The Guard: un irriverente Gleeson nei panni di un burbero anticonformista

Questo articolo racconta il film The Guard di John Michael McDonagh in un formato che intende essere più di una semplice recensione: lo scopo è andare oltre il significato del film e fornire una analisi e una spiegazione delle idee e delle dinamiche che gli hanno dato vita.

Nella miriade di pellicole che ogni anno ci giungono da Oltremananica, è esplosa considerevolmente la “commedia acida”. Quest’ultima, tipica dei paesi anglosassoni e gaelici sta rappresentando una vera e propria boccata d’aria fresca per un genere che soprattutto in Italia rappresenta eternamente le solite vicende, condite irrimediabilmente da finali più che prevedibili e che inspiegabilmente continua a funzionare. Questo dovrebbe dirci molto anche su che piega abbia preso la cultura nel nostro Bel paese. Fortunatamente per chi è amante del tipico humour britannico, ma soprattutto delle citazioni colte, arriva il fratello maggiore dei fratelli McDonagh alla sua opera prima ad imbastire una pellicola che fa della imprevedibilità la sua caratteristica principale.

Il regista irlandese John Michael McDonagh, fratello del più celebre Martin autore tra gli altri di In Bruges e 7 psicopatici, riesce ad estrarre tutto l’amaro dell’esistenza, mescolandola sapientemente con i vizi e le virtù umane. Una piccola nota di demerito però va come sempre a chi, importando la pellicola ne compromette irrimediabilmente il senso nel titolo, minimale nella sua accezione originale e trasformato in Un poliziotto da happy hour. Il titolo in italiano è assai fuorviante, fatto proprio per attirare un certo tipo di pubblico, che con ogni probabilità non ammirerà comunque il film. Per stessa voce del regista, la storia ha una profonda alchimia con quei favolosi western al tramonto, malinconici ed energici, dove nell’ennesima zona di confine (Ovest dell’Irlanda) si dipanano le vicende umane e “professionali” di poliziotti poco ordinari e banditi di ogni genere.

Il ruolo da protagonista, neanche a dirlo ricade su un irlandese e ancor di più dublinese doc come Brendan Gleeson, irriverente e politicamente scorretto come pochi. Anche per questo questa commedia amara fa breccia, soprattutto osservando il malcapitato Don Cheadle, agente dell’FBI inviato in Europa per indagare sui traffici di droga. L’attore afroamericano, bravissimo nel ruolo da comprimario, viene costantemente sorpreso dal poliziotto irlandese. La sensazione è che nel mondo profondamente conformista di oggi, nonostante egli stesso si dipinga avanzato con battaglie che rappresentano veri e propri specchietti per le allodole, il Gleeson che esprime a pieni polmoni opinioni su etnie, religione ed un approccio ondivago sulla moralità prestabilita in generale, rappresenta una boccata d’ossigeno in un cinema occidentale diventato schiavo delle variegate e troppo esagerate finto/sensibilità di una parte del pubblico.

La strana coppia rappresentata dal duo irlando-americano messe da parte le iniziali incomprensioni risulta affiatata, compensandosi su molti aspetti. Perché se Gleeson è l’anima fuori dagli schemi ma capace di atti onorevoli, Cheadle è il convenzionalista spinto dalle buone intenzioni. Il cast è completato da attori “caratteristi” come il Sir Davos Seaworth del “Trono di spade” Liam Cunningham, ma anche del notissimo Mark Strong e Rory Keenan. La scrittura sorprendentemente limpida ed assolutamente non ordinaria rende Gleeson (anche per suoi meriti) un personaggio che possiede i contorni dell’eroe d’altri tempi. La fotografia è affidata a Larry Smith, autore dei tagli d’inquadratura anche in quello che sarà il canto del cigno di Kubrick Eyes wide shut, ed il montaggio a Chris Gill, già collaboratore di Boyle nell’Horror-cult 28 giorni dopo.

Se il fratello minore Martin aveva cavalcato l’etica degli assassini, guarda caso sempre con Gleeson, Michael fa porre domande esistenziali condite da nonsense proprio al trio di malviventi della pellicola (soprattutto a Strong), che leggono avidamente Schopenhauer e citano Nietzsche. Proprio perché è insito nel loro tipo di fare cinema porsi delle domande, i due fratelli rendono i personaggi non soltanto “cattivi” ma a loro modo affascinanti. Gli stessi rimandi ad alcuni film come Ned Kelly, sceneggiato dallo stesso regista ed alle letture impegnate: la madre morente di Gleeson legge il romanzo Oblomov dello scrittore russo Gončarov, sono un plauso ad un cinema strutturato, con una operosità notevole nella caratterizzazione dei personaggi, anche quelli secondari.

Gli elogi ai verdi prati ed alle scogliere dell’Ovest irlandese donano quel tocco ancora più introspettivo e romantico ad una black-comedy che merita tutti i complimenti di rito. Un motivo in più per non fermasi allo scempio del titolo italiano, immergendosi appieno nella brillantezza di una pellicola che rappresenta un piccolo gioiello. 

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