My mother said: Fabrizio De André vs David Bowie

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My mother said
that I never should
play with the gypsies
in the wood.

Quello che vi ho appena riportato è l’inizio di un’antica filastrocca inglese, di cui a voi penso non interessi più di tanto. Penso invece che vi interesserà sapere come questi versi di origine popolare abbiano ispirato due artisti geniali come Fabrizio De André e David Bowie nella scrittura di due tra le loro canzoni più iconiche.

In che modo? Andiamo a scoprirlo partendo dal brano Sally del cantautore genovese.

Ma prima una piccola premessa. Il brano è ispirato al romanzo Cent’anni di solitudine di Gabriel García Márquez, da cui trae continui riferimenti, in particolare per quanto riguarda i nomi e i ruoli dei personaggi. In questo articolo tuttavia non è mio interesse creare un confronto fra l’opera dell’autore colombiano e la canzone di De André.

Mia madre mi disse: “non devi giocare
con gli zingari nel bosco”.
Mia madre mi disse: “non devi giocare
con gli zingari nel bosco”.

Ecco subito la nostra filastrocca. Cosa dire a riguardo? Se da un lato le preoccupazioni della madre per la figlia (la protagonista del brano è una donna) sono comprensibili, dall’altro non sono certo un manifesto di accettazione e di inclusione.

Ma il bosco era scuro l’erba già verde

lì venne Sally con un tamburello.
Ma il bosco era scuro, l’erba già alta
dite a mia madre che non tornerò.

Tuttavia l’erba del bosco è ormai “verde e alta”: in parole povere, la protagonista è abbastanza grande da poter fare della sua vita quello che vuole.

Quindi, nonostante le raccomandazioni della madre, cede al fascino dello sconosciuto – il bosco scuro – e decide di seguire una giovane ragazza gitana (la storia è ambientata in Spagna) di nome Sally.

Da qui in avanti noterete come il compito di avvisare del suo addio le persone da cui la ragazza si allontana sarà sempre delegato a qualche spettatore immaginario della vicenda. Il che ci dice molto sulla sua volontà di non avere nessun tipo di legame col passato, ma sembra anche nascondere una certa insicurezza e una certa tendenza alla fuga.

In particolare l’addio alla madre verrà menzionato puntualmente ogni otto versi, facendoci capire che sicuramente è stato quello più sofferto nonché l’unico mai davvero superato.

Andai verso il mare senza barche per traversare
spesi cento lire per un pesciolino d’oro.
Andai verso il mare senza barche per traversare
spesi cento lire per un pesciolino cieco.

Gli montai sulla groppa e sparii in un baleno
andate a dire a Sally che non tornerò.
Gli montai sulla groppa e sparii in un momento
dite a mia madre che non tornerò.

Lasciatasi alle spalle anche Sally, la protagonista vuole scoprire il mondo che la circonda e perciò si reca alle rive del mare dove inizierà il suo viaggio. E a questo punto ci ritroviamo di fronte al leitmotiv del testo: la giovane sceglie nuovamente una via alternativa, non interessandosi assolutamente alla strada più sicura. Così non si attrezza con “barche per traversare”, ma acquista un pesciolino che le sostituisca.

Il pesciolino è d’oro perché arricchirà la protagonista con le nuove esperienze verso cui la guiderà. Ma probabilmente l’intento di De André era anche quello di creare un gioco di parole con una delle traduzioni spagnole di “pesce rosso”, ovvero “pez de oro”, simile a quella inglese “goldfish”. Inoltre è cieco perché il viaggio che affronteranno insieme sarà completamente improvvisato e quindi privo di mete.

Vicino alla città trovai Pilar del mare
con due gocce d’eroina si addormentava il cuore.
Vicino alle roulotte trovai Pilar dei meli
bocca sporca di mirtilli, un coltello in mezzo ai seni.

Arrivata in città, la protagonista fa la conoscenza di un’eroinomane chiamata Pilar, che presto però trova morta vicino alla sua roulotte.

Pilar è prima “del mare”, che richiama la metafora precedentemente utilizzata per descrivere la scelta di vita avventurosa della protagonista, e poi “dei meli”, che stanno ad indicare la distanza ideologica dalla società civilizzata.

