Bob Klose, il chitarrista che abbandonò i Pink Floyd

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La storia del rock è piena di musicisti che non ce l’hanno fatta per un pelo; storie di treni persi per uno scherzo del destino, per eventi tanto beffardi da suonare crudeli. Una storia poco conosciuta è quella di Bob Klose, il primo chitarrista dei Pink Floyd.

La storia di Bob Klose si va così ad affiancare a quelle che hanno caratterizzato gli inizi di quasi tutte le grandi band. Nei Beatles ci fu Pete Best, a cui lo sgabello dietro la batteria fu sottratto da Ringo Starr alla vigilia del grande successo; ma anche Stuart Sutcliffe, bassista bello e dannato che preferì la fotografia al beat, ma morì giovanissimo.

Emblematico il caso di Ian Stewart, tastierista ebbro di boogie dei primi Rolling Stones; Ian venne fatto fuori perché il suo aspetto non si confaceva all’idea della band che aveva il loro manager. Stewart, che era un pezzo di pane, la prese bene e rimase nell’ambiente degli Stones come roadie. I Led Zeppelin e i Deep Purple, invece, sempre grandi rivali, sono uniti da un nome: Terry Reid.

Il cantante e chitarrista fu infatti in grado di rifiutare prima la proposta di Jimmy Page, e poi quella di Ritchie Blackmore, condannandosi ad un’oscura carriera di culto.

La storia di Bob Klose è misteriosa fin dall’inizio.

Rado Robert Garcia Klose, per cominciare, è il suo nome completo; alcuni però lo chiamano Radovan, altri storpiano il cognome in Close, rendendo la vicenda ancora più confusa. Se i Pink Floyd sono passati alla storia per i loro temi cupi, è vero che l’infanzia di Bob sarebbe calzata a pennello, in questo senso.

Bob Klose è figlio di un rifugiato della Germania Nazista; la mamma, invece, è inglese e fa parte del Women’s Land Army. Il WLA era un’organizzazione civile britannica creata durante la Prima Guerra Mondiale. L’obiettivo era che le donne potessero lavorare nell’agricoltura per sostituire i lavoratori chiamati dalle forze armate. Le donne che lavoravano per la WLA erano comunemente conosciute come Land Girls. Il corpo venne riformato con lo scoppio del Secondo Conflitto Mondiale. Tra le altre, ne fece parte Joan Quennell, in seguito membro del Parlamento.

Klose nasce a Cambridge nel 1945 e i primi anni della sua vita non sono semplici. A causa delle ristrettezze economiche, la famiglia vive in una tenda da campo nei pressi della fattoria dove i genitori lavorano. La storia della famiglia Klose è anche una storia di riscatto; le cose vanno meglio e Bob, ormai adolescente, può andare a studiare a Cambridge e poi a Londra. Nella capitale studia architettura e poi scienze al Regent Street Polytechnic.

Sono però gli anni in cui Londra sta diventando la Swingin’ London che passerà alla storia. I Beatles hanno appena sfondato, il blues riscoperto dai cugini americani ha preso il posto dello skiffle. Decine di band nascono ogni settimana e la musica è la vera religione dei giovanissimi. E mentre fautori del beat e del mod si scontrano a volte anche violentemente, mentre le ragazze iniziano a portare la minigonna e a parlare di autodeterminazione, il giovane Bob ritrova a Londra due vecchi amici di Cambridge.

Syd Barrett e Roger Waters sono a loro volta studenti, ma la loro passione è la musica. Con altri amici hanno messo su una band che suona per locali e cerca di trovare la buona occasione. La situazione del complesso è piuttosto fluida, formazione e moniker cambiano continuamente. Quando Bob Klose, che è un provetto chitarrista, entra nel gruppo, la line-up comprende anche Nick Mason, Richard Wright, Clive Metcalfe e Keith Noble. Occasionalmente, alla voce c’è pure Juliette Gale, che nel 1965 lascerà e sposerà Wright. A volte a cantare c’è anche Chris Dennis.

Per quanto riguarda il nome, la situazione è ancora più complessa; in base agli umori del lunatico Barrett, il prototipo dei Pink Floyd si chiama Abdabs, Screaming Abdabs o Meggadeaths; ma anche Tea-Set, Spectrum Five, Leonard’s Lodgers e Pink Floyd Sound.

