Valvonauta e la quintessenza dello stile Verdena

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I Verdena nascono ad Albino (Bg) nel ’95 da Alberto e Luca Ferrari, due fratelli rispettivamente chitarrista e batterista, e nel ’96, alla ricerca di un bassista si imbattono nella giovane Roberta Samarelli, che diventerà membro effettivo della band. Esplorano vari generi ma inizialmente principalmente il Grunge, oltre che il rock sperimentale e alternativo.

Da grandi ricercatori, passano tante ore a provare e vengono notati subito nel panorama indie, incidono i primi demotape, girano diverse province del Nord, e nel ‘99, quando le loro età si aggiravano tra i 21 e i 18 anni, esce il primo disco, prodotto da Canali. Proprio Giorgio Canali dei CCCP, che da produttore riesce a tirar fuori il talento dei musicisti con cui lavora. Il successo arriva con Valvonauta, spettacolare canzone ancora attuale che vede un gruppo già maturo musicalmente e allo stesso tempo timido e umile.

Partendo dall’intro si nota che il pezzo esalta la chitarra, ma anche la bassline di Roberta non è da meno, garantendo quasi una protezione accomodante al riff suonato da Alberto, che mette l’interruttore della chitarra su “treble”, suonando su note alte, e rendendo ogni pennata ancora più elettrizzante grazie al delay ed effetti vari da pedaliere.

La drum line suonata da Luca decisa e appassionata accompagna senza mai evadere oltre i suoi spazi ben definiti, aumentando l’adrenalina nell’ascoltatore, e rendendo il pezzo ancora più carico.

Le pause della canzone sono ben studiate e inserite nel pezzo in maniera eccellente, oltre al fatto di essere articolate in maniera chirurgica con il testo, ricco di figure retoriche che diventa quasi un monologo per giustificare un’infatuazione probabilmente non ricambiata, nonostante quest* faccia ancora qualcosa per farsi notare ma fallendo miseramente ad ogni tentativo. O magari è solo l’idea che ci si può fare su qualcun* che quasi non si conosce  Il condizionale è d’obbligo perché i testi dei Verdena sono allo stesso tempo interpretabili in mille maniere, come riferito anche dagli autori, quindi ognuno può far suo il pezzo. Le urla, a tratti soffocate, di Alberto nella parte finale, racchiudono in pieno un senso di ribellione, e aria anticonformistica stile della band stessa. Sostanzialmente riassumibile con un solo termine ossia poliedricità, in una canzone che senza dubbio carica emotivamente l’ascoltatore e fa nuovamente voglia di premere il tasto play.

Nel videoclip, il trio è trasformato, cinematograficamente parlando, in tre scimmie antropomorfe, somiglianti a quelle della pellicola “Il Pianeta delle scimmie”, che suonano in un ambiente parecchio scuro con dei primi piani eccezionali che illuminano a pieno i visi truccati dei musicisti, quasi  “smarmellati”, alla apri tutto, come direbbe il direttore della fotografia Duccio Patanè della serie tv Boris.

Dopo il successo di Valvonauta i Verdena continuano a lavorare a testa bassa e il secondo disco Solo un grande sasso arriva nel 2001. La sperimentazione è accompagnata da alcuni membri degli Afterhours (Agnelli, Ciffo e Iriondo). È un buon disco, in cui si sente la mano di Manuel Agnelli, che lo rende molto afterhoursiano ma presto le cose sarebbero cambiate ancora, tra concerti e ospitate in radio e tv. AD 2003, arriva la conferma vera e propria, Il suicidio del Samurai, che prende nome dal pezzo omonimo (che si rifà all’Harakiri, il vero suicidio del samurai): undici pezzi di rock alternativo e psichedelico che grazie alle numerose distorsioni vocali e strumentali lo rendono ricercato e unico.

I Verdena, ora sotto contratto esclusivo per la Universal, da Albino cominciano a viaggiare all’estero, come il centro nord Europa, per promuovere il disco, registrato interamente nella loro Henhouse, evoluta al punto da diventare un buono studio di registrazione, l’ex pollaio dove provavano già dagli esordi.

Un album che racchiude delle musiche che vanno oltre la sperimentazione rock, che creano un sottogenere letteralmente Verdeniano, si fondono coi testi particolarmente ricercati e semplici allo stesso tempo, che letti senza la musica, perdono il loro fascino. A ritmare il tutto Roberta al basso, che richiama tantissimo D’arcy Wretzky, degli Smashing Pumpkins, anche nei colori dei capelli, oltre che nella decisione che mostra sul palco. Luca alla batteria, che ha l’aria di Dave Grohl, e Alberto, alle chitarre psichedeliche quanto grunge non è paragonabile con altri. Creano quindi un nuovo stereotipo della musica Italiana, essendo spesso presenti su MTV, che ai primi duemila è qualcosa di fantastico, ribaltando i vecchi credo italiani quasi legati a Sanremo e i suoi sottoprodotti da radio, omologati e spesso obsoleti.

Altra traccia degna di nota è senza dubbio 40 secondi di niente che prende il nome dai 40 secondi finali, dove appunto viene ripetuta la parola “Niente”, grunge rock al punto giusto, con un assolo che da una tonalità caratteristica al pezzo tra chitarre e basso distorti e una drum line piuttosto ritmante. “settembre ci porterà via, con sé” si sposa con riflessioni oniriche come i topi blu che ballano sull’oceano, senza calma, con delle pretese magari sulla vita non vissuta o pensieri sul futuro, che sfidano la follia che non sa di niente.

La visione rock con un aria shoegazing, a tratti alternative e grunge, rendono il disco una conferma eccellente del lavoro fatto in Henhouse dal trio lombardo, che è riuscito a fondere testi psichedelici ad una musica quasi cucita sopra e viceversa. Successivamente arrivano altri dischi come Requiem (tutt’altro che un funerale, grande disco), Wow e il doppio Endkadenz 1 e 2, dove allietano ancora, con la loro filosofia musicale, duttile mutevole, che viaggia sempre nelle stesse zone ma mai sulla stessa strada

I Verdena esistono ancora (per fortuna) anche se i tre lavorano anche per progetti paralleli (I hate my village per esempio) che esportano sempre la musicalità della band, da sempre slegata da schemi e sperimentatrice, alla ricerca del nuovo da proporre al pubblico. Proprio per questo non tutti riescono ad apprezzare in un mondo musicale come già fatto intendere, chiuso negli stereotipi di italianità. Proprio per questo servono gruppi come i Verdena, per uscire dal gregge e dire qualche no, svecchiare le idee e sganciare il freno a mano, uscendo dalla banalità anche con testi spesso incomprensibili, quei testi che si interpretano a seconda dello stato d’animo al momento dell’ascolto.

E ad oggi sarebbe stupendo avere un nuovo disco con i testi caratteristici, e distorsioni strumentali varie, il tutto made in Henhouse, dato che per i live, dovremo aspettare ancora un pò.

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