Pazza idea e Un’emozione da poco: l’emancipazione femminile propugnata da Patti Pravo e Anna Oxa

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Per quanto oggi la cosa faccia sorridere, c’è stato un tempo in cui per descrivere il piccolo mondo antico della canzone del Belpaese, qualcuno abbia coniato l’espressione musica leggera. Le canzoni diventavano popolari, facili da memorizzare (per via della semplicità delle linee melodiche) e sembrava volassero leggere sulle difficoltà della vita nell’Italietta del primo dopoguerra. Siamo intorno al 1950. Molte cose accadranno nell’anno al centro esatto della musica del secolo scorso. La guerra è finita da cinque anni quando arriva un piccolo miracolo: Nilla Pizzi sta realizzando il disco Grazie dei fiori, un successo senza precedenti, una via di mezzo tra classicismo e innovazione, che rasserena la mente e il cuore di chiunque si abbandoni alle sue note. Siamo nel gennaio del 1951: per convenzione, è proprio per questo brano che viene coniata l’espressione “musica leggera”.

La canzone italiana, spesso colpevolmente sminuita a ruolo di canzonetta, diventerà presto la cartina tornasole dei fatti che contano nel Paese. Se i politici e l’informazione di regime possono mistificare la realtà, la canzone popolare agli italiani non mente mai. E che al Festival di Sanremo si tenda all’edulcorazione e al Cantagiro si punti solo al disimpegno da spiaggia, poco importa. Sul finire degli anni ’60, inizia a prendere forma il movimento del cantautorato nazionale. La musica leggera compie uno scatto in avanti divenendo “d’autore”. Nasce la sincrasi Cantautore. I cantautori divengono depositari di una nuova forma di verità scritta in versi, descrittori fedeli della cultura anti-reazionaria. È curioso come tutta questa schiera sia composta da soli uomini. Non esiste (non è mai esistita) la versione femminile del termine cantautore. L’unica cantautrice riconosciuta come tale (ma per lei l’espressione non viene mai utilizzata) è Joan Baez, nota non tanto (e non solo) per il suo stile vocale, quanto per il suo impegno nei diritti civili e nel pacifismo, nonché per il sodalizio artistico e sentimentale con Bob Dylan.         

E le donne?

Tra Nilla Pizza e Joan Baez intercorrono 22 anni, equivalenti più o meno a due generazioni. Eppure, le due cantanti sembrano essere distanti di secoli. In Italia, nel settore della musica, alle donne viene assegnato il ruolo, molto più indefinito e impalpabile, di interprete. Come se non dovessero preoccuparsi troppo di scrivere e fermarsi a pensare. Quasi inconsapevolmente, le cantanti si autoassegnano quel compito che sembra appartenergli dalla notte dei tempi. Affascinanti come Mina, sofisticate come la Vanoni, materne come la Berti, fatali come Milva, introspettive come la Martini, acerbe come la Cinquetti, maschiacce come la Pavone, tutte le cantanti nostrane sono accomunate da un manto di secondarietà rispetto ai colleghi uomini. Angeli del focolare della canzone italiana, la loro arte non viene mai disgiunta dell’aspetto fisico, secondo una mentalità maschilista che si conferma incapace di giudicare il valore di un’opera di per sé, indipendentemente dall’aspetto esteriore di chi ne porta il peso.

Analizzandone i testi (immancabilmente composti da autori di sesso maschile), si comprende come le interpreti rafforzino nell’immaginario nazional popolare il ruolo di sottomesse per definizione, vittime di tradimenti intollerabili (Minuetto) o di solitudini destinate ad implodere (La partita di pallone). Dopotutto, come dar credito a oche giulive che vanno sopra i tetti di notte a prendere la Tintarella di luna? E il sesso? Neanche a parlarne. La maggior parte di loro, rileva Guccini, lo ha fatto quasi sempre per dovere (Piccola storia ignobile). 

