La prima volta che Jimi Hendrix incendiò la sua chitarra

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“The candle that burns twice as bright burns half as long”
“La candela che brucia due volte più luminosa, brucia in metà del tempo”

È una frase perfetta per descrivere la veloce parabola artistica e la vita di quello che è (quasi) unanimemente considerato il miglior chitarrista rock di sempre.

È storia nota il fatto che Jimi Hendrix mosse i primi passi verso il successo nelle strade di Londra, dov’era atterrato il 24 settembre del 1966, proveniente da New York. Qui faticava a sbarcare il lunario suonando nei locali della città, ma una sera fu notato al Cheetah di Manhattan da Linda Keith, fidanzata di Keith Richards. Ammaliata dalla sua musica e dalla sua personalità lo segnalò a Andrew Loog Oldham, manager degli Stones, che però non colse il suo potenziale; fece quindi il suo nome a Chas Chandler, il bassista degli Animals che aveva da poco deciso di appendere lo strumento al chiodo per tentare la carriera di manager. Chandler lo convinse a trasferirsi a Londra.

La sera stessa in cui mise piede in città, Jimi Hendrix improvvisò un’esibizione al The Scotch of St. James. Nelle settimane successive Chas Chandler si diede da fare per affiancargli dei musicisti capaci e nacque così la Jimi Hendrix Experience, composta dal genio di Seattle e da una sezione ritmica di enorme talento: Noel Redding, chitarrista che imbracciò il basso, e Mitch Mitchell, batterista con un solido background jazz.

Il debutto avvenne in Francia il 13 ottobre, ma subito dopo la band concentrò i propri sforzi in terra britannica, suonando senza sosta nei locali di Londra e pubblicando il primo, fortunato singolo: Hey Joe.

Tra il pubblico del Bag O’Nails, una sera di metà novembre, c’erano Eric ClaptonJohn LennonPaul McCartneyJeff BeckPete TownshendBrian JonesMick Jagger, e Kevin Ayers. Le reazioni, racconta quest’ultimo, furono parole di questo tenore: “Shit!”, “Jesus!”, “Damn!”

Insomma, per tutti questi musicisti e per gli addetti ai lavori era chiaro che Jimi Hendrix veniva da un altro pianeta e che dopo il suo avvento la musica rock non sarebbe più stata la stessa.

Il grande pubblico, però, tardava a riconoscere la sua grandezza. Lo dimostra il fatto che la sera del 31 Marzo 1967, sei mesi dopo lo sbarco a Londra, la Jimi Hendrix Experience faceva da spalla, insieme ad uno sbarbato Cat Stevens, ai modesti Walker Brothers

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Fu questa la sera in cui la carriera di Hendrix ebbe un colpo d’ala imprevisto.

L’Astoria di Finsbury Park era nato come cinema nel 1930, il quarto di una catena di sale inaugurate da Arthur Segal in più zone periferiche di Londra. Si proiettarono film fino al 1971 ma, a partire dai primi anni ’60, vennero affiancati concerti di musica rock.

Il 31 Marzo 1967, prima dell’esibizione di Hendrix, nel backstage, il suo manager Chas Chandler era in compagnia dell’amico Keith Altham, giornalista del New Musical Express.

“Come possiamo finire in prima pagina questa settimana, Keith?”

“Mah, non saprei… sicuramente non sfasciando la chitarra, perché la gente penserebbe che Jimi sta copiando gli Who. Ci vorrebbe una trovata originale, tipo incendiare la chitarra al termine di “Fire”, ad esempio…”

Chandler prese sul serio quella che per Altham era una semplice provocazione. Mandò uno dei suoi uomini a comprare del liquido per accendini in grande quantità e nel frattempo prese accordi con Hendrix.

Questa foto ritrae il chitarrista, rilassato nel backstage prima del concerto, in compagnia di Cat Stevens, Gary Walker ed Engelbert Humperdinck. Chissà se Jimi aveva già appreso il piano elaborato da Chandler…

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Ad un certo punto del concerto, durante Fire, Hendrix posò la sua chitarra accanto agli amplificatori e lasciò spazio al basso di Redding e alla batteria di Mitchell. Non visto dal pubblico, Chas Chandler immerse velocemente la chitarra nel liquido per accendini e la rimise al suo posto.

Hendrix la prese in mano e la posò al centro del palco, inginocchiandosi di fronte ad essa. Prese una scatola di fiammiferi e, dopo un paio di tentativi andati a vuoto, una lingua di fuoco alta un metro si levò immediatamente, tra lo stupore generale. Lui stesso si bruciò lievemente le dita, tanto che fu trascinato via dal palco dalla sicurezza e portato in ospedale per farsi medicare.

La notizia non guadagnò le prime pagine ma soltanto poche righe nelle pagine di cronaca. Leggendole, si ha l’impressione di un incidente involontario!

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Prima pagina o no, questo espediente funzionò. Hendrix lo replicò una seconda ed ultima volta nel mese di giugno in California, al Monterey International Pop Festival: anche qui l’effetto fu dirompente e gli permise di conquistare l’attenzione del mercato americano.

Il palco dell’Astoria di Finsbury Park (poi diventato Rainbow Theatre) è stato frequentato negli anni da diversi musicisti leggendari: Beatles, Beach Boys, The Who, Pink Floyd, David Bowie, Yes, Van Morrison, Genesis, Queen, Frank Zappa. Quest’ultimo ebbe su questo palco un brutto incidente il 10 dicembre 1971: uno spettatore lo spinse volontariamente giù dal palco, provocandogli tra le altre cose la frattura di una gamba e un profondo taglio in testa. Passò quasi un anno su una sedia a rotelle.

L’anno successivo i Deep Purple stabilirono un record, facendo schizzare il volume dei loro amplificatori a 117 decibel. Nel 1973 si tennero due concerti benefici a favore di Robert Wyatt, rimasto paralizzato pochi mesi prima a seguito di una caduta (di lui leggerete molto presto su queste pagine).

Il Rainbow Theatre chiuse definitivamente i battenti nel 1981. Questo vecchio filmato ripercorre la storia dell’edificio e mostra i suoi incredibili interni.

Nel 1995 l’edificio fu acquisito da una chiesa pentecostale brasiliana, la Universal Church of the Kingdom of God, che dopo un lungo restauro ne ha fatto il suo quartier generale per il Regno Unito. Se voleste entrarci oggi, vi toccherebbe mischiarvi in mezzo ai fedeli e scansare le diffidenze del servizio d’ordine che controlla gli accessi.

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Luigi Ladisa è cercatore di curiose storie londinesi, possibilmente sepolte dalla polvere del tempo. Seguilo su The LondoNerD, Facebook e Twitter.

 

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