People are fragile things: ripercorrendo la videografia degli Editors

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Le numerose collaborazioni iconiche tra registi, fotografi e band che hanno fatto la storia del rock e del pop confermano che un buon singolo deve essere accompagnato da un videoclip altrettanto coinvolgente. E, senza dubbio, una videografia distintiva è tra i motivi per cui nessuno ha ancora usurpato il posto d’onore riservato agli Editors nell’olimpo indie, una band capace di farci rendere conto di quanto si perde – o si guadagna – ad “ascoltare” attraverso uno schermo oggi, in un mondo che ci sottopone violentemente e incessantemente a stimoli visivi e uditivi, e che ci ha disabituati a discernere e associare criticamente i due sensi.

Gli Editors nascono all’alba del nuovo millennio in ambito universitario, e si formano come musicisti nella scena di Birmingham. Priorità di Tom Smith (voce e chitarra), Chris Urbanowicz (chitarra), e Russell Leetch (basso) è la ricerca di un nome che non induca a giudizi affrettati né ad un’immagine fuorviante. Si unisce loro Ed Lay (batteria), dopodiché i quattro sottoscrivono come “Editors” un contratto con la Kitchenware Records. Debuttano nel 2005 con l’LP The Back Room, e la scelta di “Munich” come secondo singolo si rivela vincente, spianandogli la strada per il disco di platino dopo appena sette mesi dall’esordio. L’ascesa continua, incessante: segue An End Has a Start (2007), intenso, fragile, e commovente; In This Light And On This Evening (2009), sonoramente più cupo e sperimentale, la cui title track è una sorta di mantra su un tappeto di sintetizzatori che rimandano ai suoni caustici di Londra; infine, The Weight of Your Love (2013), che dà il benvenuto a Justin Lockey (chitarra) ed Elliot Williams (tastiere e chitarra) dopo la separazione con Urbanowicz. Benché retrospettivamente rock e classicheggiante, l’album è un ulteriore passo in avanti: «You just can’t please everyone», mette nero su bianco Smith, riassumendo l’integrità di una band senza compromessi e obbiettiva riguardo il proprio lavoro, pronta a tirare il freno se mai venisse a mancare quel sincero entusiasmo senza il quale né evoluzione, né crescita o futuro sarebbero possibili.

Siamo, quindi, nel 2015. Il quinto album In Dream avvia la prolifica collaborazione degli Editors con l’artista concettuale iraniano Rahi Rezvani. Lungi da etichette quali fotografo o regista, Rezvani annovera collaborazioni con Versace e Marina Abramović. I suoi scatti, proprio come i testi di Smith, non intendono raccontare storie bensì comunicare un contenuto emotivo attraverso un potente materiale visivo. Il “sesto Editors” comprende appieno il “modo d’essere” del gruppo, e riesce a delinearne un’identità visiva autentica, non aliena. La fiducia e l’entusiasmo degli uni negli altri riguardo il rispettivo lavoro è la prerogativa necessaria. La quintessenza della band viene espressa già nei design degli album nonché nei video, in cui tutto il “dark side”, colto con occhi timidi e riservati da Smith e compagni, acquisisce un degno equivalente figurativo. È un’essenzialità, peraltro, già presente in The Back Room o “Munich” – un videoa basso costoma «very moody», secondo un compiaciuto Smith, in cui predomina il bianco e nero, elemento caratterizzante fin dai tempi dell’università. In Dream, criptico e magnetico,non è un concept album su temi onirici, tuttavia si potrebbe fantasticare che sia stata più che una semplice coincidenza che il titolo della prima collaborazione richiami l’approccio di Rezvani al suo lavoro: «I dream up all these visions and atmospheres that I want to create». Analizziamo, qui, alcuni dei lavori più notevoli.

Sia primo singolo sia prima traccia dell’album, No Harm è un’apologia del bianco e nero, un piccolo capolavoro che sposa in modo definitivo l’audiovisivo come unità artistica. Per i primi 14 secondi ci ritroviamo a fissare uno schermo nero, mentre ascoltiamo in lontananza il moto perpetuo della tastiera. Allora, la luce rimbalza sulle sagome dei cinque componenti immobili, quando altri echi vanno aggiungendosi al flusso musicale. Come la canzone, il video procede per stratificazione: sul falsetto di Smith, che copre un salto di più di due ottave, Rezvani introduce l’elemento peculiare del video, ovvero il particolare a rallentatore delle “onde” sulla pelle prodotte da un soffiatore, incarnazione della plasticità e plasmabilità dell’uomo. Buona metà del video è occupata dai primi piani dei singoli componenti, praticamente immobili, travolti poi dal fumo e dalla polvere, proprio come la musica al suo massimo travolge l’ascoltatore. L’ultimo frame si ricongiunge all’immobilità iniziale e al nero, quando anche la musica si svuota e torna all’essenzialità.