Se il movimento femminista sta richiamando su di sé le attenzioni del mondo occidentale, e di chi guarda all’emancipazione in sé come una forma di progresso umano in tema di libertà, questo non si deve certo alle cantanti italiane. Anzi, a rigor di logica, costoro costituiscono un freno. Il loro valore artistico è fuori discussione, sono vocalist di comprovata qualità tecnica e possiedono tutte una grande forza espressiva, ma sono sistemiche all’ordine costituito. Sono, in sintesi, funzionali a quel sistema che in molti stanno tentando di scardinare. Siamo sul finire dei Sessanta, nel bel mezzo del periodo d’oro della televisione italiana, dispensatrice di sabati sera patinati, di calde sere d’estate che si disciolgono nel bianco e nero dei varietà sul primo canale Rai.   

Ragazza triste?

Quando Nicoletta fece la sua prima apparizione non passò certo inosservata. Bionda, molto magra, con una particolare timbrica vocale tendente al basso, aveva circa una ventina d’anni. Che erano già abbastanza, vista l’epoca e il contesto. Nel tempo in cui i veneziani ancora abitavano la loro città, dall’anima silenziosa e fuori dal tempo, priva di automobili, clacson e supermercati, dov’era possibile sentire i passi veloci della gente indaffarata, tra il Canal Grande e i vicoli di Santa Marta. È qui che Nicoletta viveva, nella casa di Calle dei Secchi, insieme ai nonni. I suoi genitori si erano già spostati a Mestre, insieme ai suoi fratelli più piccoli. Nonno Domenico la iscrisse ad un corso di pianoforte del Teatro la Fenice e nel 1958 entrò a far parte del Conservatorio Benedetto Marcello, seguendo per quattro anni anche un corso di direzione d’orchestra. In parallelo studiò anche danza classica, sviluppando un’attitudine alla gestualità quasi teatrale, che le tornerà molto utile per dare forma al suo personaggio.

Quando approda a Roma ha già cambiato due volte il nome, oltre che due città. Londra non l’ha convinta, così come il primo nome d’arte, Guy Magenta. Per un locale come il Piper ci vuol altro. A Roma diventerà una star, in via Tagliamento, nell’esoterico Quartiere Coppedè. Il Piper è frequentato quasi esclusivamente da cuori ribelli, sedicenti play boy, da chi pensa solo a divertirsi, preferibilmente di notte. Da anime “prave” insomma. Sulla scelta del cognome fu Dante a fornirle lo spunto, mentre per il nome, le vecchie atmosfere introiettate a Londra si fecero sentire al momento giusto: all’alba del 1966, nasceva una Patty Pravo nuova di zecca.

Firma il suo primo contratto con l’etichetta ARC e arriva subito il primo singolo, Ragazzo triste. È la versione italiana di But you’re mine di Sonny & Cher, col quale partecipa alla trasmissione televisiva Scala Reale. La sua bellezza algida vira decisamente verso l’androgino. Si presenta al pubblico televisivo in uno smoking nero Yves Saint Laurent: è il 12 novembre 1966. Un 45 giri che stabilirà un primato: sarà la prima canzone pop ad essere trasmessa dalla Radio Vaticana. La Rai però, ne ha prudentemente fatto censurare un verso: «scoprire insieme il mondo che ci apparterrà» è infatti ritenuto eccessivamente impudente e oltraggioso. La RCA, la controllante della ARC, lo edulcora in «scoprire insieme il mondo che ci ospiterà».  

Patty Pravo ha catalizzato l’attenzione del pubblico grazie alla sua presenza scenica e alla fortissima personalità interpretativa. Tuttavia, ha continuato ad aggirarsi sul territorio delle nuove libertà giovanili, e per rompere definitivamente gli schemi non è sufficiente protestare come tutti gli altri cantanti pop. In piena e totale autonomia decide di scandalizzare la stampa e i benpensanti. Fa una mossa definitiva: nonostante gli inviti alla prudenza (ricevuti da parte del manager e della casa discografica), si dichiara a favore dell’aborto, del divorzio e della piena libertà sessuale, tanto per le donne come per gli uomini. Ed è su quest’ultimo punto che calcherà la mano, arrivando al momento decisivo nella sua vita personale e a quello di tutta la canzone italiana “pensata” al femminile.

