Un divano a Tunisi: la psicoanalisi vista attraverso la ricostruzione di un Paese

Questo articolo racconta il film Un Divano a Tunisi di Manele Labidi Labbé in un formato che intende essere più di una semplice recensione: lo scopo è andare oltre il significato del film e fornire una analisi e una spiegazione delle idee e delle dinamiche che gli hanno dato vita.

La Psicoanalisi, che rappresenta la congettura dell’inconscio della coscienza umana, poggia le proprie basi sulla psicodinamica, questo grazie agli studi del vero e proprio fautore e padre di questa disciplina medica: Sigmund Freud. Questa pratica, all’inizio accolta con un po’ di diffidenza (si tratta pur sempre della fine del Diciannovesimo secolo), ebbe a svilupparsi molto in Europa e soprattutto tra i soggetti più abbienti delle Società occidentali per poi espandersi perlopiù in tutti i contesti delle società ritenute più “evolute”. Dopo decenni di dibattiti si è appurato in modo eloquente anche nelle società post-moderne che il “Mens sana in corpore sano” del retore e poeta romano Giovenale sia l’unico modo per condurre una esistenza equilibrata. Così anche molte società piene di storia e cultura, ma in ritardo su questo aspetto stanno provando a mettersi al passo. Proprio da qui parte l’idea della regista franco-tunisina Manele Labidi Labbé, che riesce a costruire una commedia dal sapore dolceamaro e che ricorda molto il cinema francese d’essai.

Il soggetto riguarda proprio la sua terra natia, la Tunisia, dove dopo la “Primavera araba” si ritrova alle prese con una difficile ricostruzione, più che di infrastrutture soprattutto a livello di tessuto sociale, sfibrato e con diversi dubbi sull’avvenire. Il ritorno alle origini della regista, nata in Francia da genitori tunisini, rispecchia molto la voglia di riscoprire un Paese che purtroppo per mille sfaccettature non è più il suo, ma che comunque apprezza e sogna attraverso questa pellicola come una chimera. La scelta della protagonista cade su Golshifteh Farahani, attrice iraniana che ben può comprendere la sensazione della “mancanza del proprio Paese” essendo lontana da esso dal 2009, a causa della sua interpretazione in Nessuna verità di Ridley Scott. L’attrice secondo le autorità di Tehran si sarebbe macchiata di propaganda a favore degli States ed in più sarebbe comparsa in video senza hijab (tipico velo indossato dalle donne di fede islamica).

La cosa che più salta all’occhio però è che il film del regista britannico va chiaramente contro le politiche intraprese dagli americani nei paesi arabi, e di come sfruttino la scusa del terrorismo per commettere atti atroci. Il profondo cambiamento che intraprenderà il Paese arabo sarà fonte di riflessione anche per la psicologa Selma Derwich/Farahani, che dopo molti anni a Parigi e dopo lauree e specializzazioni vorrebbe intraprendere un percorso lavorativo nella sua città natale Tunisi. Da lì si concateneranno diverse disavventure frutto della asfissiante burocrazia e di un popolo ancora restio a determinate pratiche, e che preferisce sfogarsi alla vecchia maniera, magari dalla parrucchiera o dall’Imam di riferimento, anche se la giovane troverà variegati personaggi di una eccentricità più che unica, conditi come tutti dagli atavici problemi dell’uomo.

La profonda crisi di valori in cui versa la Capitale tunisina potrebbe ricordare tranquillamente il nostro, diviso tra lo sfaldamento del tessuto sociale e la voglia di ripartire, almeno il popolo Nordafricano ha la giusta causa di una rivoluzione che sembra li stia portando ad un cambiamento di rotta radicale. I tempi comici della regista sono decisamente azzeccati, con quel brio Mediterraneo non comune oramai neanche in molti registi del Sud-Europa. È soprattutto la teatralità che riesce prorompente a venire a galla, d’altronde la quasi-novella regista, alla sua seconda opera proviene proprio dai palcoscenici degli spettacoli dal vivo. Lo sguardo della donna è chiaramente basato sul come vedrebbe un Europeo questa ammaliante Nazione, con il doppio filo che lega il passato coloniale francese proprio allo Stato che si affaccia sul Mediterraneo.

La bravura della protagonista anch’essa parigina d’adozione, si cimenta perfettamente nel ruolo, sfidando oltre che le convenzioni sociali, anche uno Stato poco incline alle istanze dei cittadini, anche su questo “Salvatoresianamente parlando” siamo molto simili a questo così complicato e idiosincratico popolo. Insieme alla sequela di pazienti, che spaziano da una briosa coiffeur a uomini che adorano vestirsi da donna, ma anche un imam che sembra abbia perso la fede e la moglie o un paranoico che sogna di baciare dittatori. Sul divano però dovrebbe sedercisi anche la protagonista, divisa tra le sue radici e la visione all’occidentale. Il titolo che la regista ha voluto donare a questo piccolo gioiello dalla illusoria semplicità è all’apparenza alquanto scarno, ma allo stesso tempo eloquente: Arab blues, un caos calmo di morettiana memoria in salsa tunisina, senza la pesantezza della tragedia, ma con uno spirito quasi ingenuo di rivalsa. Le note iniziali e conclusive toccano principalmente noi italiani con dei capolavori assoluti della nostra canzone come Città vuota e Io sono quel che sono di Mina, arricchendo ancora di più un’opera non per tutti, ma per quegli spiriti ossimorici che abbracciano la delicatezza, ma anche la forza di ricominciare un percorso di vita da capo.  

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