Un altro giro: il finale secondo Vinterberg

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È difficile uscire dalle sale di Un altro giro (Druk) di Thomas Vinterberg e avere un’idea chiara o una presa di posizione netta rispetto alla moralità dei protagonisti e della loro storia. Sarà per l’obiettiva complessità dell’argomento, per i drammi che inevitabilmente esplodono in corso d’opera o per quelli che sotterraneamente divorano le vite dei protagonisti, e soprattutto per la magistrale visione del regista danese, che permette allo spettatore di seguire l’evoluzione degli eventi da un occhio vicino, ma prudente nell’emettere giudizi.

Con Un altro giro, vincitore dell’Oscar come miglior film straniero 2021,  Vinterberg, con un cast di “fedelissimi” , già ammirati in molte delle sue precedenti pellicole (tra le quali è impossibile non citare un Mads Mikkelsen in stato di grazia, che con Vinterberg aveva già magnificamente collaborato per Il sospetto) ci conducono nella vita piatta, monotona e spenta di quattro insegnanti tra i 40 e i 50 anni, alle prese con le solite noie, assaliti dallo spettro di aver perso quella brillantezza giovanile e assillati da una vita professionale e familiare che li rende prigionieri di una ricorrente insoddisfazione. D’un tratto, uno di loro solleva una proposta: sperimentare lo studio dello psichiatra Finn Skårderud, il quale asserisce che l’uomo dovrebbe vivere con lo 0.05% di alcool nel sangue per poter raggiungere un livello di autostima più affermato, e di conseguenza vedere la propria vita sotto una luce diversa.

Inizia così la parabola dei quattro insegnanti, che si snoda come un vero e proprio studio accademico, in cui il tasso alcolemico e gli effetti psicosociali vengono costantemente monitorati con metodo scientifico durante l’arco delle loro giornate. Le prime impressioni sono positive e sembra che la loro vita stia realmente cambiando per il meglio, custodendo cautamente il loro escamotage; quando però decidono di andare fino in fondo e testare gradualmente tutti i vari livelli dello studio, fino a quelli più incontrollabili, l’asticella inizia diventare troppo alta e risulta impossibile nascondere agli occhi di famiglia e colleghi il loro comportamento. Al contempo l’assuefazione gioca la sua parte e i controeffetti negativi non tardano ad arrivare, dalla tragica morte di uno dei quattro fino alla dissoluzione della vita familiare di Martin (interpretato da Mikkelsen), che portano ad una sospensione dell’esperimento.

Nel finale, durante la festa di diploma dei suoi alunni, per Martin si riapre una possibilità di ricucire con la moglie, ma lui, con lo sguardo perso in quel mare che ha visto morire il suo amico Tommy, decide invece di unirsi ai festeggiamenti in uno splendido ballo acrobatico, che termina con un tuffo a volo d’angelo nel porto di Copenhagen, di cui il regista cattura un frame sospeso per terminare la sua pellicola.

In un’intervista rilasciata per Fred Film Radio durante il Festival del Cinema di Roma 2020, Mads Mikkelsen, Thomas Vinterberg e Magnus Millang (che nel film interpreta Nikolaj) forniscono allo spettatore delle chiavi di lettura molto interessanti sul significato di Druk e del suo finale. Anzitutto, il film non può e non deve essere un’esaltazione dell’abuso di alcool, che in Danimarca rappresenta un problema: malgrado il trend sia in decrescita, resta il paese scandinavo con maggior consumo pro capite per adulto, con uno sguardo preoccupante soprattutto alle fasce d’età più giovani. Non è assolutamente un film che parla di crisi di mezz’età, sarebbe riduttivo: Mikkelsen, infatti, afferma che “20, 30, 40, sono solo numeri. 50, certo, è un numero più grande ed un punto della vita in cui ti senti a metà strada, ma non c’è necessità di elaborare ciò come una crisi: piuttosto, puoi fermarti e dire ‘va bene, attiviamoci!’”.

I protagonisti vengono ripresi da un occhio neutro, come persone che hanno le loro criticità nella vita e alle quali non si può biasimare fino in fondo la scelta di fare qualcosa per ravvivarla: la potenza registica risiede nel presentare la vita dei quattro insegnanti attraverso spaccati intimi, ma senza mettere mai lo spettatore nella posizione di creare un giudizio a priori e rendendolo così partecipe emotivo del loro esperimento; per Mikkelsen, inoltre questo è un film molto italiano nel suo intento di trasmettere “una sensazione di vita”; Vinterberg fieramente dà conferma, citando La grande abbuffata di Ferreri come ispirazione principale, così come Mariti di Cassavetes e Fight Club di Fincher. Per il regista questo è un film-studio sull’essere umano, e su come reagisce all’incontrollabile, ossia quando decide deliberatamente di perdere una parte più o meno consistente del controllo che ha sulla sua vita, favorendo una rottura della sua monotonia ma progressivamente perdendo anche la capacità di bilanciare il tutto.

Il pathos degli eventi sfocia nella splendida scena finale, di cui Vinterberg ne riconosce la potenza: per il regista è una celebrazione della vita, dove viene messa nuovamente al centro un’euforia sentita e partecipata, che fa sentire vivo anche lo spettatore. Il finale è dichiaratamente aperto, ognuno può uscire dal cinema con la sua opinione: in quel tuffo, Martin desidera volare o annegare come il suo amico Tommy? Secondo lo stesso regista lui spera di poter spiccare il volo in quel momento, ma l’intero film coinvolge noi osservatori, portandoci ad un’elaborazione strettamente soggettiva degli eventi e della loro etica: per alcuni il tuffo di Martin può simboleggiare una caduta, il cui slancio maschera la disperazione per aver distrutto ciò a cui teneva maggiormente. Chiunque può credere ad una di queste versioni, può compatire o meno le scelte di vita fatte da Martin e dai suoi amici, ma in fondo quello che conta maggiormente è la volontà di rialzarsi da quello scenario desolato che lentamente divorava la loro vita, catturare a pieno l’energia del momento e infine, lanciarsi senza sapere quali saranno le vere conseguenze: la vita è anche e soprattutto questo.

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