Tra il 1971 e il 1972 Patty è stata sotto contratto con la milanese Phonogram, ma quelli della RCA la rivogliono a Roma. Per convincerla ad accettare le assicurano lo studio più all’avanguardia fra quelli sulla via Tiburtina, con tutti i ritrovati tecnici disponibili in una sala d’incisione. Soprattutto, avrà un testo scritto su misura per lei. Qualche anno prima aveva inciso La bambola, un grande successo certo, ma con un testo che aveva sempre detestato, perché la costringeva a immedesimarsi in uno stereotipo di donna completamente dipendente dal suo uomo. Per lei ci sono già degli autori che stanno disegnando una canzone senza precedenti, che prevederà l’esatto opposto di quanto La Bambola aveva lasciato intendere. All’interno del brano, se non un completo capovolgimento di ruoli, ci sarà una pari possibilità di scelta, o addirittura, la possibilità di dettare tempi e modi in un rapporto di coppia. Maurizio Monti e Giovanni Ullu sono due giovani autori romani che le confezionano il testo perfetto. La musica è raffinata ed elegante, opera di Paolo Dossena. La RCA affida l’arrangiamento a un altro musicista romano, Giampiero Scalamogna e al pianista Toto Torquati. È l’inverno del 1973 quando Patty Pravo entra in sala d’incisione. I tecnici al di là del vetro restano stupefatti. La peculiare timbrica bassa rende ancora più sensuale il suo disegnare traiettorie invisibili con le mani, le stesse trame arabeggianti che caratterizzano le sue performance quando appare in televisione. Non è facile dare forma a quel che sta per cantare ma il fatto che il testo sia provocatorio e insolito, sembra facilitarle il compito. La canzone racconta la storia di una donna che ripensa con rimpianto ad un grande amore. Una storia finita, perché all’amore e alla gelosia lui rispondeva con un sentimento evasivo e distaccato. Dopo un anno, si è rifatta apparentemente una vita, ma il ricordo di lui bussa spesso alla porta, soprattutto nei momenti di intimità col nuovo amante, fino al punto che – sentimento indicibile per la morale dell’epoca – mentre fa l’amore con lui le basta chiudere gli occhi per illudersi che invece sia ancora l’ex ad essere con lei.

“Se immagino che tu
sei qui con me,
sto male, lo sai!

Voglio illudermi di riaverti ancora,
com’era un anno fa.

Io stasera insieme a un altro,
e tu sarai forse a ridere di me,
della mia gelosia, che non passa più,
ormai non passa più.

Pazza idea di far l’amore con lui
pensando di stare ancora insieme a te!
Folle, folle, folle idea di averti qui
mentre chiudo gli occhi sono tua.

Pazza idea, io che sorrido a lui
sognando di stare a piangere con te.
Folle, folle, folle idea: sentirti mio,
se io chiudo gli occhi vedo te”

La prima parte dell’esecuzione è un viaggio all’indietro, un silente dialogo interno dove riesce perfino a sorridere di sé stessa (e tu sarai forse a ridere di me, della mia gelosia che non passa più) ma è nella seconda parte che il brano esplode in tutta la sua trasgressività. L’introspezione s’interrompe di colpo per lasciare spazio al discorso diretto, tra la donna e l’ignaro amante:

“Tu guidavi mentre io ubriaca di gelosia
continuavo a chiedere.
E poi mi hai detto: ‘Senti camminiamo’,
Siamo scesi in fretta, ma restati lì…

In silenzio soli, io ti ho stretto, stretto a me.
La tua giacca sul mio viso
mi hai detto: ‘Basta amore,
sono stanco, lo vuoi tu?’