I mirtilli di cui è sporca la sua bocca sono ovviamente sangue, mentre il “coltello in mezzo ai seni” è plausibilmente la siringa che la fa morire di overdose.

Mi svegliai sulla quercia, l’assassino era fuggito
dite al pesciolino che non tornerò.
Mi guardai nello stagno, l’assassino s’era già lavato
dite a mia madre che non tornerò.

Con la scomparsa dell’amica, il pesciolino, che rappresenta la speranza e la spensieratezza della gioventù, viene metaforicamente abbandonato.

La ragazza sa di essere complice dell’”omicidio” e quindi, penalmente parlando, assassino, perché non ha impedito che il misfatto, più che preventivabile, accadesse. In questo modo il suo candido animo si macchia di un primo incancellabile rimorso. Tuttavia la protagonista cerca di passarci sopra: dapprima dormendo per un po’ e poi lavandosi in uno stagno nel vano tentativo di ripulirsi la coscienza.

Seduto sotto un ponte si annusava il re dei topi
sulla strada le sue bambole bruciavano copertoni.
Sdraiato sotto il ponte si adorava il re dei topi
sulla strada le sue bambole adescavano i signori.

In questa quartina viene presentata la figura del re dei topi, l’unica che influenza davvero negativamente la protagonista.

Il re dei topi non è nient’altro che un protettore. Il suo nome, alquanto regale e altisonante, richiama quello di un fenomeno raro ma comunque esistente in natura, in cui le code di più esemplari di topi o di altri roditori si aggrovigliano tra di loro, creando un nodo inscindibile. Con questa metafora De André vuole far intendere lo status elevato che questo losco individuo aveva nel mondo della criminalità. I topi di fatto stanno a simboleggiare proprio quest’ultima, perché, così come i ratti si muovono di nascosto nei luoghi che gli uomini considerano più inospitali e sgradevoli, così fa la malavita.

Mi parlò sulla bocca, mi donò un braccialetto
dite alla quercia che non tornerò.
Mi baciò sulla bocca, mi propose il suo letto
dite a mia madre che non tornerò.

Il re dei topi “propone” alla protagonista di diventare una prostituta. E adesso anche l’esperienza con l’amica Pilar, rappresentata dal luogo dov’è sita la famosa quercia, è ormai acqua passata.

Mia madre mi disse “non devi giocare
con gli zingari del bosco”.
Ma il bosco era scuro l’erba già verde
lì venne Sally con un tamburello.

Ormai piegata da una vita di abusi e di tristezza, la giovane ripensa all’inizio del suo viaggio, rimpiangendo di non aver seguito il consiglio della madre. Tuttavia sembra non incolparsi della decisione presa, perché, nonostante tutto, è ancora in grado di comprendere le motivazioni che l’hanno spinta a farlo.

Coerentemente con le sostanziale distanza artistica fra i due cantautori, Bowie declina la filastrocca in modo molto diverso, così come scrive una canzone molto diversa. Sto parlando del suo capolavoro Ashes to ashes.

Il brano, con cui David Bowie si lascia alle spalle la trilogia berlinese e si affaccia agli anni ’80, si pone come continuazione della celeberrima Space Oddity.

Nel primo capitolo di questa storia, pubblicato nel 1969, ci viene raccontato di un astronauta chiamato Major Tom che lascia un pianeta avvolto da un alone di inesorabile tristezza (Planet Earth is blue and there is nothing I can do) con l’intento di atterrare sul suolo lunare. A un certo punto però si verifica un guasto che lo costringerà a vagare per lo spazio senza una meta e senza poter comunicare con la Terra.

Inizialmente il protagonista non si rende conto della situazione perché la stazione di controllo non riesce a comunicarglielo, così si lascia guidare dall’astronave senza farsi troppi problemi (I think my spaceship knows which way to go) – e già qui possiamo notare una prima similitudine con “Sally”. Solo verso la fine del brano inizia a capire che qualcosa non è andato come previsto (Here am I floating ’round my tin can/ far above the moon).

