Dieci Inverni: un film tra amori soffusi e atmosfere prattiane

Un esordio molto particolare quello del regista romano Valerio Mieli, pieno di una pacatezza dei sentimenti veramente raro, tipico dei cultori delle materie umanistiche. Una complessità dell’opera data certamente dagli studi in Filosofia del regista, che comprendono la genesi e la completezza di un’amore in un arco di tempo impensabile al giorno d’oggi: dieci anni. Quasi come quei racconti dei nostri nonni, di quegli amori fatti di uno sguardo o di uno sfioramento di dita. Coltivando un sentimento distillato di veridicità, probabilmente più saldo di molti amori “tout court”, dove si ha la possibilità di vedersi in continuazione.

Venezia, che fa da scenografia, risulta apprezzabilmente fumosa, semivuota e galleggiante anche nello spirito, trasmettendo quell’aria di piacevole smarrimento esistenziale. Mieli riesce a cogliere le pieghe di un amore scompaginato, tema che gli sarà nuovamente caro nella sua seconda opera Ricordi? del 2018, attraversando grazie all’ottima sceneggiatura (scritta con l’aiuto di Isabella Aguilar e Davide Lantieri) la seducente tenerezza di Camilla e Silvestro. L’ambientazione che riguarda prettamente i periodi invernali (sarà così anche nella parentesi moscovita del lungometraggio) sta a ricordarci come una stagione apparentemente buia possa custodire sentimenti così profondi. Il vaporetto, dove i due si conoscono in principio, regge una struttura ciclica del racconto, che poi ci condurrà anche alla metamorfosi delle due personalità.

Troviamo due attori italiani bravissimi come Michele Riondino, che all’attivo aveva già molti lavori di rilievo con Daniele Vicari e Marco Risi, ed Isabella Ragonese, attrice sicula che esordisce proprio con la regia di un suo conterraneo in Nuovomondo, per collaborare poco dopo con registi del calibro di Paolo Virzì. Tutti e due rappresentano nelle loro enormi differenze caratteriali, condite dalle normali incomprensioni tra amici di diverso sesso (Borges le avrebbe definite un po’ erotiche) il connubio perfetto di equilibrio, che si alterna tra l’appagamento e la costernazione. La lontananza trattata come argomento non necessariamente negativo riesce a fare da bolla nei due amici/amanti, smussando tutti i risentimenti e facendo prevalere una compostezza pudica, senza gridare per forza all’eccentrico. Proprio questo è il bello, questa ricerca della normalità, mai invadente, coerente a se stessa e che ci porterà addirittura nella capitale russa, dove Camilla soggiornerà per via dei suoi studi di slavistica specializzata in teatro russo, e dove in seguito i due torneranno per il matrimonio di amici.

Lo stato transcontinentale farà da cornice anche ad un cameo di enorme prestigio, con il visionario cantautore italiano Vinicio Capossela e la sua Parla Piano. Lui è cultore della letteratura Otto/Novecentesca, e quindi sintesi perfetta di un’opera apparentemente placida che ricorda romanzi di autori che introducono certamente il secolo breve come Dostoevskij o Tolstoj. I rimandi di un argomento che ha riempito pagine e pellicole di tutto il mondo ricorda in parte il film Un amore di Tavarelli, addirittura dipanatosi per diciotto anni, con una chiusura poetica sulle parole del triestino Umberto Saba.

Sulla falsa riga delle fortune italiane, molti registi del panorama internazionale hanno tentato questa strada: nello stesso anno, ad esempio, negli Stati Uniti sale alle luci della ribalta il romantico dolceamaro 500 giorni insieme di Marc Webb. Bello da vedere, ma che neanche sfiora la complessità di intenti dell’opera del Belpaese. Qualche anno prima, un altro regista tratta l’amore sotto un punto di vista differente, ma con dei punti in comune con la nostra opera: Michel Gondry. Agli albori della sua avventura americana, il regista francese con il suo Se Mi Lasci Ti Cancello compone, possedendo quella verve tipica dei paesi latino/europei, un successo planetario con tutti i connotati di opera generazionale.

L’occhio di Marco Onorato e della sua fotografia completano una Venezia insensibile al tempo, che ricorda proprio l’avventura esoterica del fumettista/scrittore Hugo Pratt e del suo personaggio di maggior pregio Corto Maltese. L’insieme di tutti questi fotogrammi di vita, che oltre alle città citate si dipanano nella campagna veneta, ci ricordano quanto siano frutto del caso le dinamiche delle nostre vite, anche se proviamo mestamente a tenerle in ordine. Come gli scritti di Pratt, anche la Venezia di Mieli potrebbe custodire dei significati nascosti: La bambina di Camilla verrà chiamata Costanza, un vero e proprio incitamento a non mollare, e Silvestro con le sue lumache a rappresentare l’indolenza amorosa nei confronti dell’amica. La rincorsa amorosa dei due ragazzi è qualcosa apparentemente appartenente ad epoche lontane, ci ricorda però che l’attesa può rivelarsi più dolce e succosa dell’immediatezza, sia che ci troviamo nei meandri di una città lagunare, che in un piccolo paesino di provincia.

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