Ema: un film che spiega il presente, tra reggaeton e poliamore

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Ema, presentato in concorso alla 76esima Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica, è il nuovo film del regista sudamericano Pablo Larraín.

Ema racconta di Ema, giovane ballerina che soffre: danza il dolore per la perdita del figlio adottivo Polo, che lei e Gastón, suo compagno nonché direttore della compagnia di ballo di cui lei fa parte, hanno riconsegnato ai servizi sociali in seguito ad un atto di piromania.

Questa è la storia del superamento di un dolore tramite lo slancio, l’energia vitale, il corpo, il sesso. Ema, come gli altri personaggi, intraprende una catarsi grazie alla quale si purifica attraverso danza, orgie, espressione fisica, fuoco.

Un fuoco che non è solo simbolico ma anche e soprattutto reale, tangibile. Ad Ema piace bruciare, bruciare sia dentro che fuori, incendiando tutto ciò che incontra, cose e persone. La sua piromania è lo specchio della vitalità che la attraversa, un fervore che la spinge a rivoluzionare la sua vita e ad infuocare anche quella delle persone che la circondano.

Tesse infatti una tela ingegnosa di relazioni per riappropriarsi del piccolo Polo, stringendo un legame sigillato dal sesso, dall’amore e dal sentimento con i nuovi genitori del bimbo, per dare origine ad una rivoluzione familiare che sconvolgerà l’esistenza dei due coniugi, facendo tabula rasa sulle loro certezze, radendo al suolo le loro convinzioni personali e familiari, amorose ed esistenziali, per piantare sul terreno arido delle loro esistenze qualcosa di nuovo e fertile.

“Quemar para seminar”, bruciare per seminare, dice proprio Ema, determinata ad attuare il suo piano.  Come facevano gli uomini nell’antichità, quando bruciavano una parte di terreno per poter piantare nuovi semi, cosi vuole fare Ema con lo spazio sociale che la circonda. La donna infatti incendia ed abbatte il sistema precostituito, annullando la definizione dei ruoli di mamma, amica, amante, eliminando la concezione di famiglia standard, allontanando la repressione emotiva e asfaltando quindi ogni sorta di pregiudizio per innestare il seme della novità, dell’esplosione sentimentale, dell’apertura sessuale e relazionale.

Il sistema, rappresentato dall’organo che si occupa dell’adozione di Polo e dagli sguardi giudicanti della gente, che investono la quotidianità di Ema e Gastón, vuole eliminarli, vuole escludere con questi giudizi i soggetti che bruciano, proprio come loro, catalogati come omosessuali, strambi poiché ballerini, deviati, perversi ed irresponsabili in quanto inscenano rappresentazioni artistiche intrise di sesso, sudore e sangue.

Ed Ema risponde a questi sguardi spogliandosi, tramutando l’amicizia con le sue compagne di ballo in amore, facendo sesso con i nuovi genitori di suo figlio e rimpiazzando le critiche con la spontaneità, con la necessità di manifestare il suo amore in ogni sfera possibile, lasciando che circoli tra i corpi, ammettendo che esista un’attrazione sessuale per il figlio stesso, concependo i rapporti come un tutt’uno, un cerchio di fuoco che raccoglie uomo e donna, etero ed omo, lealtà, passione, tenerezza, affetto, tristezza, gioia, libido.

Fondamentale a tale proposito è la figura del nuovo padre adottivo di Polo, Aníbal, che di professione fa il pompiere. L’uomo confessa ad Ema che con la sua compagna avrebbe voluto iniziare una “civilizzazione”, ergere un ordine e una solidità familiare fatta di sicurezze, di ruoli ben definiti e stabili.  Aníbal dedica la vita a spegnere il fuoco, a mettere a tacere le cose che ardono, utilizzando l’acqua, ovvero la quiete, il ritorno alla compostezza dopo l’estinzione dell’incendio. Questa volta però entra a contatto con un incendio troppo invasivo ed espanso per essere smorzato, e ne viene anche lui travolto, accendendo il fuoco che è in lui e iniziando a bruciare dello stesso ardore di Ema, che a macchia d’olio espande ormai la sua fiamma.

