Semplice: l’album con cui Motta ha superato i suoi limiti

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Dopo La fine dei vent’anni e Vivere o Morire, Motta è ritornato con il suo terzo disco da solista: Semplice.

Messi in fila uno dietro l’altro, i titoli dei suoi album sembrano formare il titolo di un libro, come i capitoli di Se una notte d’inverno un viaggiatore di Italo Calvino. Non è stato semplice per il cantaurocker toscano arrivare al terzo capitolo della sua carriera, ma sapendo dove voleva arrivare: all’essenzialità e alla leggerezza, non è stato neanche difficile, più o meno.

A questo risultato ci si arriva solo con una consapevolezza dei propri mezzi e della “pesantezza” della realtà pronta a schiacciarci e a pietraficarci. Come fare per evitare tutto questo? Librarci nell’aria e continuare a sbattere le ali. Solo così eviteremo di cadere in un rovinoso atterraggio.

Semplice no?

Prodotto da Taketo Gohara, il terzo album di Motta è un racconto che si dipana lungo le sue dieci tracce, dove ci racconta che tutto sommato, la fine dei vent’anni e l’inizio dei trenta non è poi così male, e come tra vivere o morire abbia scelto di esistere, senza paura di sbagliare, perchè la sporcatura e l’imprecisione -a volte- può essere dannatamente rock and roll.

A te ha un un’inizio che mi ha riportato ad Homogenic di Bjork –Unravel– e non so per quale motivo. Forse perché anche in quel disco gli archi erano predominanti, non solo per la cifra stilistica del lavoro, ma anche per il loro significato: aprirsi e mettersi a nudo.

Le note rarefatte dell’inizio lasciano spazio ad un’esplosione di archi che ci portano in un’atmosfera eterea, simbiotica con le parole di Motta.

E poi finisco per amarti, con quegli archi minacciosi in apertura, è un rock teso, d’impatto che parla dritti al cuore, senza remore e senza curarsi degli errori che facciamo.

Via della Luce -Vicolo della Luce– ci porta nel cuore della Roma trasteverina, da anni oramai casa adottiva del nostro. Fin dai tempi in cui frequentava il corso di composizione per il film al centro sperimentale di cinematografia. La canzone è accogliente come un vicolo di luce, dove si passeggia alla ricerca di qualcuno, qualcosa, di se stessi o di uno spunto capace di spingerti a scrivere una canzone. Magari osservando dalla finestra senza porsi il problema di spiegare alla moglie come stia osservando il paesaggio circostante, ma lavorando -questa però non è mia, ma di Joseph Conrad. Oppure scambiando due chiacchiere con un pittore per poi scappare via, perché quando la creatività chiama, non si può procrastinare. È uno dei brani più riusciti del disco, un autentico spiraglio di luce, come anche Qualcosa di Normale. Una ballata che odora di Gitanes senza filtro.

Come le volute di fumo che si dissolvono, come i sogni, fortunatamente non tutti e non nel caso di Motta, che in una notte si imbatté in Francesco De Gregori. Dopo aver buttato giù il testo ed un abbozzo musicale, Motta ha inviato al principe un email, che prontamente gli ha risposto dando la “benedizione” al brano, ma suggerendogli di cantarlo assieme ad una voce femminile. Detto fatto, Motta ha chiamato sua sorella Alice e il risultato è piacevole.

Semplice invece è forse il brano più difficile del disco. La paura di conoscere se stessi, ma allo stesso tempo lo slancio vitale di buttarsi in una nuova avventura. Deve essere stato così anche per Motta.

In fondo il fil rouge che collega i brani del disco è questo. Semplice necessita di più ascolti per essere “compreso”, ma incanta per la cura degli arrangiamenti e per lo sforzo che ha compiuto Motta di liberarsi da tutti quegli orpelli che lo opprimevano.

Un percorso difficile, che però ha portato Motta alla realizzazione di un disco che testimonia come ancora una volta sia uno dei nomi più talentuosi del panorama italiano.

Ci è riuscito, con uno sguardo attento al presente che lo circonda, ma anche un occhio rivolto al futuro e sì, anche ai concerti, dato che Semplice è uno di quei dischi fatti di canzoni che vorresti ascoltare live per accoglierle nella loro dirompenza, ed io, non so voi, sono già pronto a cantarle alla Cavea dell’Auditorium Parco della Musica.

Nel dubbio, ascoltatelo e lasciatevi incantare dal fascino della sua musica e delle sue parole, apparentemente semplici ma mai banali.

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