Chip Taylor: la gemma nascosta del Country

Sono inciampato in Chip Taylor più di 10 anni fa. Stavo cercando di scoprire il Bill Frisell country sulla scia del suo Good Dog Happy Man (Elektra Nonesuch – 1999) e mi sono imbattuto in Red Dog Tracks (Back Porch Records – 2005) dove appare come collaboratore di lusso: è stato quasi scioccante. Come avevo potuto perdermi fino ad allora tutto quell’oro Americano? Mi colpì così una febbre gialla e iniziai a vagare senza riferimenti tra la sua produzione, tanto profonda quanto refrattaria ad ogni esposizione mediatica. Chip Taylor è una luminosa gemma nascosta.

Un genere di riferimento ed un essere sotto traccia che fa a pugni con tutta la sua biografia. Chip è infatti all’anagrafe un Voight, James Wesley Voight, da New York, “I wasn’t born in Tennessee” cantava: fratello del Jon Voight di Un Tranquillo Week End di Paura e zio di quell’Angelina Jolie di cui possiamo dire tutto quello che vogliamo forse, tranne che viva nell’anonimato.

Conosciuto per essere l’autore della celeberrima Wild Thing lanciata dai “The Troggs” e coverizzata da chiunque, Chip percorre invece la via dell’eremita: un pugno di fedelissimi musicisti (tra cui la chitarra di John Platania dalla corte di Van Morrison), una manciata di accordi, una voce calda a trasformare bellissimi testi in una intensità che si può tagliare col coltello, in cui i silenzi suonano pesantissimi. Atmosfere penetranti, vita reale, anche domestica, privata: giù, giù, fino agli abissi dell’intimità.

Un new yorkese convertito al Country che si trova a predicare da una discografia lunga 50 anni.

Stanco del mondo musicale si fermò negli anni 80 per inseguire la carriera di giocatore professionista girando gli innumerevoli Casinò che percorrono le highways. E il suo ritorno nei primi anni ’90 mostrò il suo volto definitivo, una vera rinascita, portandoci l’attuale, personalissimo, stile. Uno spessore costruito sulle fondamenta di un’America col fiato sospeso tra la fine di un secolo e l’inizio di un altro, percorsa in lungo e in largo, tra grandi vizi e virtù, tra declino e splendore umano.

Non un’epica della sofferenza però, Chip Taylor porta abbondanti umana comprensione e calore, persino una persistente felicità che traspare, in controluce, dai racconti del suo quotidiano e semplice “essere al mondo”.

Una musicalità anomala perché costituita per lo più di ballads a fior di labbra, ricca di eventi e collaborazioni prestigiose che a mio parere culmina nell’ultima parte della sua carriera, quella della maturità. Consapevole di omettere i classicheggianti lavori degli anni 70, soprattutto quelli dei Warner Years come “Last Chance” o “This Side of the Big River” oppure il bel ritorno negli anni 90 con “Living Room Tapes” (Gadfly – 1997), Chip Taylor raggiunge un apice espressivo nei lavori dal 2000 ad oggi, tenendo altissimo il livello di attività e qualità negli ultimissimi anni: “Whiskey Salesman” (2019), “Fix your Words” (2018) e il freschissimo “In Sympathy of a Heartbreak” del 2020. Di questo ventennio sono tre i lavori che vado a cercare più spesso…

A Song I Can Live With (Train Wreck – 2017)

E’ uno splendido diario intimo che guarda al personale, alla coscienza, come ad uno specchio sul mondo intero che non lascia nessuna necessità di muovere un passo oltre.

Good morning from NY, it is january 11th 2016, David Bowie died yesterday…

“Until it Hurts”

The Little Prayers Trilogy (Train Wreck – 2014)

Sulla scia di “Unglorious Hallelujah” del 2006, una trilogia: tre dischi in uno (“Behind an Iron Door“, “Love and Pain“, “Little Prayers“) in cui viene privilegiata, senza squilibri verso il Gospel, la visione “verticale”, verso l’alto. La dedica di Chip Taylor è sempre sommessa e delicata, toccante, senza enfasi, come la sua musica. Canzoni come “Little Prayers“, “Queen of the World“, “Merry F’n Chirstmas” (quelle presenti su youtube) confermano la volontà di guardare il mondo con spirituale, contraddittorio disincanto.

Do unto others – as you would have them do unto you
Merry f’n Christmas
Behind walls, behind bars, behind scars – reaching out to you
…we’ve been too long on the border line
not enough love – not enough time

F**k All The Perfect People (Train Wreck – 2012)

Probabilmente l’essere nato e cresciuto a New York, come per John Prine il venire da Chicago, dona alle tematiche trattate anche in ambiente Country, una forte vena “solidale”. Spesso con immersioni ardite, come in “Nothin’ (i suppose)” o in “I Know Dark“, oppure con il maggior piglio e ottimismo di “The Dutchman Blues” o di “Too Dynamic“.

Poetica intesa come racconto (la title track) che privilegia e guarda con istinto protettivo e paterno chi parte dal basso, da una realtà che non fa sconti, fino a diventare lettera e suono. Se letteratura o semplice canzone lo deciderete voi.

Now I heard some stories ’bout Carolina Madison
Seth Weaver saw her kissin’ your Pascagoula man
It was down by the water and they shared their passion
Where the red dogs did their dancing

“Red Dog Tracks”
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5 comments

  1. Eh eh, proprio cosí, una famiglia che si è distinta in vari campi. Grazie per il video con i nipoti! Io rilancio con un altro video, che sicuramente conoscerai: è l’omaggio di Angelina allo zio, con la sua canzone in sottofondo.

    https://youtu.be/lvBWZLV7Y7g

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