Libertè: il nuovo album-ribellione di Loredana Bertè

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Loredana Bertè è tornata. Sul serio, senza fare sconti a nessuno, nemmeno a se stessa. LiBertè, così si chiama il suo nuovo album, è arrivato a tredici anni di distanza dal suo ultimo lavoro di inediti, BabyBertè. Ed è un disco-manifesto, un documento d’identità che non racconta la verità di un momento, ma di una vita intera. È una sintesi, una somma, il racconto fedele, tagliente e sanguinante di una donna segnata, vinta, vincente, imprudente, arrabbiata e viva. Ancora profondamente viva.

LiBertè è un disco sul ciglio del precipizio, mai innocuo, mai rassicurante, mai prevedibile, con un piede sospeso nel vuoto e l’altro ben saldo per terra. Perché ci sono la rabbia, l’insoddisfazione, la disillusione, il dolore, ma anche una tenerezza insolita, che non è affatto rassegnazione, ma una nuova conquista. Ci sono i segni del tempo passato, i tagli che non si asciugano, il rancore, la vita, con il peso delle sue disfatte. Ma il dolore che racconta stavolta non è ostinato e senza via d’uscita. È radicato, certamente, ed ancora sfacciatamente vivo, ma ha una direzione, un senso, un volto. Loredana, in LiBertè, racconta la storia di una donna consapevole, non di una sopravvissuta, ma di una che si è concessa di morire più e più volte. E adesso è viva. Un piede è ben saldo per terra, l’ho detto, ma l’altro si concede il lusso di sentire.

Per questo LiBertè non è soltanto un disco riuscito, ma un contenitore, c’è ogni volto di Loredana, ogni fatto che l’ha segnata, ogni consapevolezza che l’ha portata a cambiare pelle tante volte, senza mai snaturarsi. LiBertè non è un’antologia, non raccoglie i pezzi del suo repertorio, eppure ha la forza di un disco che riassume, che abbraccia una vita intera, che lega presente e passato senza forzare la mano. E il risultato è un album che somiglia ad ogni Loredana, che rende giustizia ad ogni Loredana, che racconta ogni Loredana.

E poi c’è la luna, ancora una volta. Tante lune, in verità, ognuna delle quali ha un volto e un ruolo preciso. La luna, nei brani di Loredana, è rifugio e condanna, sollievo e distrazione, consolazione e ostilità, sin da E la luna bussò, successo del 1979, scritto da Mario Lavezzi insieme ad Oscar Avogadro e Daniele Pace e contenuto nell’album Bandaberté. Allora Loredana cantava il forte legame emotivo tra la luna del testo e la vita di una donna che cerca il proprio posto, è una storia di rifiuto e disperazione, con un accenno di speranza soltanto nel finale (E allora giù fra stracci e amore / Dove è un lusso la fortuna / C’è bisogno della luna): la luna trova il suo posto “giù”, dove non aveva osato cercarsi e riconoscersi, dove non credeva di essere indispensabile, dove non sapeva di poter fare luce (E allora giù senza bussare / Tra le ciglia di un bambino / Per potersi addormentare). E poi c’è Luna, anno 1997, un urlo disperato, che racconta la sofferenza di chi fa i conti con quel che ha perso (E vaffanculo luna / Da quella fregatura / Da quella notte senza fortuna). Una speranza qui non c’è, il dolore che racconta è cieco e sordo, gira a vuoto su se stesso e non trova tregua (Da quanto tempo luna / Ho perso la misura / Ho seppellito pure il cuore / E che fine ho fatto anch’io? / Mi sono detta addio / E come si sta male / A ridere da soli / In queste notti luna / In cerca di altri voli).

E adesso c’è la luna di Libertè, la title-track, che rappresenta un padrone a cui ribellarsi, da cui spostare l’attenzione per non perdere di vista la propria unicità, che è fatta di coraggio e determinazione. E di consapevolezza, ancora una volta.

Io non seguo le regole del branco
A guinzaglio una vita intera
Io l’ho già visto quello sguardo
Gli occhi del cane alla catena
E a comando scodinzolare
E alla luna, alla luna abbaiare

E poi c’è Messaggio dalla luna, firmata da Ivano Fossati, già autore, per Loredana, di brani-manifesto come Dedicato e Non sono una signora. Qui la luna è la personificazione della disillusione: una conquista, dunque, una risata liberatoria e scanzonata, a tratti persino sarcastica (Non piangere tesoro / Se la torta nuziale / In un momento speciale / È finita giù per le scale / Fra le mie braccia / Come una faccia la vita si può truccare). Poi tocca a Una donna come me, un brano toccante e delicato, cantato dalla Bertè con intensità e trasporto. Stavolta la luna è una presa di coscienza, perché Loredana si rivolge a se stessa, mette insieme i pezzi che fanno la somma della sua vita, senza tralasciare alcuna sconfitta, e traccia un bilancio profondamente onesto e diretto (Tu sei una donna come me / Con i tuoi sorrisi scalzi in giro per la sera / Tu una donna come me / Senza avere più il bisogno di sentirti luna).

Ogni brano custodisce una verità profonda, nessuna canzone è trascurabile, LiBertè non concede distrazioni. È un luna-park, come la stessa Loredana canta nel primo brano estratto dal disco, Maledetto luna-park: “È tutto un luna-park / Si va su, si va giù / Si va dove non si tocca”. E questo disco va spesso dove non si tocca, qualche volta toglie il fiato, tanto è diretta e per niente abbellita la verità che racconta. È il caso di Anima carbone, ad esempio. Qui Loredana canta così: “Se Dio ha barato a mio sfavore / Dovrà saldare il conto / Con la mia anima carbone” e ancora “Non ho paura di cambiare / E di restare ancora un’edonista radicale / Mentre qui non cambia mai / Così trascino la mia ombra scura  / Che non ha patria né bandiera / Somiglio ancora a me”.

LiBertè, inoltre, vede Loredana tornare nelle vesti di autrice di gran parte delle canzoni contenute in esso. Non solo, ritrova il già citato Fossati e Maurizio Piccoli, per la prima volta collabora con Gaetano Curreri e si apre a penne giovani e promettenti, su tutti quella di Fabio Ilacqua e Gerardo Pulli. Alla produzione c’è Luca Chiaravalli, che è riuscito, con estrema maestria e sensibilità, a rendere giustizia ai lavori più significativi della storia artistica di Loredana: LiBertè è funky, rock e punk, il tutto confezionato da una veste pop, che lo rende godibile e trascinante, senza smettere mai di essere duro, spigoloso, diretto. Negli arrangiamenti, come nei testi, c’è tutta la verità di Loredana, tutte le sfumature della sua personalità.

Con LiBertè, Loredana Bertè si è ribellata un’altra volta alla monotonia e alla superficialità, ha scavato a mani nude e ha realizzato un disco sofferto e prepotente. Un disco che non lascia indifferenti, perché è pieno di vita vissuta a voce alta e a cuore nudo. LiBertè ci riconsegna un’artista in perfetta forma, che è innanzitutto una donna consapevole, non viva “nonostante tutto”, non inseguita dal dolore, ma in comunione con un dolore da cui ha imparato un coraggio nuovo. Loredana è tornata perché aveva qualcosa da dire. E l’ha detto a suo modo, senza scendere ad alcun compromesso, perché da sempre ha un solo credo a cui restare fedele: la libertà. Anzi, la libertè.

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