L’uomo senza più tempo

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Se l’uomo fino a qualche tempo fa attingeva a piene mani dal passato e prevedeva ampie possibilità per il futuro, ora non più. È che forse è stato ingiusto, ha avuto le braccia corte verso il presente e il passato, distratto dalla sua preferenza per il domani in una forsennata accelerazione in avanti. La velocità che ha impresso a ogni sua attività ha consumato tutte le riserve di futuro, che ormai non arriva più, in imperdonabile ritardo: non se ne vedono tracce, se non fosche. Da sempre, l’uomo è entrato nelle aule del passato per mistificarle.

Complice del passato, il futuro ha chiuso le porte, ritirandosi nel suo alveo incompiuto.

Eppure, l’uomo è il tempo, egli stesso per primo ha azionato le leve degli orologi, ne ha ordinato la direzione dividendo il congegno in base alle sue esigenze in tre parti uguali: ieri, oggi, domani; ha tanto faticato nel costruirlo e poi nel mantenerlo, finché non ce l’ha fatta più a tenerlo sempre pulito e funzionante, a un certo punto il progettista si è stufato oppure ha accelerato il movimento delle ruote dell’ingranaggio a tal punto che il futuro si è ribaltato, scivolando alle sue spalle, forse si è rotto e giace riverso da qualche parte, girando a vuoto. Il passato domina ancora il presente, ma per forza d’inerzia.

L’uomo ha inventato il tempo perché egli stesso è una macchina del tempo, è la macchina del tempo, nascosta verità, che rimanda al suo essere creatura animale pronta ad autodefinirsi sapiente, homo sapiens, animale pensante e parlante in grado di dettare un messaggio a uno, due, cento simili a loro volta capaci di elaborarlo, solidalmente disposti all’organizzazione di un sistema che aiuti e sostenga il congegno del tempo ad andare avanti.  

Calca le scene e i palchi addobbato di maschere e costumi con il proposito di cancellare ogni traccia della sua nuda animalità, toccando ogni oggetto per sollecitarne un moto, tanto da rimanere intrappolato in quelle continue spinte, proprio come l’orologiaio che non riesce più a rimontare i pezzi sparsi sul tavolo: gli viene a mancare un centro, gli diventa una fola il progresso, non c’è più ragione a guidare l’uomo, ma nell’esprimere sorrisi freddi e di circostanza nelle importanti riunioni del G 20 a Roma o della Cop26 a Glasgow, egli cela la stasi, la bonaccia in cui da imprudente navigatore si è cacciato, vivendo con malcelato terrore l’attesa del futuro che non viene più, ma come fa a arrivare, se è lui stesso a generarlo? Un futuro senza la sua traccia, senza la sua impronta, che si è rivoltato contro il suo inventore, come Zeus con Chronos. 

Chi riuscirà a far scattare di nuovo la leva del futuro?

Pierluca Cetera, I fattori, olio su tela con due sfere di gomma, 75×75, 2021

Le tele raffigurano un uomo e una donna nudi, quasi a grandezza naturale, di cui è possibile scorgere solo una porzione del corpo; girando la palla è possibile vederli interamente. Sul corpo dell’uomo, rappresentato frontalmente e con sguardo leggermente verso l’alto, è possibile vedere tre galline spostando la sfera in direzione laterale all’asse su cui è sistemato il corpo maschile. La donna, vista di spalle, “vede” lo spettatore. Sul lato destro, una capra, trasversalmente rispetto al corpo della donna. Un altro caprone sul polpaccio sinistro della donna, sempre laterale. La rappresentazione spaziale delle figure altera la visione prospettica di immagini pittoriche, fotografiche o cinematografiche. L’uomo e la donna rappresentano “l’universo” maschile e femminile. Come due mappamondi le due sfere sono sospese su di un piedistallo minimale in ferro ed è possibile vedere il dipinto girandovi intorno, spostando a piacimento la posizione della sfera. Il movimento rotatorio dei due “universi” fa riferimento al tempo, ma anche alla tensione dello sguardo, verso la fronte o all’indietro, e alla relazione orbitale tra i due mondi. Gli animali da “fattoria” caratterizzano la personalità delle due figure in relazione all’oroscopo cinese, e rimandano ai vari significati della parola “Fattore”.

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