sono i primi Mondiali con una squadra dell’Africa nera. La curiosità attorno allo Zaire è tanta, il loro gioco è spettacolare e i calciatori sono atleti formidabili. Mobutu, inoltre, ha promesso di ricoprirli d’oro se la prestazione sarà all’altezza.

Il girone in cui vengono sorteggiati è di quelli che gli appassionati definiscono di ferro, con l’ostica Scozia, l’allora fortissima Jugoslavia e il Brasile campione in carica.

I prodromi del disastro ci sono tutti, eppure tra i leopardi – così si fanno chiamare –ottimismo ed entusiasmo sono altissimi.

Il primo incontro con la Scozia li vede perdere per due a zero, tuttavia la prestazione è onorevole e il pubblico simpatizza col loro gioco d’attacco; Mobutu, si vocifera, è però deluso, in particolare da Kazadi, il numero uno. Il portiere è tanto spettacolare e atletico nelle uscite, quanto goffo nella tecnica: il secondo gol scozzese è frutto di una sua imperdonabile papera.

La successiva partita contro la Jugoslavia è una vera Caporetto: lo Zaire perde per nove a zero. Il portiere Kazadi viene sostituito per una punizione richiesta dallo stesso Mobutu per telefono: Ndimbi, la sua riserva, è quasi un dilettante.

L’allenatore Vidinic è addirittura accusato di aver boicottato il suo stesso undici a favore dei compatrioti slavi.

È il disastro: da Kinshasa parte l’aereo personale di Mobutu, a bordo le guardie presidenziali che si presentano completamente vestite di nero e pretendono di parlare con la squadra riunita al completo. Il messaggio che Mobutu fa recapitare ai terrorizzati calciatori è più o meno questo: se col Brasile la squadra perderà con un punteggio peggiore di tre a zero, i calciatori non potranno tornare a casa, e delle loro famiglie si occuperà il governo stesso. In che modo, viene lasciato agli atleti immaginarlo.

Parkstadion, Gelsenkirchen, Germania Ovest, 22 giugno 1974

Torniamo al Parkstadion e a quel giorno di giugno.

I leopardi scendono in campo in preda al terrore; il Brasile è la squadra più forte del girone, se si dovesse ripetere un massacro simile a quello patito contro la Jugoslavia, a essere perduto sarebbe ben più che l’onore.

Il Brasile, come se non bastasse, per ottenere il primo posto nel girone dovrebbe fare una goleada, ma anche per garantirsi la qualificazione a discapito della Scozia, deve segnare almeno tre reti.

I leopardi – chiusi insolitamente in difesa – reggono, e al cambio di campo sono sotto di una sola rete. Al minuto sessantasei Rivelino raddoppia: la tensione tra gli africani è palpabile. Pochi lo sanno, ma si stanno giocando molto più che una partita.

Al settantottesimo l’episodio che fa entrare la partita nella leggenda.

Mwepu lo rivelerà solo anni dopo, anni in cui tanti appassionati hanno riso di fronte alla sua sgangherata prodezza, ritenendo lo Zaire una squadra di dilettanti, buoni solo per le barzellette. Il gesto di Mwepu, numero due dei leopardi, era invece dettato dal panico, dal terrore cieco di subire un gol che li avrebbe tenuti in bilico fino all’ultimo minuto.

Nel suo calcio disperato c’era forse la lucida volontà di perdere ancora qualche minuto, di togliere concentrazione al killer dei calci piazzati Rivelino.

C’era tutto questo, forse, ma c’era molto di più.

C’era l’irrazionale volontà di scacciare via quel pallone che rappresentava una terribile minaccia alla loro vita e a quella delle loro famiglie.

Rivelino non segnerà, ma lo farà un minuto dopo Valdomiro.

Quel giorno però è destino che gli eventi si affaccino solo sull’orlo del precipizio; il Brasile si qualifica e i leopardi dello Zaire salvano l’onore e, in definitiva, la pelle.

Da allora il calcio congolese verrà smantellato e i calciatori comunque non saranno ritenuti personaggi graditi.

Mwepu racconta la tragedia della sua squadra quasi trent’anni dopo, nel 2002: vive come un vagabondo, dopo un finale di carriera discendente, e rimpiange di non aver fatto il contadino, anziché inseguire pallone e sogni di gloria.

Morirà nel 2015.

Kinshasa, 30 ottobre 1974, Rumble in the Jungle

Mobutu si consola subito: i dittatori spesso sono come i bambini, e il suo nuovo giocattolo propagandistico è il pugilato.

Abbandonati i sogni calcistici, il suo Zaire fa parlare tutto il mondo per l’evento Rumble in the Jungle, l’incontro di pugilato più famoso della storia.

La rissa nella giungla, organizzata da Don King e contornata da un grande festival musicale, vede

Muhammad Alì riconquistare il titolo dei pesi massimi a onta di George Foreman, sotto gli occhi di tutto il mondo.

Un evento che porta lo Zaire sotto i riflettori a ogni latitudine e fa conoscere Mobutu più ancora che per la sua feroce dittatura. Dittatura che finirà nel 1997, come spesso accade coi regimi violenti, con l’esilio  – in Marocco – e la morte di Mobutu.

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