Memorie di una geisha: Rob Marshall si mette alla prova esaltando l’estetica orientale con l’occhio occidentale

Questo articolo racconta il film Memorie di una Geisha di Rob Marshall in un formato che intende essere più di una semplice recensione: lo scopo è andare oltre il significato del film e fornire una analisi e una spiegazione delle idee e delle dinamiche che gli hanno dato vita.

Molto spesso il cinema ha attinto dal teatro o dalla moda nuova linfa per rigenerarsi e sorprendere attraverso immagini sofisticate le fette di pubblico più esigenti. È certamente il caso di Rob Marshall, coreografo statunitense che ebbe un’enorme successo proprio nella sofisticata arte della rappresentazione teatrale con un oramai classico del cinema americano, Victor/Victoria. Il musical di Broadway lo consacrò talmente tanto al grande pubblico che alla sua prima opera cinematografica Chicago, altro musical del 2002, attirò l’attenzione internazionale anche per l’immenso cast che componeva la pellicola. L’estetismo portato al suo apice, e che farà da apripista ad un altro asso di questa nobile arte, stavolta rubato alla moda, Tom Ford, è condito anche da un grandissimo successo al botteghino, ed apre le porte a progetti più ambiziosi al novello regista di Madison.

È proprio con la sua seconda opera, Memorie di una geisha, che Marshall alza il tiro, portando nel mondo occidentale una visione onirica di quel mondo tanto lontano, ma alquanto affascinante come il paese del Sol levante. La pellicola, tratta dal romanzo di Arthur Golden e dal titolo omonimo è prodotta da una casa cinematografica delle più rinomate, come è la ambiziosa Amblin Entertainmente di Spielberg. Marshall sottolinea maggiormente i tratti visivi del Giappone degli anni Trenta del Novecento, portandolo a quello che nei cinema d’altri tempi si definiva “primo rullo” sino all’avvento della Seconda guerra mondiale. In questo frangente si attraversa la fanciullezza della piccola Chiyo, che insieme alla sorella dovrà abbandonare la propria famiglia per via della malattia terminale della madre e che per impossibilità economica del padre, umile pescatore, verrà venduta come “maiko”in una “okiya” di Kyoto, (residenze che fungono da formazione per quelle che noi definiremmo apprendiste geishe).

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La raffigurazione che ne emerge, è una vera e propria tela d’artista intrisa da colori ed espressioni magnetiche: immancabile la fioritura dei “sakura” detti anche ciliegi giapponesi, facendo attraversare a chi osserva, i piccoli passi di una storia di disperazione ma anche di riscatto. Gli occhi della protagonista, talmente particolari da ricordare l’acqua che scorre e che fa perdere la testa ai massimi esponenti della nobiltà e dell’industria giapponese, segnano anche il carattere della giovane. Quest’ultima a dire della povera madre rappresentavano l’acqua che scava la strada attraverso la pietra, che quando è intrappolata, crea un nuovo varco. L’arte affabulatoria ed incantatrice di quella che da “maiko”/apprendista si trasformerà in geisha, rappresenta senza dubbio l’esistenza di ognuno di noi, in eterna lotta per cercare un equilibrio tra bene e male.

È difficile descrivere la figura della protagonista agli occhi più smaliziati di noi occidentali, che definiremmo senza mezzi termini come “bella di notte” per non incappare in inopportune volgarità, ma in realtà la geisha aveva un ruolo importantissimo nella società giapponese, abbracciando diversi rami dell’intrattenimento, inteso come arte, danza e capacità culturali e verbali non indifferenti, che favorivano accordi di ogni genere tra le fasce più alte del potere nipponico. La piccola Chiyo, che diventerà Sayuri rappresenta a pieno titolo il vecchio adagio dell’affrontare le avversità della vita in modo netto e stracolmo di una dignità e di una innocenza mostrate al massimo dall’attrice cinese Zhang Ziyi, supportata da un cast conosciutissimo in Asia e tra cui compaiono anche: Ken Watanabe e Michelle Yeoh. L’opera di Marshall, non a caso riesce ad ottenere tre statuette alla notte degli Oscar, premiato per i migliori costumi, migliore fotografia e miglior scenografia. La pellicola ha suscitato qualche incomprensione sia per il popolo nipponico che per quello cinese, dato che le tre attrici principali, che interpretano tre geishe sono tutte di etnia cinese, questo ha risvegliato sentimenti nazionalistici da parte dei giapponesi, ma anche profondo risentimento da parte del popolo cinese, vessato dal paese del Sol Levante proprio in quel periodo con il conflitto della Manciuria, che i giapponesi avevano occupato, attaccando anche altre regioni del vasto territorio dell’attuale Repubblica popolare e dove purtroppo i soldati rapivano giovani donne per i più svariati scopi. Questo fece sì che la pellicola non venne mai proiettata in Cina, anche se attualmente è possibile trovarla in streaming. Questo non toglie chiaramente lustro ad un’epoca piena di contraddizioni ma ancora piena di sprazzi di culture ancora nascoste, azzerate poi dal conflitto bellico. Il film nasce soprattutto per gli occhi occidentali che immaginano e sognano ancora oggi un mondo esotico, sognante e avvolto da un alone impenetrabile di mistero.