My children despise my wonderful lies
I’m a go-getter
I see through your walls
And your space down your halls
I’m a go-getter
Don’t hold no harm

Life is a Fear, invece, aderisce alla new-wave più cupa e al contrasto tra bianco e nero. Il movimento è affidato ad un gioco di laser un po’ psichedelico un po’ noir, che riflette i dettagli dei fari della macchina, le lenti nere degli occhiali e le giacche di pelle. Rezvani contrappone ai versi «Life is a fear of falling through / All the cracks» lo stratagemma di piramidi di luce che, avvolgendo i nostri, si muovono perennemente in ascensione – una sensazione di relatività che tutti proviamo quando, per esempio, scendiamo in ascensore e per un attimo pensiamo che sia il resto a salire intorno a noi. Concettualmente, dunque, i laser potrebbero essere le “crepe” attraverso cui temiamo di crollare mentre il mondo reale ci sopraffà.

Ma il bianco e nero non è sempre dualità: con un sapiente gioco di chiaroscuri si può cogliere un’infinità di toni di grigi. Saturazione al minimo e pochi elementi visivi, il videodi “All the Kings” precede l’ambience dei pluripremiati Dunkirk (r. Christopher Nolan, 2017) e di 1917 (r. Sam Mendes, 2019). Per Rezvani, un obiettivo artistico-esistenziale sarebbe la realizzazione di un’immagine che spieghi l’umanità secondo la sua propria esperienza. Sebbene senza riferirsi specificatamente a “All The Kings”, l’idea dell’artista ci spinge verso un’interpretazione del video quale ritratto della condizione dell’uomo all’interno della società. Il testo, privo di una trama, indica il rapporto dell’individuo con il prossimo, che, si sa, troppo spesso evidenzia una profonda solitudine: se l’uomo opprime i propri dolori, pensieri, finirà per essere da questi oppresso. “All The Kings” ci esorta quindi a dare pieni poteri alla nostra solitudine, considerata «empowering»: il soldato lentamente si lascia andare suonando un tamburo nell’oceano, a simboleggiare il battito del cuore, fino ad abbandonarsi ad una danza liberatoria nel “Chapter II” del video.

Loneliness forever, loneliness forever
Holding back a river, holding back a river
All the kings are coming
Marching to the sound from your ribcage
[…]
But the beat of your heart
Is alone in the dark

L’unione tra Editors e Rezvani continua con Violence (2018), per il quale l’artista iraniano vince il “Best Album Cover” agli Art Vinyl Awards del 2018. Estremamente figurativa e con richiami allo stile di Francis Bacon, l’arte di Violence è la riprova di come Rezvani concepisca la fotografia un tutt’uno con la pittura. L’uso del rosso in copertina non è casuale: il colore spicca nei video dei singoli “Magazine” – uno sviluppo “in movimento” della cover del disco – e “Cold”, in cui è notevole l’accostamento ossimorico del titolo, elemento “freddo”, e dei toni, invece, “caldi”. Inoltre, in entrambi l’elemento della danza è molto presente, se considerato in rapporto alla serie generalmente più statica di In Dream. La “violenza”, dice Tom Smith, è l’essere bombardati continuamente da notizie, provocazioni, che ci rendono vulnerabili alle nostre stesse paure. Il tema della prigione mentale viene ripreso successivamente nel video di “Upside Down”, singolo dal best of intitolato Black Gold (2019): i cinque componenti, chiusi tra quattro mura, sono privati della possibilità di evasione da panelli che oscurano le fessure da cui provengono dei fasci di luce.

E dalla filosofia di Smith sulla violenza possiamo ricongiungerci a quanto detto in apertura: di tutto quello che il nostro sguardo subisce più o meno volontariamente, quanto siamo in grado di vedere in quello che passivamente guardiamo? È sempre nostro compito e diritto scegliere a cosa non rivolgere l’attenzione, evitando di diventare noi stessi parte di questa violenza per paura di cadere. Siamo, dopotutto, cose fragili.

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