Conscio del rogo accesosi dentro di lui, ma ancora all’oscuro del piano architettato da Ema, Aníbal confessa i suoi timori alla giovane, affermando quanto la sua esistenza, come quella di tutti, sia sempre oscillata tra bene e male, e sia riuscita ogni volta, fino a quel momento, a tendere verso il Bene. Ed è qui, quando Ema controbatte di essere il Male in persona, che i due ci portano a riflettere sulla relatività dei concetti di giusto e sbagliato, sulla rivoluzione di buono e cattivo. Lo stravolgimento che Ema apporta alla vita delle persone con cui entra a contatto, la sua voglia di ribaltare le etichette, lo scuotimento che il suo atteggiamento e modo di pensare rappresentano, incarnano il male nell’immaginario sociale comune. Eppure Aníbal e la moglie Raquel sono tristi prima di incontrare la giovane donna, se ne stanno arroccati nell’apparenza di essere una famiglia modello, intrappolati nell’incomunicabilità, in uno spazio fatto di silenzi e sguardi vitrei, di convinzioni a priori, di principi dati per scontato ed imposti dall’esterno che non trovano alcun riscontro nella loro realtà. Ciò che è giusto, e dunque bene, per la società standardizzata, logora Aníbal e Raquel, così come tante altre coppie che anche adesso, anche in Italia, anche tra noi, si sforzano ad ogni costo di rientrare nei modelli imposti, visti come l’unica alternativa possibile. Ema e il suo Male, il suo perseguire solo ciò che la fa stare bene anche se non è il Bene comune, il suo annientare la monogamia, l’eterosessualità, il machismo, la famiglia modello, la carriera di successo e i rapporti interpersonali predefiniti, rivitalizzano Aníbal, Raquel, Gastón, Polo, fornendo ad essi una strada libera, ancora non tracciata, quella via che è possibile davvero edificare come meglio si crede, senza attingere a modelli precostituiti, ma avendo fiducia di ciò che fa stare bene o male ciascuno, di ciò che da realmente bontà o sconforto e tristezza nella vita di ognuno di loro.

La rottura di Ema è una rottura generazionale, che si rispecchia nella musica che la contraddistingue, e in cui la generazione stessa trova il suo corrispettivo artistico ed espressivo. Ema e le sue compagne di danza vogliono ballare il Reggaeton, vogliono ballare una musica nuova, attuale, che con la sua sensualità e sregolatezza esprime la rottura sociale di cui si fanno portavoce. Desiderano muovere i loro corpi al ritmo di questa sonorità scoppiettante, disarmonica e incoerente, carica di un’energia rivoluzionaria, che metta in scena la Vita, la loro di vita: senza progetti futuri, poiché privata di possibili sbocchi lavorativi e intrappolata in un mondo dove tutto è già stato scoperto e creato, la nuova generazione mette in scena quest’esistenza precaria sulle note di un ritmo che incarna i suoni del sesso, dell’istante in cui la vita si genera, dell’attimo che non ha ne passato ne futuro ma in cui la progettualità e il tempo s’interrompono per trasporre nel ballo lo slancio vitale, l’animalità, il momento dell’inseminazione, il godimento eterno, unica certezza impossibile da scardinare anche per una generazione che di certezze non ne ha più.

E’ così che Ema e le altre s’impongono. Abbandonano l’idea di pudicizia e sobrietà attribuita alla femmina per affermarsi in quanto esseri umani, in quanto Donne intrise di femminilità e mascolinità insieme, ambasciatrici di un femminismo che attraverso il ballo inscena la padronanza del corpo della donna da parte della donna stessa, la consapevolezza della potenza sessuale femminile e l’utilizzo di quest’ultima come via d’affermazione ed espressione artistica, vitale, dominante, priva di remore e svalutazioni.

Ema è dunque il film dell’iper-attualità. Contemporaneo e visionario insieme, descrive la generazione corrente e ne anticipa le mosse future, mettendo in scena non solo il presente ma anche gli albori delle decisioni esistenziali che essa si avvia ad intraprendere, sempre meno timidamente. Ed è cosi, attraverso la scena di un’orgia di ragazze-amiche-amanti che si fondono ballando Reggaeton e mescolando i loro corpi nel sesso, attraverso una scena in cui due coppie monogame si aggregano per condividere l’amore verso un unico figlio e verso più coniugi contemporaneamente, che Ema lancia un segnale di speranza e richiamo all’azione, mostrando come dal fuoco che rade al suolo, come da una società che ha abbattuto ogni possibile strada alla generazione che ora deve portarla avanti, è sempre possibile piantare un nuovo seme, attingere dalle macerie e dagli scheletri del vecchio per modellare i resti a disposizione dando vita ad una nuova Vita, che non crede più nelle istituzioni e nelle norme predefinite, che è disillusa e si fida solo dei sensi, dell’empirico, del qui ed ora, dell’amore universale e della connessione umana, unica certezza tangibile.

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