Il suono dei ragazzi di Cambridge è piuttosto convenzionale per l’epoca, sospeso tra il beat e una sorta di blues edulcorato, a uso e consumo dei giovani londinesi.

Presto rimangono solo Barrett, Waters, Wright, Mason e Klose.

Siamo praticamente davanti alla formazione definitiva dei Pink Floyd, quella che registrerà The Piper at the Gates of Dawn. In più c’è Bob Klose.

All’epoca i musicisti sono alle prime armi, il solo Wright ha qualche studio alle spalle; Waters, per sua postuma ammissione, è in grado a malapena di suonare il basso; Barrett tiene la scena più per l’innato carisma e le bizzarre invenzioni, che per la tecnica. È significativo rileggere cosa dice a proposito di Klose Richard Wright:

“Era davvero un musicista di gran lunga migliore di chiunque altro di noi. Ma penso che avesse qualche problema con gli esami e sentiva davvero che doveva applicarsi allo studio, mentre il resto di noi non era così coscienzioso.”

Dietro la quasi subitanea uscita dal gruppo di Bob Klose non c’è quindi nessun fuoco d’artificio, nessun complotto o mistero.

Da una parte il giovane probabilmente non ci crede abbastanza; forse il suo obiettivo primario – data la povertà patita dalla famiglia durante la sua infanzia – è la laurea, per ripagare i genitori e ambire a una posizione; d’altro canto il Bob chitarrista è devoto più al jazz e al blues, che non alle derive psichedeliche che Syd Barrett ha già in mente.

L’uscita di Klose dal gruppo, però, ne facilita in un certo senso la crescita; Barrett può prendere saldamente in mano le redini e condurre la sua creatura verso i lidi alternativi che gli stanno a cuore. Quella dei Pink Floyd psichedelici sarà una breve stagione che – tuttavia – segnerà l’intero genere. E, soprattutto, la mente di Syd, resa ancora più instabile dallo smodato consumo di droghe lisergiche.

Interrogato anni dopo a proposito della veloce e scintillante parabola di Barrett, Klose ha speso parole certo non banali; secondo lui, il suo vecchio amico sarebbe stato felice di bruciare in fretta la sua carriera e – nel contempo – lasciare il suo marchio indelebile.

Bob Klose riesce comunque a registrare dei brani con la formazione a cinque dei primigeni Pink Floyd; quei solchi rimangono nei cassetti della casa discografica per anni. Solo nel 2015 vengono pubblicati in un EP intitolato1965: Their First Recordings. La band che si può ascoltare all’opera è piuttosto convenzionale rispetto a quella che due anni dopo darà una svolta al rock sperimentale.

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Tra i brani spiccano la bella Lucy Leave e la selvaggia Remember Me con l’inconsueta vocalità roca di Barrett; Walk with me, Sydney è la prima composizione di Roger Waters, un beat stucchevole che il bizzoso bassista oggi farebbe volentieri sparire. I’m a King Bee è un classico blues di Chicago cantato in stile indolentemente british.

Lo strumento più in evidenza è proprio la chitarra elettrica di Bob Klose; tra qualche indecisione e un suono non certo in alta fedeltà, Bob sciorina con discreta sicurezza fraseggi tra il blues e il surf rock.

In bella evidenza anche le tante parti di organo Hammond di Richard Wright, con Bob il più sicuro tecnicamente. Forse non solo all’epoca.

Bob lascia la musica, preferendo la fotografia, nel cui ambiente si fa un buon nome. Nonostante la sua fuoriuscita gli precluda la possibilità di far parte di una delle band più milionarie della storia della musica, Bob non pare mai avere rimpianti. O almeno così sembra dalle sue dichiarazioni, sempre prive di malanimo verso gli ex-compagni. Gli stessi Waters e soci, del resto, hanno parole gentili verso di lui, considerandolo a tutti gli effetti un ex-membro dei Pink Floyd, sebbene il nome non fosse ancora quello definitivo.

Come a chiudere un cerchio, poi, Bob Klose a un certo punto soffia via la polvere dalla chitarra e si rimette a suonare. Il finale di questa storia suona ironico.

Nel 2006 e nel 2015 Bob collabora con David Gilmour in On a Island e Rattle That Lock. Quel chitarrista che per poco non incrocia nei Tea-Set all’epoca della Swingin’ London e che si prende onori e riconoscimenti nei Pink Floyd, lo chiama a suonare con lui.

Tutto sommato lo possiamo considerare un bel lieto fine.

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