Piero Ciampi, il poeta dell’abbandono: i significati dei suoi testi

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Piero Ciampi è indubbiamente il meno celebrato dei cantautori italiani. Non aveva la capacità di mettere tutti d’accordo di De André, non aveva le doti letterarie di Guccini, non ha scritto melodie immortali come quelle di Gino Paoli e non aveva né la preparazione musicale né il fascino da “bello e maledetto” di Luigi Tenco.

Aveva però una cosa in comune con quest’ultimo: era indubbiamente un maledetto. Senza il “bello” (al limite per qualcuno poteva risultare affascinante): soltanto maledetto. Inoltre era indubbiamente poeta: ci teneva tanto da essersi fatto scrivere “poeta” alla voce “professione” sul passaporto. Insomma era un poeta maledetto, un Arthur Rimbaud che suonava la chitarra.

Lo era davvero e insindacabilmente. Lo era nella vita di tutti i giorni, senza dover ostentare il suo anarchismo con discorsi sofistici o con scelte di facciata. Ciampi non cedeva alla retorica del decadentismo: lui era decadente e basta, consapevole o meno.

Breve riassunto biografico per chi non lo conoscesse. Piero Ciampi nasce nel 1934 a Livorno. Durante i bombardamenti della seconda guerra mondiale sfolla nelle campagne pisane con la famiglia, ma poi fa ritorno nella città natale, dove passa il resto della sua adolescenza. A diciotto anni viene trasferito a Pesaro per il servizio militare e qui conosce il compositore Gianfranco Reverberi. Insieme a quest’ultimo va poi a Genova: i due diventano quindi parte della scena musicale locale. In particolare Ciampi stringe amicizia con i già citati Luigi Tenco e Gino Paoli.

Vive poi precariamente per anni grazie alla sua musica. Come cantante non raccoglie mai i favori della critica, nonostante le stupende pubblicazioni insieme all’amico di sempre Reverberi e al maestro Marchetti. L’attività di paroliere sembra invece regalargli più soddisfazioni: nel 1965 la sua Ho bisogno di vederti, cantata di Gigliola Cinquetti, arriva seconda al festival di Sanremo; negli anni ’70 invece scrive testi per Nada, che avrà poi un grande successo nel mercato discografico.

Dopo aver passato tutta la vita convinto di morire per via di una cirrosi epatica dovuta all’esagerato consumo alcol, Piero Ciampi muore invece nel 1980, a soli quarantacinque anni, per un cancro all’esofago.

Finita la presentazione della persona, addentriamoci nel lato artistico. Come avete letto nel titolo, la sua produzione letteraria vide spesso ricorrere un tema: l’abbandono. A partire dal suo secondo singolo dall’eloquente titolo L’ultima volta che la vidi.

Il mio sguardo vide i suoi passi
allontanarsi per sempre sulla sabbia
e fu l’ultima volta, l’ultima volta che la vidi

Sin dall’inizio l’atmosfera è drammatica e i termini adoperati dall’autore sono assolutistici. Probabilmente si tratta di un fatto inconscio, ma che rivela tanto su quanto Ciampi soffrisse l’abbandono. La psicologia infatti ci dice che in una composizione scritta le forme di assolutismo declinate in negativo sono riferibili ad uno stato mentale gravemente depressivo.

L’ultima volta che la vidi
mi chiese di fermare il tempo
e mi dette uno scrigno pieno di comete

Il ricordo di quella volta è ancora vivo nell’autore che, nonostante la grande tristezza attuale, non riesce ancora a scordarne la gioia e le dà una connotazione estremamente positiva, quasi magica (il tempo che si ferma, lo scrigno pieno di comete – metafora della possibilità di realizzare tutti i propri desideri).

(…)
Fu una lacrima candida e lunga
che cadendo sopra un fiore
mi fece ricordare
che se bianco è bianco e nero è nero
in questa vita io sono uno straniero.

Io non posso ormai più andare
tra i sorrisi della gente
né chiedere alle cose un posto in mezzo a loro.

L’abbandono ha un effetto devastante, tanto che Ciampi si vede ora totalmente estraneo al resto del mondo e non si riconosce più la possibilità di trovarvici un posto, sfumata l’occasione di averne uno affianco alla donna dei suoi sogni.

