Micheal Jackson: come ho scoperto l’uomo nello specchio?

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A 10 anni Micheal Jackson era il mio idolo indiscusso. Il 25 giugno 2009 ricordo bene che la sua morte mi aveva lasciata shockata, mi aveva fatto male.

C’era un poster enorme con il suo volto, il suo corpo, il suo cappello, la sua immagine, il suo ballo, il suo nome e cognome sopra la mia testa in cameretta. Quante suppliche perché mamma e papà me lo comprassero quel poster in quel piccolo angolo di cartoleria del supermercato di paese con quei pochissimi libri che erano sempre gli stessi. 

E pensare che ora, in città, potrei andare in una decina di Feltrinelli diverse tutti i giorni e sono quasi abituata a vedere tanta bellezza tutta insieme attorno a me, la do quasi per scontata: essere circondata dall’arte, dalla musica e dai libri. Tanti libri.

E invece lì, nel lontanissimo 2009, ascoltavo con imbarazzo le canzoni del momento con le cuffie enormi che c’erano all’Iperal di Prata Camportaccio: un piccolo jukebox dei sogni che funzionava senza monete e che mi permetteva di godere di piccoli momenti di felicità senza dover necessariamente comprare i dischi.

Ebbene sì, partiva il disco del king del pop che aveva vissuto a migliaia di km lontano da me (negli Stati Uniti – che conoscevo solo per GTA San Andreas- videogioco violento che ha traumatizzato i sensibili di un’intera generazione),  ascoltavo Thriller senza capire una sola parola inglese del testo e poi, alternandomi con qualche tamarrata del momento, avevo paura che qualcuno mi beccasse ascoltare canzoni con dentro le parolacce e quindi passavo alla canzone successiva. Una di quelle volte, premendo il tasto “next”, che avevo capito da lì che si traduceva con “prossimo/a”, ascoltai per la prima volta Man in the mirror di Michael Jackson.

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Succedeva che con estrema timidezza e vergogna, quando sentivo sporcarsi il linguaggio, cambiavo canzone e cominciavo ad osservare tutte le immagini e tutti i gruppi musicali in copertina che mi si presentavano davanti agli occhi. Come se ascoltando tutte quelle parolacce offendessi tutti coloro che, pur vivendo in un mondo pieno di ingiustizie, quelle parolacce non le usavano. 

Devo anche aver pensato di non meritarlo tutto quel bene scritto nei libri belli, nelle canzoni, nell’arte che era appoggiata lì per me negli scaffali. 

Sfogliando i libri avevo paura di fare male alle pagine perchè volevo meritarmi di avere quella bellezza fra le mani. E per meritarmela avevo capito che avrei dovuto saperla riconoscere.

E allora decidevo di impegnarmi a scrutarla e a capire se il messaggio che trasmetteva poteva voler dire qualcosa per il bene mio e per il bene degli altri.

Sarebbe bello tornare ad avere questo idolo che voleva cominciare da se stesso per cambiare il mondo. E sarebbe bello tornare ad ascoltare musica così.

Aspettate ma.. io forse non ho mai smesso di ascoltarla così.
E voi?