Mio fratello è figlio unico: l’Italia dai forti “ardori” politici

Sono stati scritti molti volumi sul confronto/scontro politico e sociale che si ebbe in Italia da metà degli anni Sessanta ai primi anni Ottanta. Anche perché all’epoca era tutto materia viva, le persone perlopiù credevano in qualcosa, e spesso si adoperavano anche in prima persona per migliorare la società o far emergere le proprie convinzioni.

Uno degli autori più convincenti che, sulla scia dei vari Flaiano, Bocca e Rigoni Stern, hanno colpito l’immaginario nazionale è senza dubbio Antonio Pennacchi. Lui, figlio di operai, coloni umbri che parteciparono alle bonifiche dell’Agro Pontino, ed egli stesso operaio della Fulgorcavi di Latina per trent’anni, ha saputo raccontare alle nuove generazioni vicende che rappresentano magnificamente il fervore ideale italiano negli anni dei vari gruppi extraparlamentari di destra e sinistra. Proprio da un suo romanzo con un tocco di biografico, decolla l’idea di Daniele Luchetti, che nel 2007 racconta il germogliare degli ideali di un giovane ragazzo, cresciuto in una famiglia certamente onesta, ma non troppo benevola nei suoi confronti.

Il titolo infatti non è casuale: a differenza del romanzo (“Il Fasciocomunista”), il regista romano sceglie una canzone tratta dall’omonimo album di Rino Gaetano. L’ossimoro, gridato a gran voce, esprime tutte le contraddizioni dell’epoca, ma anche la solitudine che determinate scelte “non alla moda” possono portare all’esclusione di una persona dalla massa. Così lo stesso “Accio”, sedano in italiano, a rappresentare il suo carattere bellicoso che per l’appunto si inserisce in molti piatti, lui lo fa con tutte le vicende che gli vengono a tiro. Quest’ultimo alias Antonio Benassi, alla ricerca disperata di una fede, prima religiosa e poi politica, quasi per andare contro al fratello Manrico si iscrive alla sezione cittadina dell’MSI.

Con una regia costruita sui primi piani che rappresentano una Latina sonnecchiosa, dove il Sessantotto arriverà solo tramite la televisione, emergono tutte le incoerenze dell’Italia contrapposta in due blocchi, con le note di una struggente Nada Malanima a condire le vicende dei due fratelli. Accio, interpretato da Elio Germano (che porterà a casa il David di Donatello come miglior attore protagonista), emerge prorompentemente nel racconto, costruendo un personaggio senza filtri, nessuna ipocrisia per poter tirare avanti, cosa che per chi vive in provincia è quasi necessario. Dall’altra parte c’è Riccardo Scamarcio, forse all’epoca ancora troppo legato a qualche filmetto per teenager, ma che fa il suo nel ruolo di ammaliatore di folle. Questo contrasto li porterà persino ad amare la stessa donna, una Diane Fleri fresca ed incantatrice, con quell’accento francese che farebbe sciogliere più di un pretendente.

Il film stranamente attraversa gli avvenimenti storici solo in superficie, ad i più attenti però non sfuggiranno i tormenti continui della società italiana, senza schierarsi e senza farci sentire più di tanto il dramma del protagonista, dotato di una umanità mista alla leggerezza di chi sa affrontare situazioni di una gravità assoluta. Questo ha fatto litigare l’autore del romanzo con il regista, proprio per lo stravolgimento che avviene nella seconda parte del film: una mossa sensata ai fini cinematografici, tanto da incensare la pellicola anche del premio speciale al Festival di Cannes. Questo episodio non è nuovo nel nostro Paese: ricordando lo scrittore Giorgio Bassani, che addirittura andò vicino a querelare Vittorio De Sica per Il giardino dei Finzi Contini, che vincerà l’Oscar come miglior film straniero nel Settantadue.

Luchetti riesce pienamente nel compito di adattare il romanzo, strizzando anche l’occhio alla Commedia (che al nostro Paese piace tanto), senza perdere però d’occhio i contenuti, dando vita ad una vicenda di crescita in uno spaccato non semplicissimo della nostra storia. Rappresenta i sogni frantumati dei protagonisti e di una generazione che voleva cambiare in meglio il Paese, ed invece poi o si è data alla macchia o si è cullata nel borghesismo più becero, ricoprendo tutt’ora ruoli di prestigio nelle sorti italiane.

Quello che salta all’occhio maggiormente, nonostante tutto, è l’incondizionato amore fraterno, che comprende nella famiglia anche una ancora poco conosciuta Alba Rohrwacher e Angela Finocchiaro, anch’essa vincitrice del David di Donatello come miglior attrice non protagonista. Impressiona positivamente il breve ruolo di Luca Zingaretti, convincente nei panni dell’ambulante fascista che funge quasi da padre per il giovane Accio. E quest’ultimo, da piccolo, viene impersonato da un giovanissimo Vittorio Emanuele Propizio, che ci fa da subito provare simpatia per questa “pecora nera” che litiga con tutti e scappa di casa alla prima occasione.

Forse si sarebbe potuto approfondire un minimo su quello che rappresentò quella stagione italiana e la lotta armata, anche perché in un continuo sgretolarsi di certezze, ma soprattutto di memoria, avrebbe ancora di più rappresentato una fonte d’informazione anche per lo spettatore più distratto. Nonostante questo, è un film che merita considerazione ed è certamente uno dei migliori del nuovo millennio nel nostro panorama, con un finale che come il titolo rappresenta un ossimoro negli occhi di Accio, che nonostante le tragedie mantiene dentro di sé un sano ottimismo.

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