Come testimonia lui stesso nel testo di Ha tutte le carte in regola (per essere un artista), sono due i grandi abbandoni che Piero Ciampi deve affrontare nella sua vita. Andiamo a scoprire quali.

Ha amato tanto due donne.
Erano belle, bionde, alte, snelle.
Ma per lui non esistono più.

Ciampi passa la fine degli anni ’50 e l’inizio dei ’60 a vagabondare per i paesi più disparati. Nel ’57, a 23 anni, parte per la Francia senza una lira in tasca, ma riesce in qualche modo a mantenersi cantando le sue poesie per strada. Qui diventa un conoscitore ed estimatore della chanson francese e gli viene affibbiato il nome d’arte che lo accompagnerà per i primi passi della sua carriera: “L’italianó”, poi trasformato in “Piero Litaliano”. L’anno successivo parte per la Svezia insieme a Luigi Tenco. Dei viaggi seguenti si sa davvero poco: c’è addirittura chi dice che sia stato in Giappone. L’unica altra certezza è che a un certo punto scopre l’Europa anglosassone ed in Irlanda conosce la prima delle due donne sopracitate: Moira.

Questo fidanzamento porta a un matrimonio durato un anno e alla nascita di un figlio nel ‘63. A un certo punto però, per motivi a noi ignoti, Moira scappa portando con sé il bambino. Ed ecco realizzato il primo dei due abbandoni sopracitati.

Da questa dolorosa separazionenasce sempre nel ‘63 anche il primo trentatré giri del fu Piero Litaliano, che ha titolo omonimo. La copertina riporta la seguente dicitura.

Ho scritto queste dodici canzoni
per una donna
che ho amato e poi ho perduto.

Questi dodici ricordi sono la bastiglia del mio cuore.
per la mia donna
ho fatto cose ben più grandi
di queste canzoni,
ma quelle cose sono ormai perdute.

Ora
restano soltanto dodici canzoni.

In realtà diversi brani presenti nell’album erano già stati pubblicati su 45 giri tra il ’61 e il ’62, quindi i riferimenti temporali che le poche fonti esistenti sulla vita di Ciampi ci danno non coincidono del tutto. Le ipotesi a questo punto sono molteplici: queste canzoni erano state scritte per relazioni precedenti e sono state poi ricontestualizzate; tutti i brani parlano effettivamente di Moira ma quelli pubblicati precedentemente erano riferiti a periodi temporanei di crisi della loro relazione; i riferimenti temporali di cui disponiamo sono sbagliati un paio d’anni.

Ma ora entriamo nel merito dei testi. Le liriche di questo album sono tutte talmente belle e particolareggiate che faccio seriamente fatica a selezionarne solo alcune per questo articolo (anche se lo farò comunque per favorirne la leggibilità). Ogni brano parla in modo impeccabile di una determinata sfaccettatura dell’abbandono amoroso e della già citata elaborazione del lutto.

Non so più niente è una delle canzoni che in assoluto rende meglio il sentimento che si prova quando si viene lasciati dopo aver investito tempo e risorse in una relazione importante. L’elaborazione del lutto è particolarmente lunga e l’accettazione complicata: ci si sente smarriti e storditi, sopraffatti totalmente dal dolore; e allo stesso tempo impauriti dall’obbligo di dover continuare ad affrontare una vita che appare di una tristezza irrimediabile.

Non so più niente della tua vita
non so neppure se mi vuoi bene
se io ti manco, se vivi sola
se hai la pace: non so più niente.

(…)

E questa vita che continua
amara, senza di te.

Continua sempre questa esistenza

questo deserto pieno di voci.

Fino all’ultimo minuto invece è un manifesto della delusione sentimentale. Si tenta con tutte le proprie forze di rimanere nella vita del proprio amato, ma quest’ultimo è ormai totalmente disinteressato e non si può fare altro che rassegnarsi all’evidenza dei fatti.

Fino all’ultimo minuto
ti ho tenuto accanto a me.
Fino all’ultimo minuto
non volevo dirti addio.
Ma non ci sei mai
quando piangono i miei occhi
nelle sere senza fine tu non ci sei.