Il secondo capitolo invece vede Major Tom, ormai disperso in lontani meandri dello spazio, recuperare i contatti con il pianeta Terra oltre dieci anni dopo la sua partenza e cercare di raccontare agli operatori della stazione di controllo la sua attuale condizione.

Do you remember a guy that’s been
in such an early song?
I’ve heard a rumor from Ground Control.
“Oh no, don’t say it’s true!”.

They got a message from the Action Man
“I’m happy, hope you’re happy too.
I’ve loved,all I’ve needed: love”.
Sordid details following.

Bowie, nella veste di narratore esterno, dice di aver ottenuto delle informazioni dalla stazione di controllo, secondo le quali Major Tom avrebbe fatto recapitare un messaggio che recita: “Sono felice. Spero che anche voi lo siate. Ho amato. Tutto ciò di cui ho avuto bisogno: amore”.
Insomma il nostro astronauta si ripresenta al suo pianeta natale con un messaggio di pace interiore e di amore verso il prossimo quasi evangelico. Tuttavia seguono “sordidi dettagli”.

The shrieking of nothing is killing, just
pictures of Jap girls in synthesis and I

ain’t got no money and I ain’t got no hair.
But I’m hoping to kick but the planet it’s glowing.

Major Tom si ritrova invecchiato – senza capelli – e senza soldi, anche perché nello spazio aperto non ha più valore nulla di ciò che ne ha sulla terra. E qua c’è un parallelismo interessante con il “pesciolino d’oro” di “Sally”, che, sostituendosi alle barche, stava proprio ad indicare come la vera ricchezza abbia ben poco a che fare col denaro.

Come se ciò non bastasse, è ormai portato all’esaurimento dal “grido del nulla” – ovvero da quello che gli amanti degli ossimori chiamerebbero “silenzio assordante” – che è costretto ad ascoltare da oltre dieci anni. Per passare il tempo non ha altro che delle fotografie di ragazze giapponesi su cui praticare autoerotismo. Anche questo stato di profonda solitudine ricorda molto quello che prova la protagonista di “Sally” negli ultimi anni di vita narrati.

Nel momento in cui sta scrivendo questo messaggio il povero astronauta dice di essere alle prese con un pianeta in fiamme e di star “sperando di scamparla”.

Ashes to ashes, funk to funky:
we know Major Tom’s a junkie
strung out in heaven’s high
hitting an all-time low.

Gli operatori della stazione però non si dimostrano molto interessati e liquidano il tutto dando poca importanza alla cosa, perché a detta loro Major Tom è solamente un “drogato che, confinato nell’alto dei cieli, sprofonda in una depressione senza fine”.

È interessante notare l’utilizzo di termini che si rifanno al mondo religioso: “ashes to ashes” è un estratto di una nota preghiera, mentre “heaven’s high” è, come visto prima, l’equivalente letterale di “alto dei cieli”.

In una visione allegorica del testo nella quale Major Tom è David Bowie stesso – che verrà avvalorata nell’analisi della strofa seguente – questo ritornello rappresenta la voce del mondo dello spettacolo, sempre pronto a giudicare negativamente e totalmente disinteressato a comprendere la persona al di là dell’artista.

Tra l’altro, il fatto che Bowie metta in bocca agli operatori le parole “funk to funky” può essere letto come la volontà da parte dell’artista di dichiarare pubblicamente conclusa la sua esperienza col funk e con la musica nera in generale, che aveva caratterizzato la sua produzione musicale immediatamente precedente alla trilogia berlinese.

Time and again I tell myself
I’ll stay clean tonight
but the little green wheels are following me
– oh no, not again!

D’ora in poi i versi si fanno molto autobiografici. Bowie tenta di parlare dei suoi ultimi anni di vita tramite il Maggiore Tom, a partire dal consumo di cocaina.

Il nostro “junkie” si ripromette spesso di star lontano dalla droga, ma è talmente assuefatto che ormai è come se fossero le “little green wheels”, ovvero le banconote che vengono arrotolate per poter sniffare la cocaina, a venire di loro sponte da lui.

I’m stuck with a valuable friend:
I’m happy, hope you’re happy too.
One flash of light but no smoking pistol.

