Il falso perbenismo americano in Suburbicon

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Il grande cinema ogni tanto torna, ci scorre davanti. Il problema è che non abbiamo più la capacità di accorgercene e non sappiamo riconoscerlo. Sempre più in voga nella odierna fruizione del cinema è la passività. Lo dimostra come il mercato del cinema si è adeguato (o l’ha causato), portando ad un vuoto abissale, la mancanza di qualcosa veramente pregnante da un punto di vista concettuale.

Come ho già detto, eccellenti eccezioni vi sono: Suburbicon è indubbiamente una di queste. Le recensioni non sono state molto positive: un freddo 5,4 dalla bibbia della recensione cinematografica IMDb (a dimostrazione di ciò che ho prima ho detto). La sala cinematografica nella quale ho visto il film deserta, ma forse è stato meglio così.

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Il film ripropone una serie di diverse collaborazioni fruttuose. In primis quella dei fratelli Cohen, che hanno scritto con George Clooney questo sceneggiato, dopo le diverse collaborazioni precedenti (Ave CesareFratello, dove sei?). Tra queste, merita una particolare menzione il film Burn After Reading, che viene sottilmente citato in una scena del film: la scena nella quale il bambino è nascosto tra i vestiti nell’armadio con una pistola richiama infatti una scena famosa di quest’ultimo.

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Il secondo binomio degno di nota è quello Clooney-Damon, che ricorda la triade degli Ocean’s (Eleven, Twelve, Thirteen). In particolare la formula Clooney alla regia e Damon protagonista aveva però già funzionato in Syriana, premiato con l’Oscar e il Golden Globe al migliore attore non protagonista (Clooney stesso).

La presenza dei fratelli si percepisce anche nel loro famoso riconoscibile tono grottesco, con il quale in questo film viene presentata la vita americana che segue il secondo conflitto mondiale. Una vita che inizialmente sembra essere perfetta, talmente perfetta (al limite dell’utopico) che i cittadini della città di Suburbicon scelgono i nuovi membri della comunità, in modo da non rovinare l’ordine creato con tanto sacrificio e difficoltà.

Lo stesso titolo pare essere ironico: Suburbicon, dove tutto è come sembra, proprio a voler mostrare che non vi è nulla di malvagiamente nascosto in questo paradiso. Scopriremo invece che non è assolutamente così.

Il film presenta due sviluppi narrativi apparentemente paralleli, che si incontrano in brevissimi istanti che acquistano una incredibile significatività nel finale. Una nuova famiglia della comunità afroamericana infatti non è ben accetta dalla comunità, che fa di tutto per rendere il suo soggiorno pessimo, in modo da costringerla a trasferirsi altrove. E così il prezzo di ogni prodotto di uso quotidiano sale (esclusivamente per loro) a venti dollari, e ogni sera c’è una manifestazione fuori dalla loro casa. Mentre la gente è focalizzata su questo episodio, Gardner Lodge (interpretato dal solito impeccabile Matt Damon), ritratto del padre di famiglia americano, cerca di intascare un assegno assicurativo milionario, pianificando per conto terzi l’omicidio di sua moglie, per poi fuggire via con la sorella (di lei) per ricominciare una nuova vita. Il caso (se in uno sceneggiato così possiamo chiamarlo) vorrà che tutti coloro che ostacoleranno la sua volontà siano fatti fuori in particolari circostanze (gli stessi killer assoldati, un agente assicurativo che ha scoperto la frode, lo zio che vuole restare vicino al nipote).

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Tutti tranne il figlio stesso che, dopo aver perso anche il padre che ha inintenzionalmente ingerito veleno, riesce a superare questa tragedia. Come? Attraverso il legame con il ragazzo afroamericano. Il messaggio è forte: dopo tutto ciò che è successo, ad entrambi, i bambini trovano conforto nello stare insieme, dimostrando che il contatto con l’alterità (qualunque essa sia) può renderci capace di superare qualsiasi orrore vissuto.

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Dall’altra parte vi è la critica del becero conformismo, espresso nella famosa formula del sogno americano. Conformismo che nasconde però al suo interno l’egoismo sfrenato del “tutto è lecito”, della rimozione della morale nella politica, e così via, nascosti però dietro le apparenti buone maniere e il buon costume. Il popolo di Suburbicon è talmente preso dalla foga della questione razziale da non vedere minimamente ciò che di marcio si nasconde nella città, a tal punto che Lodge uccide l’agente assicurativo per strada senza essere visto da nessuno, dato che sono tutti a manifestare fuori dalla casa della famiglia afro.

Resta da chiedersi se a questo punto questo film possa essere il manifesto politico di una eventuale candidatura a Presidente degli Stati Uniti di George Clooney, che colpisce con forza visiva l’eventuale avversario (non è difficile capire che le staccionate costruite siano da assimilare ai muri di Trump).

Insomma, questo film potrebbe dunque avere un impatto decisivo anche sulla storia politica del prossimo decennio. E nel frattempo questa prende vita, è già godibile in questo momento.

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