Pane e tulipani: l’incontro onirico in una Italia oramai dimenticata

Questo articolo racconta il film Pane e Tulipani di Silvio Soldini in un formato che intende essere più di una semplice recensione: lo scopo è andare oltre il significato del film e fornire una analisi e una spiegazione delle idee e delle dinamiche che gli hanno dato vita.

Tutti gli anni Novanta e le soglie del nuovo Millennio per molti registi italiani hanno rappresentato un solo ed unico sostantivo, mutato in vero e proprio sentimento: “la Fuga”. I motivi, potrebbero essere innumerevoli e figli di molti cambiamenti che iniziarono in quel periodo e che già per qualcuno si percepivano negativi. Mentre il Paese cambiava drammaticamente in peggio, dal capostipite Salvatores e la sua trilogia della fuga iniziata in realtà nell’89’. Ma se c’è stato un periodo dove tutto poteva accadere è proprio il sopracitato, con un entusiasmo inspiegabile e con una voglia maggiore di rischiare, di perdersi in un mondo che non ci sembrava poi così cattivo.

Uno degli esempi più lampanti di questo modo di affrontare le cose è certamente Pane e tulipani di Silvio Soldini. Non è di certo un caso che il regista milanese faccia parte di quella tendenza del Nuovo cinema italiano che tanto impressionò non soltanto il nostro Paese, ma gran parte della critica mondiale. La pellicola in fatto di pubblico ebbe più successo all’estero, fu addirittura uno dei film più visti in Germania e Svizzera, ma anche Oltralpe, per quell’aria un filo francesizzante nei rapporti umani, che al grande pubblico nostrano fece storcere il naso essendo fissati con la commedia canonica a tutti i costi.

L’aura che pervade una Venezia solare e rigogliosa fa da sfondo ad un vero e proprio racconto onirico di formazione che predilige la narrazione dal punto di vista femminile, con il tema del viaggio in gran spolvero, utilizzato tra l’altro da Soldini anche nei suoi due film precedenti. Uno degli elementi che più va tenuto in considerazione è il linguaggio forbito ma non pomposo, frutto di una middle class italiana che ha realmente studiato, spesso nelle scuole pubbliche, prima che ritornassimo all’ottocentesco manierismo del figlio del contadino e quello dell’imprenditore e della differenza di formazione scolastica, tra l’altro invogliata moltissimo dai martellamenti mediatici che si sono protratti anche grazie alla politica nella informazione italica. Questo fa sì che una fonetica così educata nasconda dei sentimenti profondi di voglia di vivere, ma anche di inimmaginabile sconforto.

L’incontro causale che sigilla la fortuna di due anime in pena, ma di una delicatezza quasi tenera, rappresenta una svolta per Rosalba Barletta, interpretata da una superba Licia Maglietta. Quest’ultima è artista di teatro e danza prestata al cinema, che una volta avremmo considerato di nicchia, ma che ha lavorato oltre che con Soldini in diverse opere anche con nomi del calibro di Martone e Genovese. Il simbolismo che Soldini adopera strizza l’occhio a Krzysztof Kieślowski: lo stesso titolo è un puro riferimento alle casalinghe, ma che oggi si potrebbe allargare anche a molte persone di sesso maschile, molto spesso ignorate, sazie sì di cibo, ma non di emozioni, affetto (i tulipani).

Tra il folto e variegato gruppo di attori che compaiono in questa opera inusuale oltre alla protagonista spicca Bruno Ganz, infatti l’angelo di Wenders (che verrà premiato con il David di Donatello come migliore attore insieme alla Maglietta nella stessa categoria) recita addirittura in un fluente italiano, avendo la madre nata nel Belpaese. La pellicola oltre ai due David per gli attori protagonisti riesce a raccoglierne altri sette, per tutte le candidature importanti, e premia anche i due attori non protagonisti: un giovane Giuseppe Battiston,e Marina Massironi, conosciuta ai più per i ruoli nei film del trio comico Aldo, Giovanni e Giacomo.

L’aura quasi mistica con cui il regista tratta le storie di persone comuni, infonde una leggerezza in chi osserva che va oltre il puro concetto di metafisico. Tutto ciò rende l’opera sempre e comunque attuale nonostante i suoi vent’anni, questo perché benché sappiamo bene dove si svolgono le vicende, le vite e le comuni responsabilità di ognuno passano in secondo piano. La stessa Venezia, che non sfigura né nelle ambientazioni uggiose “Prattiane” né in questa assolata vicenda, risulta magnifica ed incontaminata, estraniandosi completamente dal traffico e dalla folla moderna acclamata come senso di benessere, ma che in realtà nasconde un narcisismo marcio e fine a se stesso.

La fotografia di Luca Bigazzi contribuisce certamente alla visionaria osservazione della città lagunare, senza dimenticare i dialoghi mai sopra le righe ed intellettualmente stimolanti trattatati oltre che da Soldini, anche da una delle sceneggiatrici più brave nel nostro panorama: Doriana Leondeff. L’umanità profonda che permea l’intero progetto rappresenta qualcosa di non assolutamente scontato, con degli attori in stato di grazia e con un certo tipo di formalità bonaria, che rasenta sempre la timidezza. Questo fa si che la pellicola si mischi alla letteratura, infatti la storia non avrebbe per nulla sfigurato neanche attraverso le pagine di un racconto. Le vicende delle “persone normali” e della quotidianità di Soldini rappresentano un monito al non vivere la vita troppo seriamente, ma abbracciare la voglia di scoperta, ma soprattutto di casualità.

Rating: 4.7/5. From 6 votes.
Please wait...

One comment

  1. l’ho visto domenica pomeriggio ed è stato folgorante. Mi è piaciuto in toto, la storia, le scenografie, la bravura di un cast d’eccezione. E devo dire che se sarà ancora presente sulla piattaforma me lo rivedrò con gusto ancora una volta a breve; come per i bei libri che appena terminati dispiace essere arrivati al finale

Comment

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.