Un altro esempio è Hai lasciato a casa il tuo sorriso, che racconta del repentino cambiamento del modo di porsi di una metà della mela nei confronti dell’altra quando per la prima il sentimento inizia a venir meno. Solo chi ci è passato sa quanto questo dolore sia lacerante; e Ciampi riesce a descriverlo con una sensibilità e un’accuratezza uniche.

Hai lasciato a casa il tuo sorriso
forse sopra un libro
o nel vetro dello specchio.

(…)

Mentre ci lasciamo
sento ormai che son perdute
quelle cose tanto piccole
quelle frasi così semplici
che volevano soltanto
il tuo sorriso.

Uno snodo importante all’interno del disco è Non chiedermi più. Qui Ciampi abbandona il dolore cieco e cerca di mettere una pietra sopra alla relazione appena conclusa. È una delle poche volte nella sua discografia in cui il cantautore livornese appare seriamente propositivo. Quel “forse era il destino ed è finita così” sul finale del pezzo è la giusta dose di filosofia che ricuce egregiamente tutte le cicatrici.

Non chiedermi più
chi di noi due ha ragione.
Ma pensa a quel tempo
che abbiamo vissuto insieme.

(…)

Sono anni che parli con quella tua testa
piena d’incomprensione.
Sono anni che taccio e non dico niente
per non farti del male.

(…)

Sono anni che guardi con quegli occhi grigi
e non ti dico niente.
Sono anni che sento, che penso
e piango e non ti dico niente.
Forse era il destino
ed è finita così.

Concludiamo questa prima parte di articolo, dedicata alla presentazione di Piero Ciampi e al suo disco d’esordio col testo di uno dei suoi brani più celebri.

Qualcuno tornerà si presenta come una poesia molto breve ma al contempo densa di significato: non a caso è il passaggio concettualmente più importante di tutto “Piero Litaliano”. In questo pezzo l’autore, stanco di tutto il dolore e di tutta la tristezza accumulati, si guarda dentro e parla con se stesso. Da questo soliloquio viene fuori un messaggio di speranza e di voglia di vivere che non ha davvero bisogno di commenti.
L’elaborazione del lutto è ormai giunta a termine: Piero adesso è pronto per lasciarsi alle spalle Moira e per partire alla volta di altri e inesplorati lidi.

Qualcuno tornerà
per sentire la tua voce
per dirti che la vita
è un gioco in mezzo ai prati
che il tempo non ha fine
se vivi per qualcuno.

Qualcuno tornerà
Per amarti tutti i giorni.

Il secondo dei due abbandoni avviene in un momento indeterminato, presumibilmente tra la fine degli anni ’60 e l’inizio dei ’70, per mano dell’altra donna “bella e bionda”: Gabriella. Da questo secondo breve matrimonio, il cantautore livornese ha una figlia.

I fatti inerenti a questa relazione verranno raccontati nell’album Io e te abbiamo perso la bussola.

Pubblicato nel 1973 e curato musicalmente dal maestro Gianni Marchetti, con cui Ciampi collaborava stabilmente già da tempo, segna un punto di svolta cruciale nella carriera del cantautore. Dai contenuti di questo disco infatti viene fuori in modo chiaro che i tempi del giovane Piero Litaliano che si disperava per le sue turbe amorose siano finiti e abbiano lasciato spazio a un Piero più maturo che si ritrova ad affrontare problematiche in qualche modo più adulte, per lo meno nel senso di più concrete e tangibili.

Di conseguenza, la sua scrittura si fa meno poetica ma più diretta e soprattutto più visiva.

Vi anticipo che, a differenza di quanto ho fatto con il trentatré giri precedente, in questo caso menzionerò tutti i testi del disco e li riporterò in forma più completa. Questo non perché siano più belli ma semplicemente per permettervi di seguirne meglio la struttura e la trama, oggettivamente più complesse di quelle dei testi di “Piero Litaliano”.

Il 33 giri inizia con la già menzionata Ha tutte le carte in regola (per essere un artista), il manifesto artistico di Ciampi in cui l’autore racconta del suo stile di vita assolutamente e volutamente lontano dai canoni della società occidentale.

