La donna elettrica: Erlingsson sfida la contemporaneità, sognando di abbatterla

Questo articolo racconta il film La donna elettrica di Benedikt Erlingsson in un formato che intende essere più di una semplice recensione: lo scopo è andare oltre il significato del film e fornire una analisi e una spiegazione delle idee e delle dinamiche che gli hanno dato vita.

Se c’è qualcosa di positivo che ci ha lasciato il Novecento nelle sue infinite contraddizioni è certamente il combattere per il bene comune. Concetto pressoché sconosciuto nei secoli antecedenti, tranne ovviamente in rari casi in cui la Storia si è fermata in modo illusorio a riflettere, e questo dovrebbe dirla lunga su che genere di essere sia quello umano. C’è sempre stato un nemico da sconfiggere e che attentava alle radici stesse della civiltà e della bellezza, se possiamo dire con certezza che il Secolo breve abbia avuto una controparte malvagia, penseremmo soprattutto al Nazismo. Ora potremmo certamente affermare che il nuovo male del Ventunesimo secolo è il Capitalismo predatorio. La distruzione perpetua di risorse naturali in nome del profitto è un pericolo concreto per il Pianeta, poi chiaramente condito da altri mille ammennicoli: come il comportamento dei suoi abitanti e la crescita esponenziale della specie, che ci sta portando a sacrificare centinaia di specie animali ogni anno in nome della crescita continua ed apparentemente inarrestabile.

Questo aprirebbe un discorso infinito anche sulle diseguaglianze, tra l’altro in un Paese come il nostro che tira a campare da almeno tre decenni e che non si interroga più sul futuro, ed inibisce in qualsiasi modo chi prova a porsi delle domande. Fortunatamente non tutti la pensano così, ed i maggiori fautori ed incentivatori di una esistenza più sostenibile sono i Paesi del Nord Europa. Tra questi c’è un’isoletta nell’oceano Atlantico a pochi passi dalla Groenlandia: l’Islanda. È proprio qui che si svolge l’incredibile storia di Halla, tessuta amabilmente dal regista Benedikt Erlingsson. Il regista nativo di Reykjavík nella sua amata isola ci fa ampiamente comprendere l’idealismo di una donna disposta a tutto pur di difendere il suo Paese. Addirittura Halla combatte con arco e freccia le idiosincrasie di una Nazione che vorrebbe incrementare gli impianti siderurgici, questi ultimi fanno salire a dismisura l’effetto serra ed in più rovinano un paesaggio bellissimo.

E secondo voi qual è la scusa più gettonata dai pochi che guadagnano sulla distruzione di un territorio? La solita che si sussegue dalla fine dell’Ottocento: “Non ha senso fermare il progresso”“Maggiori posti di lavoro e maggior guadagno per tutti”. In realtà dicevano così anche del lavoro minorile in Europa, scomparso in maggioranza solo dopo gli anni Cinquanta, ed in Italia solo alla fine del 1967. Ecco perché ci sarà sempre una motivazione per giustificare la miseria delle azioni di alcuni, e spesso più che altro per bisogno condizionerà inevitabilmente la vita di tutti. La direzione propulsiva che Erlingsson già nota a molti con “Storie di cavalli e di uomini” incrementa ancora di più il pathos per le sorti della protagonista, che ha in se una grandissima umanità. La donna che sembra una solitaria, in realtà pur con poche conoscenze riesce a farsi aiutare da chiunque abbia accanto.

L’opera condita da quel sano humor nordico e con le musiche tipiche di quelle terre rappresenta un piccolo capolavoro d’introspezione, tra l’altro la donna è sempre seguita da una bislacca orchestra che ricorda inevitabilmente i Sigur Rós, questo contribuisce maggiormente a renderci simpatica la protagonista: una tecnica simile è comune anche in un certo cinema di nicchia, soprattutto quello balcanico, di cui Emir Kusturica la fa da capostipite. La nostra protagonista ha anche una sorella gemella, che è praticamente la sua antitesi: infatti se Halla possiede uno spirito “interventista”, Ása è più meditativa e crede che il principio della non violenza ed il raccoglimento siano più renumerativi. La simbologia adottata nel film è l’emblema stesso della classica narrazione biblica del “Davide contro Golia”, dove il secondo è rappresentato dal Capitalismo con i controlli tramite ogni mezzo, il drone ne è il simbolo più azzeccato e Davide/Halla che prova ad abbatterlo con degli strumenti anacronistici come arco e freccia.

Più che una visione utopistica dell’esistenza umana: perché dovrebbe essere normale passare la propria vita a fare lavori poco lucrativi a livello oltre che economico anche di aberrazione della personalità, ed invece abbattere un sistema malato di cui ne giovano solo in pochi verrebbe da alcuni, (a dire il vero molti in Italia) considerato da sognatori, o ancora peggio perdenti? È probabilmente questo il più grande interrogativo che si pone il regista islandese e la sua magnifica interprete Halldóra Geirharðsdóttir. La pellicola, che lascia comunque spazio senza esagerare ad una sorte migliore per tutti, dimostra ampiamente che il concetto di base, cioè la salvaguardia dell’ambiente per quanto possa sembrare banale dovrebbe rappresentare la priorità per tutti noi, proprio perché non si muore solo di accidenti/incidenti, ma molto spesso anche di banalità.

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