Quel che nessuno aveva mai osato lontanamente pronunciare fino all’aprile del 1973, l’eventualità che sia una donna a desiderare un rapporto sessuale, viene sillabato da Patty Pravo con un’indifferenza che lascia tutti spiazzati. Ormai è fatta, il brano può avviarsi alla conclusione, sospinto da una chitarra elettrica che si sovrappone alle trame arpeggiate di Paolo Dossena.

“Pazza idea di far l’amore con lui
pensando di stare ancora insieme a te!
Folle, folle, folle idea di averti qui
mentre chiudo gli occhi sono tua.

Pazza idea, io che sorrido a lui
sognando di stare a piangere con te.
Folle, folle, folle idea: sentirti mio,
se io chiudo gli occhi vedo te.

Pazza idea: stare qui con lui,
ma poi vedere solo te.
Immaginare… vorrei…
Vorrei te!

Pazza idea di far l’amore con lui
pensando di stare ancora insieme a te!
Folle, folle, folle idea di averti qui
mentre chiudo gli occhi e sono tua.

Pazza idea, io che sorrido a lui
sognando di stare a piangere con te.
Folle, folle, folle idea: sentirti mio,
se io chiudo gli occhi vedo te”

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Pazza Idea arriva ad un anno dalla definitiva legalizzazione del divorzio, in un clima di profondissime tensioni sociali, dove l’aborto viene ancora praticato in clandestinità, ponendo le donne in una condizione di grande rischio e di dolore. La donna di Pazza Idea costituisce un unicum nel panorama musicale nazionale, e rappresenta un modello di donna rivoluzionaria nei fatti e nelle parole, in grado di cambiare la visione di un mondo maschilista, retrogrado, bigotto nelle sue basi. Viene la tentazione di credere che abbia contribuito di più Patty Pravo all’emancipazione femminile, che molti dei nostri politici. Di certo, il testo è intriso di una contemporaneità che sfocia nel post-moderno, e se venisse proposto oggi, come inedito, per il prossimo festival di Sanremo, nessuno sospetterebbe che si tratta di una canzone con alle spalle mezzo secolo.

Fatelo con me!

Quando Anna Oxa ascoltò per la prima volta Pazza Idea aveva 14 anni. La giovane Anna, all’epoca ancora Hoxha, era una adolescente di origini albanesi che trascorreva le sue giornate nel quartiere di San Pasquale a Bari e si apprestava ad iscriversi al Liceo artistico della sua città. Le piaceva cantare, e a 15 anni riuscì ad incidere il suo primo 45 giri grazie a una piccola etichetta barese. La canzone era Fiorellin del prato, un testo scolastico al limite della banalità (scritto da Mario Panzeri ben trentasei anni prima). Un esordio con una canzone a misura di bambina, di chi non aveva ancora l’età. Un testo ad hoc per una come Gigliola Cinquetti, che infatti l’aveva eseguito anni prima su diretta richiesta della sua casa discografica. Anna è solo una quindicenne di provincia, dotata di una voce potente e di un fisico atletico, ma percepisce immediatamente che quella non può essere la strada giusta. Tuttavia, l’esecuzione vocale è strepitosa ed è sufficiente a solleticare le curiosità dei produttori della RCA, in continua ricerca di nuovi personaggi da inserire nelle proprie batterie. Hanno infatti varie etichette minori, e la giovane Anna potrebbe essere il nuovo prototipo di artista da lanciare per un target giovanile. Siamo nel 1977. Anna si presenta a Roma accompagnata dai genitori, è minorenne e del tutto inconsapevole dei meccanismi del giro che conta. Indossa vestiti normali e non studiati per l’occasione. Viene dalla provincia del Mezzogiorno. Negli studi di via Tiburtina incontra un giovane bergamasco, Ivan Cattaneo. È un grafico, un pittore, ma non solo. Ha alle spalle qualche tentativo anche come cantante, il suo è uno stile vagamente dissacratore, che non riscontra apprezzamento presso il grande pubblico. Quando è a Roma si appoggia alla RCA, che si avvale della sua capacità di saper creare un personaggio quasi dal nulla. Ivan ha solo 21 anni, Anna 16. Le suggerisce di adottare un aspetto che la accomuni alle voci emergenti del Punk, il fenomeno del momento fra i giovani più underground persi tra Londra e Berlino. Una cosa mai vista dalle nostre parti, nemmeno nell’avanguardista Milano, che è già da un pezzo nel cuore dell’Europa.