Ha tutte le carte in regola
per essere un artista:
ha un carattere melanconico
beve come un irlandese
se incontra un disperato
non chiede spiegazioni
divide la sua cena
con pittori ciechi, musicisti sordi

giocatori sfortunati, scrittori monchi.

(…)

Dopodiché inizia il vero e proprio racconto del secondo grande abbandono, a partire da Te lo faccio vedere chi sono io, brano in cui Ciampi parla in modo ironico del suo disagio economico. La trama del pezzo è immediata ed efficace: Piero riesce a portare a casa sua la futura compagna e cerca di abbindolarla con delle promesse che si rivelano in fretta non realizzabili, facendogli fare una figura a dir poco barbina.

Una regina come te in questa casa? Ma che succede?
Ma siamo tutti pazzi? Ma io adesso sai che cosa faccio?
Che ore sono? Le undici? Io fra – guarda – fra cinque ore
sono qua e c’hai una casa con quattordici stanze.
Te lo faccio vedere chi sono io.

E che sono quei cenci che hai addosso?

Ma che è, ma fammi capire…
Ma senti… ma io… ma come!
Tu sei… sei la mia… e stiamo in questa stamberga coi cenci addosso!
Ma io adesso esco, sai che cosa faccio?

Ma io ti porto… una pelliccia… di leone… con l’innesto di una tigre.
Te lo faccio vedere chi sono io.

Senti, intanto però c’è un problema: siccome devo uscire,
mi puoi dare mille lire per il tassì in modo che arrivo

più in fretta a risolvere questo problema volgare che abbiamo?

Te lo faccio vedere chi sono io.

Lascia fare a me, lascia fare a me

lascia fare a me perché… ti devi fidare.

(…)

Riallacciandoci al discorso fatto in precedenza sui testi che divengono più visivi, in questo caso possiamo dire di essere di fronte a una composizione più teatrale che musicale: più vicina ad un monologo messo in musica che a una canzone vera e propria.

Segue Il lavoro. Un racconto di crudo realismo, che mette nuovamente sotto la lente d’ingrandimento i problemi lavorativi di Piero Ciampi. Nel continuo contrasto tra sogno e realtà, il cantautore cerca nella sua compagna un po’ di conforto, pertanto la invita a non far caso al suo stato di precarietà e a lasciarsi andare nell’amore.

Il lavoro? Ancora non lo so.
Mi hanno preso? Non mi hanno detto niente.
E allora? Ti ho detto, non so niente.
E allora? Allora non lo so
non lo so, non lo so, non lo so
non lo so, non lo so.

(…)

Ma non è successo niente, non è successo niente.
Fai finta di niente, non è successo niente.
Accendi una sigaretta, chiudi la finestra
e spogliati.
Io ti porto a nuotare
ti faccio vedere la schiuma bianca del mare:
niente suoni, io e te soli
io e te soli, io e te soli.

Ricordi quel mattino?

Quando sono venuto a prenderti
per andare a sposarci.

E quando siamo entrati in
quell’ufficio tu mi hai detto

“ma dove mi hai portato?”
ho detto “eh… ti ho portato qui per sposarti”

e turidevi, poi a poco a poco sei diventata seria

e poipiangevi e io ridevo.

Ti ricordi quel mattino?
È come questo, ti amo come allora.

Facciamo l’amore, facciamo l’amore,
facciamo l’amore, facciamo l’amore,
facciamo l’amore.

(…)

Il lato A si chiude con Mia moglie, in cui viene narrato lo snodo centrale di tutto il disco: il giorno in cui la moglie se ne va di casa e lascia Ciampi da solo. In questo testo c’è tutto della psicologia del lutto. In ordine: la difficoltà nell’accettare l’abbandono, la proiezione di se stessi nell’altra persona, la sofferenza, l’indifferenza nei confronti di tutto ciò che non concerne la dimensione del lutto, la speranza che tutto torni come prima, il senso di estraniamento dalla realtà. Il finale comunque si presenta inaspettatamente lieto benché parecchio enigmatico.

C’era un grande disordine
tu avevi preparato le tue valigie rosse
e con tono deciso chiamavi per telefono un tassì.

(…)

Cosa sta succedendo? Ti ho chiesto di cenare.
Tu hai chiuso le valigie, ti sei appoggiata al muro
senza guardarmi hai detto: “Io vado via”.
Mi sono controllato, non ho cercato di fermarti
sicuro che il tuo gesto non fosse verità.

