Il maledetto United: Tom Hooper e la storia di Brian Clough

Questo articolo racconta il film Il Maledetto United di Tom Hooper in un formato che intende essere più di una semplice recensione: lo scopo è andare oltre il significato del film e fornire una analisi e una spiegazione delle idee e delle dinamiche che gli hanno dato vita.

In quello che dai più viene definito il gioco più bello del mondo, o addirittura una vera e propria metafora della vita, quante storie di rivalsa si sono susseguite nel tempo? Vicende che hanno riguardato non soltanto il riscatto sociale, ma veri e propri toccasana per interi popoli sportivi. È di solo qualche anno fa, la favola calcistica del Leicester di Claudio Ranieri, che nella stagione 2015/2016 si aggiudicò il titolo di campione d’Inghilterra, con in attacco un ex-metalmeccanico delle oramai poche fabbriche della sua città natale, Sheffield. Quell’attaccante è Jamie Vardy, che richiamerebbe infinite storie novecentesche a cui ora non sembra gli si dia molto peso. Ma anche un intero insieme di persone, definite “riserve” dai grandi club, che sono riuscite a vincere il più difficile campionato europeo con una piccola compagine, alla faccia dei petroldollari degli sceicchi e dei traffichini del gas ex- sovietici.

È proprio dentro questo genere di storie in salsa “british”, gli inventori del nobile gioco del calcio, che il regista Tom Hooper sguazzerà allegramente raccontando la storia di un fallimento annunciato, che virerà in un risvolto umano di grande impatto, non soltanto per gli appassionati di questo sport. Perché quelli che colpiscono maggiormente sono – per dirla alla Goethe – “I dolori del giovane Brian Clough”, all’epoca sulla soglia dei quarant’anni, che dopo il miracolo in terra d’Albione con il Derby County (allenata dal 1967 al 73’, passando dalla seconda divisione alla vittoria del massimo campionato inglese), firmò per la squadra che disprezzava di più in assoluto: il Leeds United. La formazione dei “Peacocks” nel novennio che andò dal 65’ al 74’, sotto la guida dell’allenatore Don Revie, finì sempre almeno tra le prime quattro compagini del massimo campionato, portandosi a casa due vittorie di quella che ora chiameremmo Premier League, ed una coppa d’Inghilterra. I risultati si videro anche in Europa con due Coppe delle Fiere, di cui l’ultima disputata contro la Juventus e che sancì anche la fine della competizione stessa, poi rimpiazzata dalla Coppa Uefa, ora Europa League.

L’allenatore ed ex attaccante nativo di Middlesbrough, intraprende verso Revie ed i suoi ragazzi, una vera e propria battaglia ideologica, accusandoli di essere scorretti fino al midollo e di non badare alla bellezza del gioco. In più Clough, che si pronuncia “Cloff”, possedendo una bella parlantina ed una sana arroganza, non riusciva neanche minimamente a cercare la via della diplomazia, neppure quando approdò nello Yorkshire, dopo essersi fatto cacciare in malomodo dalle East Midlands del suo adorato Derby County. Certamente un uomo tutto d’un pezzo, che appartiene ad una epoca neanche troppo lontana, dove i valori avevano sempre la precedenza sui soldi, e che tentò in quei fatidici quarantaquattro giorni di permanenza nel Leeds United di imporre una linea alla squadra completamente diversa dal suo predecessore, addirittura vietando alla squadra stessa di pronunciare il nome di Don Revie (nel frattempo passato ad allenare la Nazionale inglese).

La pellicola, all’inizio caldeggiata dal pluripremiato regista “neanche a dirlo” di Leicester Stephen Frears nel 2006, venne prese in mano da Hooper, che mantenne lo stesso attore scelto in precedenza per il ruolo del riottoso allenatore inglese: Michael Sheen, a suo perfetto agio nel ruolo, con quella sua fisionomia prettamente britannica, e che addirittura da ragazzo rischiò di essere preso nelle giovanili dei cannonieri dell’Arsenal, grazie al suo talento nel ruolo di “ala”, altra collocazione romantica che in pratica nel calcio moderno stenta a sopravvivere, essendosi trasformato maggiormente in uno sport eccessivamente muscolare. L’idea di legittimità che insegue Clough rappresenta un’opera nell’opera scomodando Miguel de Cervantes, e nonostante l’immensa arroganza dell’allenatore, lo spettatore non può che patteggiare per lui ed il suo risentimento nei confronti di un uomo che considerava un idolo (Revie), interpretato magnificamente da Colm Meaney, ma che lo snobba indegnamente. È probabilmente questa forsennata ricerca di approvazione che fa fallire il giovane allenatore, che in seguito si riscatterà pienamente prendendo un’altra piccola realtà di seconda divisione come il Notthingam Forest, portandolo l’anno dopo la risalita nel massimo campionato a vincerlo, l’ultima squadra sin ora ad ottenere questo incredibile risultato dopo il salto di categoria. Ma il bello doveva ancora venire, perché riuscì a guidare i Tricky Trees nella conquista di ben due Coppe dei Campioni e diverse coppe nazionali.

Un altro ruolo che merita considerazione è quello di Timothy Spall, alias Peter Thomas Taylor, fedelissimo vice e migliore amico di Clough, che nonostante il carattere esuberante del secondo, riesce sempre a trovare la quadra, aiutato da un affetto fraterno che li porterà ai successi prima di Derby ed in seguito di Notthingam. Hooper, anche se aiutato dal libro di David Peace che romanza l’epopea dell’allenatore di Middlesbrough, riesce a soffermarsi con abilità sulle fragilità umane, che però vengono messe da parte grazie ad una onesta ambizione. Riscoprendo così degli aulici sentimenti apparentemente sopiti, facendogli guadagnare il titolo di innovatore in un calcio che ancora era legatissimo alle tradizioni come quello inglese. Così dopo un andirivieni di sequenze cronologiche che alternano il presente al passato, si comprende la psicologia complessa di un uomo a volte accecato dal suo stesso ego, ma che sicuramente ha fatto qualcosa di buono sia per lo sport più bello del mondo che per il suo animo inquieto.  

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