L’importanza di chiamarsi Fabrizio

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Se avessi scritto delle nuove canzoni, avresti visto il futuro. Eri oltre Fabrizio, come i tuoi “fiori musicali”: componimenti letterari, articoli di fondo scritti su fogli bianchi che diventavano libri del mondo.

Tu, con la tua visione delle cose, sempre lungimirante e mai banale, lo sapevi leggere come nessun altro. A proposito, spesso mi domando come avresti descritto questi strani giorni che stiamo vivendo. Non lo saprò mai, quello che “so” è che mi manca il tuo punto di vista, autentico, come una goccia di splendore.

Mi consolo però, vedendo come artisti del calibro di Brunori Sas, Caparezza, Manuel Agnelli, Daniele Silvestri, ma anche altri, abbiano fatto tesoro della tua lezione sull’importanza delle parole. E credo che chiunque, prima di scrivere un testo di una certa levatura, debba fare i conti con te, un mancato “premio nobel” della canzone e della parola.

Anche tu, come Bob Dylan, avresti dovuto prenderlo. Durante la premiazione della Targa Tenco, nel 1997, Fernanda Pivano disse che Bob era la tua controparte americana. Tu, al sentire quelle parole così importanti, le sorridesti e glissasti con nonchalance e timidezza, quella degli umili, che ti ha spinto a cercare continuamente nuovi stimoli per la tua creatività.

Li trovavi in un pescatore, in un libro, nel mare, in Dori, nella tua amata çimma, in un bianco di Portofino, ma soprattutto li individuavi nella semplicità delle cose, nelle persone abbandonate e destinate al macero come fossero dei rifiuti, ma che tu valorizzavi spiegandoci quanto fossero importanti.

Ci hai insegnato come non bisogna avere pregiudizi di ogni tipo davanti a nessuno: drogato, omosessuale, transessuale, barbone, matto, barbone, anarchico. Siamo tutti figli dello stesso Dio. Tu stesso, figlio di Giuseppe De Andrè, sei stato vittima del pregiudizio di essere un figlio di papà, ma te ne sei infischiato per diventare un “principe libero”. Libero di essere stato te stesso con la tua musica, i tuoi dischi, le tue parole e la tua voglia di non sentirti mai arrivato.

In testa avevi sempre un nuovo obiettivo, e finché non lo avessi raggiunto non ti saresti fermato, “Malgrado il tempo, a favore del tempo, nonostante il tempo, in mezzo al tempo”.

Caro Faber, è tempo che io la finisca qui: ho finito le parole, ma prima di lasciarti voglio dirtene un’altra soltanto: grazie.

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