Tu precipitasti nella mia anima.
Ricordi che ti chiesi “ma tu chi sei?”
e tu mi rispondesti “non hai capito”?
Tu mi rispondesti “io sono te”, “io sono te”.

Quanti lunghi giorni scoprendomi geloso
e tu non ritornavi, conobbi la tristezza
la casa mi sembrava una trincea.
Il tempo mi pesava, cercavo di reagire
sparavo alle illusioni, dormivo sulle spine
vivevo alla giornata come un tempo.
Per telefono un uomo mi disse “licenziato”
neppure gli risposi, sai quanto me ne fregava.
La ruota era girata, non mi importava niente
non avevo rimpianti, provavo indifferenza.
Se ho perduto tutto, dunque ti ho amata tanto.

(…)

Ma una sera d’inverno vagavo senza meta.
Un anno era passato, guardavo nei negozi
sperando di incontrare qualcuna come te.
Invidiavo la gente che andava frettolosa,
nel senso più completo mi sentivo un estraneo.
Decisi di cercare un vecchio amico.
Mi afferrarono un braccio
in quella confusione pensai a qualche matto.

Girandomi di scatto rimango sbalordito:
sei proprio tu, sei proprio tu, sei proprio tu.
Mi hai detto sottovoce “mi sento molto stanca,
ritorno dal lavoro, mi puoi accompagnare?”.

Il lato B si apre con In un palazzo di giustizia, che parla del giorno in cui il divorzio viene decretato in tribunale. L’atmosfera è tesa e ostile, tanto che Ciampi, con una geniale intuizione poetica, paragona l’udienza alla resa dei conti di un vecchio film western. Mentre il cantautore livornese appare disposto a mettere una pietra sopra ai problemi di coppia e in qualche modo nostalgico di quel passato felice, la ex-consorte viene descritta come più rancorosa e insensibile al ricordo del sentimento che la legava a lui.

Siamo seduti in una stanza
di un Palazzo di giustizia
ci guardiamo di sfuggita.
Io ti sparo, tu mi spari
io ti sparo, tu mi spari.

(…)

Ho chiamato una carrozza
che si porti via il passato.
Sei salita con rancore
uno sguardo e tu sei scesa
uno sguardo e tu sei scesa
dopo un attimo sei scesa.

Qui ci prende la paura
ci sembrava tutto strano.
È tra ben diverse mura
che cercavi la mia mano
che cercavi la mia mano
che cercavo la tua mano.

Siamo seduti in una stanza
di un Palazzo di giustizia.
Tu sei pazza: vuoi spiegare
una vita con due frasi.

Dopo aver parlato della sua compagna, Ciampi si concede una parentesi per parlare di un altro argomento estremamente rilevante che riguarda la tematica del divorzio: i figli.

In questo brano, dedicato evidentemente al figlio avuto nel primo matrimonio, ci viene raccontata di una di quelle poche giornate in cui a Ciampi viene concesso di essere padre. Dalla narrazione il figlio appare molto legato alla figura paterna e quindi, intuibilmente, molto sofferente per i lunghi periodi in cui quest’ultima è assente.

Tuttavia la gioia del momento non sovrasta del tutto la sua fugacità, infatti alla fine di ogni strofa Ciampi ci ricorda che “poi finisce tutto qui”.

Piano piano, per la strada
tu mi tieni per la mano.
Caro caro, nel giardino
tu mi vieni più vicino.
Forte forte, con amore
tu ti stringi sul mio cuore.
Senti senti, vuoi tornare
da quell’uomo dei palloni?
Piano piano dici sì
poi finisce tutto qui.

(…)

Piano piano viene sera
tu mi tieni per la mano
senza dire una parola
noi sappiamo di tornare.
Forte forte, con amore
tu ti stringi sul mio cuore.
“Senti senti” mi fai tu
“C’è la mamma, vieni su”.
“Torna presto”, faccio sì
poi finisce tutto qui.