Continua il racconto allegorico degli anni ’70 di Bowie. Major Tom è bloccato nell’astronave con un “amico prezioso”, cioè la droga. E, alla fine dei conti, per quanto cerchi di contenersi nel consumo, sembra esserne felice.

Nell’ultimo verso la cocaina viene descritta come “un lampo di luce senza nessuna pistola fumante”, quindi come un elemento di rottura, che in qualche modo risveglia la mente di Major Tom, senza però mai fargli davvero del male.

I never done good things
I never done bad things
I never did anything out of the blue.
Want an axe to break the ice
wanna come down right now.

I primi tre versi sono un giudizio che Bowie dà al suo passato musicale. Anni dopo la pubblicazione del pezzo dirà in un’intervista: “Those three particular lines represent a continuing, returning feeling of inadequacy over what I’ve done. I have a lot of reservations about that I’ve done, inasmuch as I don’t feel much of it has any import at all”.

Sul piano allegorico questo senso di inadeguatezza viene sperimentato da Major Tom nei confronti della sua persona.

L’astronauta dice poi di aver bisogno di qualcosa che “rompa il ghiaccio” e che lo aiuti a tornare sulla Terra. Un po’ come evidentemente il cantautore londinese negli anni ‘70 aveva bisogno di qualcosa che mandasse in frantumi la prigione di vetro in cui viveva.

Ritornello

My mother said

to get things done
you’d better not mess

with Major Tom

Ed eccoci arrivati alla nostra filastrocca!

David Bowie ce la ripropone modificata apposta per l’occasione, facendola cantare in coro agli operatori della stazione, che esprimono quindi scherzosamente un senso di diffidenza nei confronti di Major Tom e lo lasciano in via definitiva a vagare per lo spazio aperto fino alla fine dei suoi giorni.

In un’interessante intervista Bowie dichiarò che nel momento della scrittura di “Ashes to ashes” la sua idea fosse quella di far suonare l’intero brano come una sorta di ninna nanna. Evidentemente mantenne l’idea originale per creare uno degli outro più geniali della storia della musica.

Considerazioni finali. È sicuramente interessante notare come entrambi i brani, partendo da una fonte di ispirazione comune che avrebbe potuto spalancare centinaia di porte, arrivino a un risultato finale simile. Non tanto per la forma, quanto per i contenuti. In entrambi infatti sono centrali le tematiche della solitudine e della tossicodipendenza.

E non penso che ciò sia del tutto casuale. Entrambi gli artisti sono riusciti a cogliere il senso di diffidenza nei confronti del diverso insito nella filastrocca e a scriverci una canzone perché la sensibilità rispetto a questa tematica è sempre stata particolarmente viva in entrambi.

De André e Bowie sono completamente opposti per scelte stilistiche, per preferenze musicali, per approccio al testo, per background culturale e sociale. Eppure entrambi conoscono bene il significato della diversità: il dramma e la solitudine che ciò comporta, così come l’occasione che a volte può rappresentare .

I protagonisti dei due brani infatti partono per un lungo viaggio proprio perché subiscono il fascino dell’ignoto e vedono in esso la possibilità di dare una svolta a una vita che non li soddisfa davvero. Ma arrivati alla fine dei rispettivi viaggi si ritrovano, tristi, soli e incompresi, a dover subire il lato negativo della diversità che si sono scelti.

Pur non sperimentandola mai davvero sulla sua pelle, De André sviluppa sin da piccolo un grande interesse verso quelli che era solito chiamare “gli ultimi, i dimenticati, le minoranze”, probabilmente perché annoiato dalla vita agiata e formale della sua ricca famiglia. E poi il resto è storia: come tutti sappiamo infatti fonderà un’intera carriera musicale sulla narrazione della vita dei suddetti.

Bowie invece la vive in modo molto più diretto. Da bambino il suo idolo era il fratellastro Terry, affetto da schizofrenia paranoide. David segue il fratello per tutta la vita e vede man mano i sintomi della malattia degenerare la sua condizione psichica. Ciò contribuisce in modo massivo a formare la sua personalità: come si evince infatti dalle sue canzoni, Bowie passerà tutta la sua vita a ricercare e a raccontare l’archetipo dell’uomo solo e sofferente, tanto da diventarlo a sua volta per alcuni periodi.

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