Ivan ci lavorerà su. Tutto sommato, sarà solo un dettaglio. L’aspetto musicale è comunque preponderante e per di più la RCA le ha proposto un pezzo molto difficile, forse più adatto ad una vocalist più matura e già affermata. È un brano particolarmente elegante e il suo autore è già molto affermato: Ivano Fossati, ideatore di testi splendidi e di gran classe, che ha regalato a sé stesso e ad altri artisti, specialmente femminili. Fossati conosce benissimo il mondo dello spettacolo, anche quello festivaliero di Sanremo. Lo ha affrontato con successo sei anni prima, da perfetto sconosciuto, protetto solo dai variopinti caftani da indiani metropolitani, che aveva scelto di indossare per la performance con i suoi Delirium. Per dare voce alla composizione occorre una grande potenza vocale e questa Anna ce l’ha; dovrà però dare il meglio di sé stessa per farlo suo, perché – data la giovanissima età – non ha ancora avuto modo e tempo di provare una situazione del genere nella vita. Il brano è infatti uno scontro caratteriale tra un uomo forte ed esperto e una donna più giovane e ipersensibile, nella quale – a poco a poco – la ragione prende il posto dell’incoscienza. In bilico tra “il più cieco amore e la più stupida pazienza” nei confronti dell’uomo amato, forte e insensibile, “uno che non si è mai sentito finito, non ha mai perduto”, che non ricambia allo stesso modo il sentimento: è difficile non intravedere le tracce ed i postumi di una relazione controversa e a tratti tormentata, quella che il suo autore, Fossati, ebbe con Mia Martini. Ma questo la giovane Anna non poteva saperlo. Quando le comunicano che il suo pezzo è stato selezionato tra quelli che andranno a Sanremo non ha ancora il look con il quale avremmo imparato a conoscerla.

Allegra e paffutella, in jeans, camicetta, maglione oversize e poco trucco, entra in sala d’incisione tra tecnici del suono in giacca, cravatta e camici bianchi. Il brano non è rock, non è pop, è una composizione elegantissima che ha bisogno di un arrangiamento orchestrale, che possa essere facilmente replicato dall’orchestra sanremese che predilige gli archi e le tastiere. Di questo se ne occuperanno due professionisti della RCA, Ruggero Cini, che curerà l’arrangiamento e Guido Cenciarelli, che studierà l’impostazione e la direzione orchestrale. A via Tiburtina hanno cambiato idea. Adesso ci credono veramente e scelgono una nuova strategia distributiva: non più un lancio per un target di nicchia ma tutto il supporto della corazzata RCA.

“C’è una ragione che cresce in me
E l’incoscienza svanisce
E come un viaggio nella notte finisce
Dimmi, dimmi, dimmi che senso ha
Dare amore a un uomo senza pietà
Uno che non si è mai sentito finito
Che non ha mai perduto, mai

Per te, per te una canzone
Mai una povera illusione, un pensiero banale
Qualcosa che rimane invece
Per me, per me più che normale
Che un’emozione da poco mi faccia stare male
Una parola detta piano basta già

Ed io non vedo più la realtà
Non vedo più a che punto sta
La netta differenza
Fra il più cieco amore e la più stupida pazienza
No, io non vedo più la realtà
Né quanta tenerezza ti da
La mia incoerenza
Pensare che vivresti benissimo anche senza