Sul finire del disco Ciampi torna poi a parlare della e alla ormai ex-moglie in quello che è uno dei suoi brani più celebri, ovvero Tu con la testa, io con il cuore. Una confessione a cuore aperto in cui il cantautore livornese si dice stanco della rigidità della sua vecchia compagna e la sprona a non chiudere definitivamente i rapporti con lui, come a voler dire “meglio mal accompagnati che soli”. Come in “In un palazzo di giustizia”, sono centrali nel testo il tema della battaglia metaforica tra i due ex-coniugi e dell’impossibilità nell’esprimere i propri sentimenti tramite le parole.

Tu, tu mi hai amato con la testa.
Io, io ti ho amato con il cuore.
Forse il tuo amore è più giusto
forse il mio è più forte.

Io ho paura della tua memoria
perché fai troppi conti col passato
e castighi i miei errori
ignorando i tuoi e poi
tu hai sposato il tuo orgoglio
con la vanità.

La nostra è una battaglia molto dura perché noi
non ci concediamo mai un perdono.
Io col sentimento ti spavento
tu con la logica mi sgomenti.

Se dici che siamo soli su questa terra
cerchiamo di evitare un addio:
andiamo avanti con questo amore
andiamo avanti
tu con la testa, io con il cuore.

Questo nostro amore è una cosa
una delle tante della vita.
Noi stiamo rovinando tutto con le parole
queste maledette parole.

Rimasto ormai completamente solo e accantonato dalla ex-moglie, Ciampi si ritrova, come nella già analizzata Qualcuno tornerà a dover cercare un po’ di pace interiore nella pratica del soliloquio.

Pur non essendo credente, all’intero del testo di Io e te, Maria Ciampi decide per la prima volta, assente di alternative, di rivolgersi al cielo delle stelle fisse. Così facendo, riscopre l’amore, che questa volta però non è l’amore di una donna, ma quello di Dio.

Vado in giro nella notte
facendo soliloqui.
Talvolta sotto un ponte
scrivo una poesia.

Maria MariaMariaMariaMaria
Maria…

(…)

Gesù Gesù, quanto amore.
Gesù Gesù, quanto bene.
Gesù Gesù, l’amore è andato.
Gesù Gesù, io sono uno sbandato senza lei.

(…)

Vado a letto col maglione
e non m’importa più di niente
se la mia testa non funziona
è perché sei andata via.

Maria MariaMariaMariaMaria
Maria…

Gesù Gesù, quanto amore.
Gesù Gesù, quanto bene.
Gesù Gesù, io sono fortunato
Ad avere una persona come te.
Gesù Gesù, quanto amore.
Gesù Gesù, quanto bene.
Gesù Gesù, l’amore è ritornato:
l’amore è ancora qui vicino a me.

In conclusione, questo è quanto andava detto per spiegarvi come mai Piero Ciampi è il poeta dell’abbandono. Spero che abbiate apprezzato la lettura e che le canzoni di questo originale poeta anarchico abbiano potuto darvi qualche spunto di riflessione.

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5 comments

    1. Hai sollevato sicuramente uno spunto di riflessione molto interessante, che potrebbe quasi richiedere un articolo a parte. Personalmente vedo Ciampi più crudo ed estremo nella forma ma non nelle intenzioni.
      Nel senso che Ciampi aveva una scrittura molto più emotiva, mentre Tenco, per quanto facesse della schiettezza e del rifiuto delle strutture poetiche la chiave delle sue liriche, aveva comunque una forte tendenza alla razionalizzazione (chiaramente non nel senso matematico del termine).
      Tuttavia molti testi di Tenco contengono un messaggio di rassegnazione nei confronti del mondo che quelli di Ciampi raramente hanno. Nelle opere di quest’ultimo invece riesco sempre a cogliere una grande voglia di vivere di fondo.
      Questo non vuol dire che preferisca Ciampi a Tenco (anzi, fra i due ascolto molto di più il cantautore alessandrino), ma semplicemente ne noto le poche diversità al netto delle molteplici somiglianze.

      1. Si, Ciampi più crudo ma più lirico rispetto a Tenco, il quale invece era più laconico e razionale (pensando anche a certi suoi riferimenti letterari come Pavese): due temperamenti assai diversi ma contemporaneamente con molte somiglianze. C’è da dire che Tenco ospitò diverse volte Ciampi nella sua casa di Recco vicino Genova.

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