I Molchat Doma e il furore della new-wave bielorussa

Riportare alla ribalta in tempi non sospetti un genere in apparente stato di decadenza come la new-wave della prima ora sembrerebbe un’impresa da pazzi, da temerari, o addirittura da veri e propri incoscienti. A distruggere in pieno una simile credenza popolare e a riattualizzare in chiave moderna una corrente come il post-punk dei tardi Settanta ci hanno pensato negli ultimi anni gli ardimentosi Molchat Doma (in cirillico Молчат Дома), una formazione a tre nativa della capitale bielorussa, ovvero l’austero baluardo e superstite ostinato di quell’ingombrante blocco sovietico dato per spacciato nell’ormai lontano 1991.

La voce non più afona di una Bielorussia in fiamme

Insomma, stiamo parlando di una band proveniente della grigia ed algida Minsk, oggi più che mai nell’occhio del ciclone per le massicce controversie politiche dei tempi recenti legate al regime folle e dittatoriale del suo Líder Máximo, Aljaksandr Lukašėnko. Questi tre paladini dello slavismo in chiave sonora, ovvero Roman, Egor e Pavel, sono perciò riusciti nel surreale quanto improbabile progetto di farsi conoscere al di là dei confini nazionali, permettendoci così di poter penetrare a gamba tesa nel riflesso sonoro di uno Stato criptico, così celato agli occhi e alle orecchie del globo restante per sua stessa ed originaria definizione socio-politica.

La Bielorussia che si palesa di fronte ai nostri occhi oggi è, quindi, un luogo culturalmente inaccessibile, remoto ed isolato dalle dinamiche consuete degli equilibri internazionali. Un’area geografica così carica di malinconia, di tensioni interne ed abissali contraddizioni da poter essere sublimata ed espressa solo ed esclusivamente attraverso la potenza assoluta che un impatto musicale simile è in grado di produrre. Insomma, prendendo in prestito e rivisitando un passo piuttosto evocativo di Siberia dei Diaframma, è solo grazie ai Molchat Doma che riusciamo a raggiungere il fuoco vivo sotto la neve di una Bielorussia che, finalmente, riesce a far sentire la sua voce dove non avrebbe mai pensato di arrivare.

Il caso Molchat Doma: non solo una questione di estetica post-sovietica

Ciò che rende i Molchat Doma ancor di più una mosca bianca nel panorama discografico internazionale, bisogna ammetterlo, è in primissimo luogo la stoica aderenza ad un’estetica ormai per sua definizione anacronistica, ovvero quella più pura e radicata nei comandamenti chiave dell’era post-sovietica.

Il punto centrale della questione, tuttavia, è ancora un altro: la ferrea volontà di non piegarsi alle mode correnti e alle imposizioni tipiche delle leggi di mercato, di non cedere all’uso della lingua inglese per permettere una maggiore fruibilità e accessibilità del loro lavoro ai padiglioni auricolari sparsi per i quattro angoli del mondo, ci dimostra come l’uso smodato di norme formali ed estetiche per certi versi demodé sia in realtà un fattore determinante proprio per lasciar trasparire la forma e la sostanza di una popolazione in crisi. È proprio in questo modo che ci viene fornito, quasi in chiave visiva ed impressionistica, un quadro sonoro di un luogo in lotta per emergere agli occhi di un intero pianeta Terra che lo ha per sua sfortuna e perenne tormento destinato al silenzio per troppi decenni.

I Molchat Doma, perciò, puntano a rendere manifesto attraverso attentissime scelte stilistiche, ed è in questo che il loro convergere nella new-wave assume il suo senso massimo, il sentimento stesso del dolore di una Nazione, un malessere pubblico ed emotivo del tutto simile a quello che animava l’Inghilterra ai tempi della Iron Lady Margaret Thatcher.

Un sound dalla definizione intraducibile: Toska

Insomma, che suono hanno alla fine questi Molchat Doma? Il discorso si prospetta ampio, è necessario andare con ordine. La scelta del loro nome, come anche nel caso dei berlinesi Einstürzende Neubauten, riesce già a darci i primi indizi. Si sa, il russo può sembrare un messaggio cifrato perpetuo alle orecchie dei più, ma qui risulta del tutto funzionale al loro obiettivo finale per molteplici ragioni, a partire proprio dal nome. Potremmo tradurlo, infatti, come le case tacciono, a sottolineare ancora una volta come l’ambiente circostante sia in grado di condizionare e plasmare le menti di chi lo abita, producendo nel loro caso una miriade di sonorità post-industriali, apparentemente asettiche, grigie, martellanti al limite del chirurgico, con derivazioni tra Joy Division e New Order a regnare sovrane. Insomma, i Molchat Doma sono duri, freddi e glaciali al pari della terra di mezzo da cui provengono.

Dalle vorticose linee di basso, tanto carnose quanto cadenzate ed algide, si afferra il potere soffocante del cemento armato, tutta la maestosità alienante del brutalismo edilizio. È dalla vocalità malinconica e grave di Egor Shkutko che, tuttavia, intuiamo dove risieda davvero la magia carica di pathos di questo singolare terzetto bielorusso.

La sua timbrica così peculiare, corroborata ed enfatizzata ad arte dalla sapiente predilezione della lingua russa come personale mezzo di trasmissione artistica, è proprio colei che ci concede l’immersione in questo sound unico, intriso in purezza all’interno di uno dei concetti più intraducibili, poetici ed inafferrabili che la lingua russa potesse mai offrirci. Stiamo parlando della Toska, non a caso titolo al tempo stesso di uno dei loro brani più iconici e possenti (contenuto in Etazhi del 2018), un sentimento affiancabile per certi versi e con dovute licenze alla Sehnsucht tedesca o alla Saudade portoghese.  Dopotutto, se non è riuscito a tradurla Nabokov, non possiamo certo pensare di riuscirci noi.

Nessuna parola nella lingua inglese è in grado di restituire tutte le sfumature di significato della parola toska, che designa uno stato di grande sofferenza spirituale che non scaturisce da alcuna causa precisa. A un livello meno morboso indica una sofferenza dell’anima… Uno stato di vaga inquietudine, un senso di nostalgia o di struggimento amoroso.

Insomma, approcciarsi all’ascolto dei Molchat Doma è come riuscire a comprendere il sublime attraverso il Viandante sul mare di Nebbia di Friedrich: solo così sarà possibile toccare con mano il sentimento profondo di una realtà aliena ed asincrona, così vibrante ed ignota, come quella che il terzetto di Minsk, sfuggendo alla comprensione contenutistica e alle leggi della condivisione linguistica, riesce a ritrarre e a regalarci ad ogni singolo ascolto. Provare per credere.

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