Fight The Power: la voce dell’America nera nelle parole dei Public Enemy

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Prima di Charlottesville, prima dell’uccisione di Arlon Sterling e dell’agente afroamericano mentre guidava, prima di tutto questo c’era l’hip hop che si faceva voce di quella parte del Paese che una voce non ce l’aveva. Una classe sociale che non veniva ascoltata, ma discriminata.

L’America nera figlia di Martin Luther King, che aveva sentito parlare dell’apartheid, che cercava il riscatto e sgomitava tra i miti pop dei bianchi e si sentiva messa da parte.

I Public Enemy volevano essere quella voce che mancava.

Hanno avuto un impatto culturale e mediatico sugli altri gruppi hip hop come quasi nessun altro artista dell’epoca, facendosi promotori dei cantanti degli anni a seguire e ponendo le basi di generi musicali di prima scelta nell’hip hop degli anni ’90, quali l’hardcore hip hop e il political rap.

Sarebbero diventati il nemico pubblico, quello che alzava la voce tra gli outcast della società, aprendo dibattiti e riscrivendo le regole dhip hop, diventando famosi in tutto il mondo.

Tutto inizia nel 1982, quando Chuck D (Carl Ridenhour) e Hank Schiller iniziano a mixare tracce per la stazione radio del loro college a Long Island. Scrive Eddy Cilìa sul suo blog:

Non può non essere considerato un trionfo il fatto che Chuck D sia in grado di conquistare cuori e menti dei figli della borghesia bianca scandendo rime come quelle, indimenticabili, di Aintnuttin Buttersong, che così spiegano la bandiera USA:

Rosso è il colore del sangue versato
E blu erano i tristi inni
Che cantavamo in chiesa senza capire
Che il paradiso dei bianchi è l’inferno dei neri
Le stelle sono ciò che vedevamo
Quando ci battevano
Le strisce i segni lasciati dalla frusta sulle schiene
E il bianco, devo spiegare cos’è?”.

Si fanno conoscere per titoli come It Takes A Nation Of Millions To Hold Us Back (1988), campionario di musica rivoluzionaria, e nei primissimi anni ’90 esplode il successo di Don’t Believe the Hype e Fight The Power, grida ribelli partite da Long Island e il cui eco ancora si propaga oggi.

Nel 2013 entrano nella Rock and Roll Hall of Fame, a riprova dell’incredibile importanza e influenza che si sono guadagnati. Fautori di quello che sarà poi definito Nu Metal, di cui gli ultimi famosissimi eredi sono i Linkin Park, grazie alla pietra miliare Bring The Noise, scritta assieme ai thrashers Anthrax, tornano sulle scene nel 2015 con Man Plans God Laughs.

Ed è proprio Fight the power il pezzo da riscoprire oggi. Chuck D e i soci volevano che fosse “Aggressiva, provocatoria, senza mezze misure”. Il pezzo da colonna sonora (per il film di Spike Lee Fa’ la Cosa Giusta) più forte del periodo, insomma, che rientrò tra le tracce di Fear of the Black Planet, il loro album del 1990.

Un ritmo funk-dance da battaglia incontra un attacco diretto alle istituzioni bianche più rappresentative di quel sistema di cui si dichiaravano nemici.

A proposito della canzone, Brian Hardgroove disse: “Le forze dell’ordine sono necessarie. Come specie umana non ci siamo evoluti abbastanza da poterne fare a meno. Fight the Power non parla di combattere l’autorità, non è affatto così. Parla piuttosto di combattere l’abuso di potere da parte dell’autorità”.

1989, un numero, un’altra estate (renditene conto)
il suono del grande batterista,
la musica colpisce il tuo cuore perché so che hai un’anima,
[…] le rime e il ritmo vanno avanti,
dovete darci quello che vogliamo,
dovete darci quello di cui abbiamo bisogno,
il nostro diritto di parola è libertà o morte,
dobbiamo combattere il potere che c’è,
fatemi sentire che dite: combatti il potere.
dobbiamo pompare le nostre opinioni per farci forza,
dal cuore / è un inizio, un capolavoro, rivoluzionare è fare il cambiamento, niente di strano
gente, “gente noi siamo uguali”
no, non siamo uguali
[..]

Elvis è stato un eroe per molti,
ma non per me, vedi,
pensa al razzista che è stato quell’imbecille,
manda a fanculo lui e John Wayne
perchè sono nero e ne sono orgoglioso

La strofa è ispirata da un pezzo di Blowfly, in cui un personaggio del Ku Klux Klan esclama: “Well, I don’t care who you are, motherfuck you and Muhammad Ali.” Inoltre, è un riferimento all’idea che Elvis abbia imitato il modo di far musica tipico degli afroamericani per diventare popolare.

Chuck D affermò: “Il suo stato di icona [di Elvis] in America metteva in penombra tutti gli altri, come se non avessero contato nulla. I miei modelli musicali arrivavano da altri. I miei miti erano passati prima di lui. Probabilmente erano i suoi stessi miti. Non potevo accettare che lui fosse ‘The King'”

E John Wayne? Durante un’intervista a Playboy nel 1971 Wayne aveva sottolineato di “credere nella supremazia bianca fino a quando i neri non saranno educati alla responsabilità” (motivo per cui recentemente la California si è ribellata all’idea di una giornata dedicata in suo nome).

La maggior parte dei miei eroi non appare su nessun francobollo
Prova a guardare indietro, vedi e troverai
Solamente “rednecks” [razzisti del Sud, ndr] per 400 anni se controlli

400 anni, cioè il periodo trascorso dalla fondazione di Jamestown (1607) a cui sarebbe seguita la tratta di schiavi neri.

“Non ti preoccupare, sii felice “
è stata la canzone numero uno,
dannazione, se lo dico mi potresti schiaffeggiare proprio adesso

In un’intervista a Rolling Stone Chuck D dichiarò: “Se non sei preoccupato, se sei felice, pensi: perché protestare? Beh, non tutti la pensano così”.

Proprio qui, andiamo,
cosa dobbiamo dire
potere al popolo, nessun ritardo,
per far vedere a tutti
in modo da combattere il potere che c’è.

La vita è politica, la musica è vita, quindi perchè separare le due? Perché la musica non può diventare mezzo di comunicazione al pari di radio o giornali?

Scrive Piero Scaruffi sul suo blog:

“Potrebbero essere i Country Joe degli slum neri, cantastorie sarcastici dei mali del loro tempo, ma, restando fedeli alla tradizione di Sly Stone e George Clinton preferiscono trasformare i loro comizi in esilaranti balli da fiera, o, meglio, in piccole sinfonie di gag sonore.”

public_enemy

La musica, le canzoni, i concerti non sono più luoghi dove rifugiarsi per dimenticare i problemi, ma invece il contesto in cui parlarne, tirarli fuori, affrontarli, riunirsi e trovare una voce comune. I concerti divengono veri e propri comizi politici.

Non è più il pop che parla di cuore e amore, ma invece un hip-hop fatto di rime dure, che scavano nei pensieri e raggiungono la testa di chi ascolta sbattendogli negli occhi una realtà che non piace ma che non si può ignorare.

La voce di Chuck D cantava con la folla, conduceva un grido di protesta dietro a cui stava una speranza: trovare il proprio posto in una società ostile, ma da cui non volevano allontanarsi. Perché in fondo ai pezzi dei Public Enemy c’è questo: il desiderio di non scappare dai problemi o di emigrare, ma essere accettati. Non è un grido di paura, ma di sfida: questa società, questa America, è anche nostra.

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