Ricordi? L’amore di Mieli che attraversa il metafisico

Questo articolo racconta il film Ricordi? di Valerio Mieli in un formato che intende essere più di una semplice recensione: lo scopo è andare oltre il significato del film e fornire una analisi e una spiegazione delle idee e delle dinamiche che gli hanno dato vita.

È singolare come i ricordi che pervadono la nostra mente abbiano un potere così prorompente. Se come qualcuno ha detto la vita più di giornate è composta da attimi di trascurabile felicità, il nostro cervello fa di tutto per renderci l’esistenza sopportabile. Questo perché mette da parte gli eventi più nefasti ed addolcisce ulteriormente i bei ricordi.

Nel racconto di questa evoluzione così incredibile è certamente abile maestro Valerio Mieli. Il regista romano infatti, dopo averci raccontato la storia di Silvestro e Camilla in Dieci Inverni alla fine del primo decennio del nuovo millennio, a distanza di quasi dieci anni riprova ad entrare in un determinato meccanismo di psiche, smarrimento e velato sentimento. Perché i protagonisti della sua opera prima, Luca Marinelli e Linda Caridi (di cui tra l’altro nella pellicola non esistono dei veri e propri nomi, venendo definiti semplicemente Lui/Lei), contribuiscono a rendere il percorso dell’opera ancora più affascinante, non identificandosi in un certo modo e mischiandosi in quell’aria a volte tersa ed ossimoricamente confusa dei ricordi umani.

Chiaramente il regista nell’enumerazione delle reminiscenze non viaggia su un piano temporale in linea retta, ma si deflette costantemente rievocando episodi nell’arco temporale molto lontani e li accoppia con quelli più recenti. Nonostante ciò, l’opera in sostanza risulterà lineare per i più attenti, e a differenza del suo primo lavoro, dove gli amanti non sembrano raggiungersi mai, qui esiste un sentimento vissuto, ragionato ed intriso di quei flashback fumosi ed onirici che pervadono le esistenze della coppia.

Uno degli elementi essenziali della storia è decisamente lo scorrere del tempo ed il suo eterno rincorrerlo da parte dell’uomo, che vede due caratteri completamente contrapposti. Se il professore di Storia romana “Marinelli” si angoscia continuamente sulla bellezza delle cose e la sua fine, la più ancorata alla terra Caridi, anch’essa professoressa ma di liceo, sostiene che le cose che ci capitano sono già belle nel momento in cui accadono e non solo quando vengono ricordate.

Nonostante due personalità agli antipodi, i due si amano in modo molto candido, quasi adolescenziale, rasentando quel cinema del sogno che strizza l’occhio a Michel Gondry. Sì perché in un cinema come il nostro iperrealista, quest’opera rappresenta un esperimento fresco, di quel cinema d’essai che più che lasciarci con un finale ben definito ci regala ulteriori domande. La visione percettiva ha un pressoché di unico, dove si arrivano a sentire gli odori e persino gli umori dei protagonisti. È proprio questo il miglior talento del regista, che non si preoccupa affatto di essere subito compreso, muovendosi in un arco temporale vasto e facendo da assist ad uno dei romanzi cardini della letteratura italiana del Dopoguerra, Il barone rampante di Italo Calvino, che prosegue l’allegoria della trilogia Calviniana e che si rispecchia anche nelle vicende dei due amanti.

Probabilmente se questo film fosse stato prodotto aldilà dell’Atlantico, in molti griderebbero al capolavoro, ma in un Paese esterofilo figlio del “Fuori dall’Italia è tutto perfetto” l’opera è passata un po’ in sordina, se non per qualche volenteroso cinema anche di provincia che non con diverse difficoltà è riuscito a metterlo in cartellone. Molto probabilmente perché questo modo di fare arte è distante anni luce dal mainstream e quella modernità composta esclusivamente da action e commedie. Ritornano con un eco assordante le parole di Bartolomeo “Bart” Vanzetti in quella Torino di “Santamaradoniana” memoria, che riferendosi alla letteratura pensa a buon dire che le persone cerchino sempre di andare a colpo sicuro, comprando quel canonico libro all’anno senza andare aldilà del proprio naso.

Oltre ad un sempre bravo Luca Marinelli, capace di trasformare in oro tutto quello che tocca, appartenente ad una generazione talmente disgraziata di attori italiani che con le unghie e con i denti finalmente si sono affermati alla grande nel cinema nostrano ed europeo, emerge la freschezza di Linda Caridi. L’attrice meneghina infatti, di origini siculo-calabresi, è di una espressività estasiante, candida, fanciullesca e dannatamente adorabile, mostrando un talento fuori dal comune. A dire il vero aveva già notevolmente impressionato in positivo in Antonia di Ferdinando Cito Filomarino, nei panni della poetessa Antonia Pozzi, con un lavoro maturo e privo di sbavature.

I ricordi, nella loro tessitura si potrebbero tranquillamente paragonare a delle partiture musicali, così come il finale del film, scandito da un brano al pianoforte che muta in enfasi animata in piena convergenza con il riaffiorare dei ricordi della coppia, che si trova più a suo agio in una dimensione/non dimensione, territorio onirico e metafisico. I mondi psichici che attraversa Mieli, ci rammentano il nostro essere in una continua riesaminazione che ci porta al cambiamento, che non deve necessariamente rappresentare qualcosa di cattivo, ma come una visione diversa dello stesso orizzonte, riscoprendoci a volte migliori e propensi al riallacciare le cose perdute.

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