American beauty: l’esordio di Mendes che affronta le insoddisfazioni umane

Questo articolo racconta il film American Beauty di Sam Mendes in un formato che intende essere più di una semplice recensione: lo scopo è andare oltre il significato del film e fornire una analisi e una spiegazione delle idee e delle dinamiche che gli hanno dato vita.

Gli ultimi anni dei 90’ hanno rappresentato certamente un viatico artistico decisamente consistente nel mondo dell’Arte. I capolavori in ambito musicale e cinematografico praticamente non si contano, avendo al tempo la possibilità per molti autori di sperimentare, ancora molto lontani del falso perbenismo che oggi ci attanaglia, e che per forza di cosa taglia le gambe alle espressioni artistiche in maniera asettica ed incomprensibile. Nel 99’ attira l’attenzione degli addetti ai lavori di Hollywood un regista teatrale britannico che aveva avuto un’enorme successo con le opere di Čechov e che a fine secolo vuole cimentarsi con la Settima arte. Sam Mendes salirà alla ribalta grazie ad una sceneggiatura nata ad inizio anni 90’, da una penna molto poliedrica nel panorama americano come quella di Alan Ball.

Infatti lo sceneggiatore nativo di Atlanta, all’inizio oberato di lavoro dalle sitcom televisive, non ha molto tempo per sviluppare la storia come vorrebbe, ma nei ritagli di tempo costruisce minuziosamente su carta le vicende, anche se come nella trama de “Il ladro di orchidee” di Spike Jonze, lo sceneggiatore non da’ all’inizio troppa importanza al suo lavoro. Ma la casa di produzione americana Dreamworks non la pensava affatto così, dato che lo pressava insistentemente per ottenere il completamento di un lavoro in cui credeva fermamente. Così anche grazie all’aiuto di Steven Spielberg, (Fondatore stesso della società cinematografica) che rivestì il ruolo di assistente di studio, Ball fu convinto a completare la scrittura dell’intera opera.

Lo sceneggiatore all’inizio avrebbe optato per nomi altisonanti alla regia, anche per ingolosire attori già affermati a partecipare al progetto, ma la produzione attirata dalle opere teatrali messe in scena da Mendes, che aveva appena estasiato New York con l’opera di Isherwood “Cabaret” insieme tra l’altro all’amico Rob Marshall, (anche lui a breve sarebbe entrato via Teatro nel mondo del Cinema) optò proprio per il regista nativo di Reading. Il fascino che subiva il regista britannico per “Il mondo nuovo” risiedeva soprattutto nel capolavoro di Wim Wenders dell’84 “Paris, Texas”, che dipingeva le peculiarità della società statunitense con un’aura di libertà, favorita dai paesaggi sterminati. Nel caso in questione però le tematiche erano un pelino differenti, ma comunque descriveva un tipo di società, in questo caso opulenta e perennemente insoddisfatta.

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La ricerca di una esistenza autentica, fuori dagli schemi impostici dalla Società attuale è il cruccio di una pellicola che ci aveva visto lungo su dove sarebbe andato a parare l’essere umano e la sua tanto amata società dei consumi, trovando in Kevin Spacey il protagonista perfetto di un’opera che lo consacrerà agli Oscar come miglior attore protagonista. L’impalcatura del film, pregna di battute brillanti sistemate pienamente sotto l’egida visionaria del regista inglese, ci dona un approccio visivo notevole, ancor prima di colpirci sotto pancia a livello emotivo. Emblematica la famosa scena della busta di plastica trasportata dal vento e ripresa dal giovane Wes Bentley, a cui tra l’altro lo sceneggiatore è molto legato, perché gli capitò realmente all’uscita del World Trade Center nei primi anni 90’, costringendolo ad una riflessione sull’esistenza.

Il decalogo dell’apparenza che all’inizio coinvolge tutti i personaggi dell’opera, tra cui oltre ad i sopracitati Spacey e Bentley, compaiono Annette Benning, Thora Birch, Mena Suvari ed il premio Oscar Chris Cooper, viene a mancare quando sono tutti costretti a riporre la propria maschera “Pirandelliana”, manifestando le proprie debolezze. L’unico personaggio in grado di affrontare questa situazione esistenziale è proprio Spacey/Lester Burnham che si allontana volontariamente da una realtà che non lo soddisfa e lo mette perennemente a disagio. La cosa che più colpisce e che nonostante l’epilogo, non ci sarà nessuno a prevalere con la propria visione esistenziale, ma verranno messe in mostra una serie di persone che attraverso un percorso più o meno traverso riusciranno ad assimilare una consapevolezza maggiore di loro stessi, accarezzando finalmente l’idea di una vita soddisfacente. “American Beauty” in sostanza ci suggerisce neanche troppo velatamente che vivere nelle apparenze rappresenta una vera e propria cappa sulle nostre aspirazioni, intimandoci di provare a ritrovare la bellezza nelle cose semplici.