Giorgio Gaber, Lo Shampoo: il significato nascosto del brano

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Giorgio Gaber è uomo eclettico, non conosce etichette. Non esiste categoria a cui possa riconoscersi a pieno. Anche la musica gli va stretta, tanto da creare nel 1970 un genere tutto suo (insieme a Sandro Luporini): “il teatro canzone“. Non bastano le parole, non bastano le note per raccontare storie di vita: i gesti sono simboli che rivelano aspetti nascosti, il non detto è padrone della scena.

Il Signor G, nel suo dialogo con se stesso ed un pubblico immaginario, è contorto da una sequela di tic nervosi che ne ri-tracciano l’immagine dando vita ad un ritratto dadaista. Ascoltare Gaber senza vederne le smorfie del volto significa comprenderlo solo a metà.

Nel 1972 esce l’album Dialogo tra un impegnato e un non so, ma un brano in particolare cattura l’attenzione: Lo shampoo, forse ho letto male, sì, “Lo shampoo”. Il brano è presente anche in Far finta di essere sani” ed è portato in scena in varie rassegne teatrali. Beh, forse ci teneva particolarmente.

Nella stagione teatrale del 1972-73, Gaber lo introduce così: “[…] l’importante è che ognuno abbia dentro di sé una forza, un’energia, una grande vitalità. Perché quando si ha questa energia, va bene tutto. E quando non si ha questa energia…”,  e subito dopo parte il fingerpicking sulle corde della chitarra a note basse alternate.

Una brutta giornata

Il tempo fuori è uno straccio sporco a coprire sole e vita. Costringe a restare in casa, un covo di noia e tedio. È un’inedia pressante che non lascia vie di scampo, per cui “quasi quasi mi faccio uno shampoo.”
Fuori la terra cerca di ripulirsi con una pioggia leggera, dentro le mura si cerca sollievo nel getto scrosciante  di una doccia. È un tentativo goffo di lavarsi dal peso del mondo, di una società a cui il Signor G non sente di appartenere. In questa tensione continua fra sé e l’altro, fra la propria esistenza ed un contesto sempre più estraneo, la solitudine si fa insopportabile. Ci si sente inutili (“una vita sprecata”), come lo shampoo che si sta per fare.

La poetica è crepuscolare, come l’istrione che si muove in un equilibrio precario e pericoloso, in  costante conflitto con le leggi degli uomini (come non ricordare l’incipit de La libertà: “vorrei essere libero, libero come un uomo/Come un uomo appena nato che ha di fronte solamente la natura”).

Poi il pensiero va all’infanzia, “La schiuma è una cosa buona, come la mamma/che ti accarezza la testa quando sei triste e stanco”. È un istinto antropico quello di cercare conforto nell’età dei fanciulli, perché i bambini sono tavole vuote (come direbbe Rousseau nell’ “Emilio”), non hanno valori e morali forti, non portano appresso giudizi. E questo Gaber lo afferma con forza in un’altra canzone “Non insegnate ai bambini la vostra morale” perché “è così stanca e malata, potrebbe far male”.

D’improvviso un dubbio lancinante lo assale, ingombra il pensiero e lo confonde, l’alternativa rimbalza nella mente come un palleggio di ping pong: “Shampoo rosso e giallo, quale marca mi va meglio?”.
Il monologo si fa sempre più surreale, chi ascolta è disorientato ma questo straniamento, inevitabilmente, diverte. Proprio nel susseguirsi di pensieri no-sense,  come i dialoghi dei salotti buoni descritti da Oscar Wilde, si nasconde in realtà una catena di riflessioni e denunce. “Son convinto che sia meglio quello giallo senza canfora/i migliori son più cari perché sono antiforfora.”

Come non leggerne una critica alla pubblicità, che crea bisogni e falsi miti, un po’ come fa Battiato in Cuccurucucù.

Il finale è fra i più ecclettici, cambia ogni volta come la schiuma che modifica la sua forma sotto il peso dell’acqua. E questo perché la canzone è anche teatro, non si lascia imbrigliare in un testo scritto ma cede all’improvvisazione. Nella versione pubblicata insieme al disco recita: “La schiuma è una cosa pura, come il latte:/ purifica di dentro. La schiuma è una cosa sacra/che pulisce la persona meschina, abbattuta/oppressa. È una cosa sacra/Come la Santa Messa.” Ma in una esibizione teatrale quella cosa sacra “che assopisce questa smania tipica italiana” diventa una “vacca indiana”.

E ancora nella stagione teatrale del ’72 la schiuma è “coma la democrazia”. Ed eccolo Gaber, con un j’accuse in stile pop, al ritmo di una canzonetta, così en passant, sferza una critica ad uno dei pilastri indiscussi della società occidentale: la democrazia. E lo fa con leggerezza, come stesse parlando di… uno shampoo, appunto.

Anche in altri brani la democrazia ( quella dei giorni nostri, s’intende) è messa in discussione per il suo essere poco rappresentativa, per il suo essere in realtà tirannia della maggioranza. Ma approfondire quest’aspetto è cosa fin troppo seria per una lavata di capo, per cui “Fffffff… Fon.”

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