Quanto ci manca Fabrizio De André

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“Sono state giornate furibonde, senza atti d’amore, senza calma di vento, solo passaggi e passaggi,
Passaggi di tempo”.

Se penso al testo di Anime Salve, non posso fare a meno di pensare a quanto sia attuale. Dobbiamo fare i conti con la nostra solitudine e di questi tempi, il compito è più difficile del previsto, anche per le anime più forti. Come diceva Faber, la solitudine può portare a straordinarie forme di libertà, ma quando è necessaria e siamo obbligati a farci i conti, non siamo proprio inclini ad accettarla.

Per quanto mi riguarda, è difficile accettare l’assenza di un artista del calibro di Fabrizio De Andrè. È difficile, perché lui, sebbene non ne avesse l’esclusiva, aveva una cura maniacale nel cercare le parole giuste da utilizzare in una canzone. Le parole per lui erano importanti e nulla era lasciato al caso. Ascoltarlo con la sua voce baritonale, levigata a suon di sigarette e whiskey ed in seguito affinata solo da quelle dannate sigarette, è una gioia pazzesca per gli amanti delle parole. Scandite e con una profondità che neanche il suono di una nave in partenza poteva raggiungerlo.

Una navigazione ostinata e contraria quella di Faber, dato che poteva benissimo campare di rendita grazie all’agiatezza della sua famiglia. Ma come tutti gli inquieti, Fabrizio si trovava più a suo agio nel cercare, invece di trovare e lui doveva trovare la sua strada, non importa se fosse impervia o cattiva e lui la trovò nei caruggi e nella sua chitarra. Da lì una grande gavetta, complice anche il suo compagno di scorribande Paolo Villaggio, fino a quando Fabrizio De Andrè non vide davanti ai suoi occhi i proventi dei diritti d’autori relativi alla Canzone di Marinella.

Adesso poteva benissimo lasciare il suo lavoro a scuola per intraprendere la carriera di cantautore. Il suo “maestro” in tal senso fu Riccardo Mannerini, con il quale scrisse Il Cantico dei Drogati. De Andrè è stato sempre molto umile, condizione che gli ha permesso di crescere fino alle ultime battute della sua carriera e come con Mannerini, si è sempre circondato di ottimi collaboratori, che fossero al suo “servizio”: Massimo Bubola, De Gregori, la Pfm, Mauro Pagani, Ivano Fossati. Artisti che potessero rinnovargli la sua vena creativa e poetica. Con Mauro Pagani, la musica di Fabrizio salpò “definitivamente”, portandolo in nuovi lidi musicali e linguistici.

Da questo punto di vista Crêuza de mä è un manifesto e riuscì perfino a catturare l’attenzione di David Byrne, allora leader dei Talking Heads, che lo definì uno dei dischi internazionali più importanti del decennio. Con quella sua lingua particolare, un genovese antico ed altri fonemi provenienti dal Mediterraneo, Crêuza de mä odora di mercato del pesce, di morte, lì, a Sidun, di sesso, di un bicchiere di bianco ghiacciato bevuto dopo una tenebrosa battuta di pesca ed ovviamente odora di mare. Nonostante tutto, e mi riferisco soprattutto nell’aver inciso in una lingua ostica e difficile per tutti, questo viaggio di De Andrè è stato molto fruttuoso, così, ritornato di nuovo sulla terraferma, poteva starsene beato nel suo otium letterarium.

Solo dopo sei anni ritornò sulle scene con Le Nuvole, un disco che non dimentica il dialetto e le sperimentazioni di Crêuza de mä, né la passione mai sopita di Fabrizio per la musica colta (Ottocento, e l’esecuzione di una parte di Giugno da Le Stagioni opera 37esima di Čajkovskij nell’inizio de La Domenica delle Salme). Ma anche con un’analisi molto spietata e lucida della società del tempo.

Un altro disco che appagò notevolmente De Andrè, complice una fortunata tournée che lo tenne molto impegnato. Poi, di nuovo il silenzio, la pace voluta, ricercata e trovata nella sua tenuta dell’Agnata e poi, il desiderio di ripartire per una nuova avventura e dare il massimo, come se in cuor suo sentisse che fosse l’ultima volta. Dopo la preproduzione in una chiesa sconsacrata di Longiano, con l’appoggio di Ivano Fossati, Fabrizio De Andrè decide di abbandonare l’idea iniziale di incidere l’album insieme a lui, pur avvalendosi della sua collaborazione in Anime Salve e  Cùmba.

Il risultato è un album che è un vero elogio alle anime solitarie, emarginate e dimenticate della società. Tutte le canzoni hanno questo minimo comun denominatore, e per quanto il livello dell’album sia alto, ce ne sono due che spiccano su tutte le altre: Smisurata Preghiera ed Anime Salve.

La prima è la chiusura del disco, un’accorata difesa alla minoranza, alla libertà di scegliersi un percorso ostinato e contrario. Poetica come pochi ed un’autentica “goccia di splendore e di umanità”, Smisurata Preghiera è stata ispirata da Summa di Maqroll il Gabbiere, l’antologia di poesie di Alvaro Mutis, ed è la summa di questo disco, l’ultimo inciso da Fabrizio. Proprio per questo motivo, con il senno del poi, la title track sembra una sorta di Testamento, ma stavolta Tito non c’entra niente, il “testamento” è suo e di nessun altro.

La canzone celebra la contraddittorietà della nostra anima: l’uomo è un’animale sociale, ma si bea anche della solitudine e della propria compagnia. Una condizione che Fabrizio conosce bene essendo un cantautore e non la disprezza, anzi, per lui è una salvezza.

La vita trascorre “tranquilla” per le anime solitarie come lui, per le anime salve di Terra e di mare, ma intanto il tempo trascorre inesorabile, e per quanto la memoria ci faccia tornare indietro negli anni, tutto svanisce e davanti a noi, il futuro.

Scontri ed incontri di ogni genere, allusioni sessuali, scontri con cani di ogni genere, e la voglia di mordere il tempo per non rimordere dentro.

Fabrizio sente di averne poco, allora prova ad analizzarsi: vede che molti sogni li ha abortiti, come se fossero suoi figli, ma nonostante tutto, non ha paura di partire in un altro viaggio, questa volta non terreno e non ha paura di essere un’anima contadina -quando in infanzia viveva nella campagna piemontese- in volo per il mondo.

Fabrizio se ne andò l’11 gennaio del 1999 e con lui s’impoverì il linguaggio della nostra canzone d’autore e tutti noi, lui che ci con il suo lessico e le sue canzoni ci aveva arricchiti. I suoi brani erano inni feroci, ma anche di speranza e compassione verso gli ultimi. E a distanza di tutti questi anni, si può tranquillamente affermare che la vita di Fabrizio non è stata un passaggio di tempo, ma un contatto solido con la realtà e una continua visione del futuro

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