C’è una ragione che cresce in me
E una paura che nasce
L’imponderabile confonde la mente
Finché non si pente
E poi, per me più che normale
Che un’emozione da poco mi faccia stare male
Una parola detta piano basta già

Ed io non vedo più la realtà
Non vedo più a che punto sta
La netta differenza fra il più cieco amore
E la più stupida pazienza
No, io non vedo più la realtà
Né quanta tenerezza ti da
La mia incoerenza
Pensare che vivresti benissimo anche senza

No, io non vedo più la realtà

Pensare che vivresti benissimo anche senza

No, no, io non vedo più la realtà
Né quanta tenerezza ti da
La mia incoerenza
Pensare che vivresti benissimo anche senza”

Anna esegue la canzone con spontaneità ed ostenta una sicurezza da vocalist consumata. La voce scorre sensuale su note che sembrano provenire dal passato, con trame suadenti che affascinano ascolto dopo ascolto. La voce di Anna sembra avere il doppio dei suoi anni, tanto è profonda e in linea con il tema del testo. Siamo agli sgoccioli del 1977 e il nuovo anno vedrà Anna Oxa con il suo nuovo nome d’arte, e soprattutto quel look punk-androgino che avrebbe fatto sobbalzare dalle poltrone tutti gli spettatori presenti a quell’edizione del Festival. Sanremo, all’epoca considerato un momento reazionario della cultura italiana, viveva un periodo di stanca. Poco pubblico, scarsa considerazione da parte degli sponsor, un contesto ben diverso dalle dirette Rai al top dello share dei nostri anni. “Chi sarà mai costei, quanti anni avrà?”, queste e altre insolenze rimbalzarono tra gli spettatori un po’ imbiancati in quel febbraio del 1978.

La performance della “minorenne” Anna Oxa fu memorabile. Look maschile, accompagnata nella coreografia da una valigetta 24 ore (uno dei rimandi più forti all’ideale maschile dell’epoca), Anna cantò senza alcuna incertezza. Leggenda narra che Renato Zero, un altro alfiere in forza alla RCA, le avesse suggerito di indossare anche una tuba, regalandogliene una durante una session di prove. Ivan Cattaneo però fu di diverso avviso. Dalla testa della Oxa, la tuba compì un altro percorso, finendo su quella di Rino Gaetano, un altro dei protagonisti di quell’irripetibile edizione festivaliera, andata ben oltre il suo tempo.

Se Mina aprì gli anni 60’ confermandosi nel decennio successivo come portabandiera della femminilità fatta canzone, Patty Pravo sembrò coglierne il testimone sull’onda di una ritrovata autonomia e indipendenza dall’altro sesso, Anna Oxa sembrò chiuderne il cerchio, impersonando sia l’una sia l’altra, altrettanto elegante e fatale ma forte di una giovinezza che le avrebbe consentito di oltrepassare quattro decenni artistici. Tuttavia, nel nostro immaginario, Patty Pravo e Anna Oxa sembrano spartirsi equamente il bianco e nero degli anni Settanta, avendo segnato quel tempo dalle tinte fortissime, contrastanti e spesso arroventate da una lotta di classe ormai alla deriva. Imitate e parodiate (Loretta Goggi fece della Pravo quasi una sua naturale estensione), omaggiate da altri artisti – anche maschili – come il memorabile Luca Marinelli di Lo chiamavano Jeeg Robot, le canzoni di queste due italian-star sono state spesso inserite nelle colonne sonore di film e fiction ambientate in quegli anni. Ennesimo indizio di una forza evocativa straordinaria, che giace sul fondo di queste due canzoni inarrivabili, e riaffiora ogni volta ad ogni nuovo ascolto, con lo stesso irresistibile magnetismo proveniente da quei tempi lontani. Sono loro, le più belle tra le belle degli anni ’70: le canzoni che i discografici non ci regaleranno più.                       

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