Il significato e la filosofia della musica techno

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La musica è comunione. La techno è l’espressione della comunanza musicale della nostra epoca. Nasce intorno agli anni ottanta-novanta ma si afferma definitivamente negli anni duemila. Incarna difatti nel suo stesso nome (techno da technology) quello che differenzia realmente la nostra epoca dalle precedenti: prima lo sviluppo industriale dell’economia americana, poi quello tecnologico, il digitale, la creazione di un nuovo mondo non più fisico bensì fatto di pixel, input, onde magnetiche; e trae vita proprio grazie all’utilizzo di questi nuovi strumenti.

Il genere techno è un insieme di suoni prodotti artificialmente che richiamano i colpi di una cassa da batteria o le note gravi di un basso, riproducendo pero questi ultimi sottoforma di output che escono da un computer. I suoi suoni metallici e alieni ricordano il caos delle grandi città, in cui la techno stessa prende vita: ritmi assordanti e ripetitivi, rumori di lamine e fumo, sono la traduzione musicale della metropoli, della vita frenetica di individui che eseguono senza interruzione le stesse attività ogni giorno, dei cantieri aperti, i clacson nevrotici, l’inquietudine dei fruscii delle strade abbandonate. La techno è infatti il genere in cui più le nuove generazioni si identificano, che crea più comunanza, proprio poiché di accomunante non ha nulla: riflettendo i nostri pattern sociali di distanziamento, dettati da una ripetitività quotidiana delle azioni che non lascia spazio al contatto interpersonale, esprime tutto questo con i suoi suoni asettici e col modo stesso in cui viene ballata. La sua sonorità infatti è una sorta di tunnel a più entrate, ciascuno attraversa questo tunnel da un buco separato, si lascia risucchiare dal suono e si immerge in uno stato di trance, ben consapevole di essere circondato dagli altri, ma volenteroso di mantenere la sua autonomia. Non si tratta di una fusione di corpi che si intrecciano, bensì di una fusione atomica, che avviene dal movimento di tante particelle singolari e ben separate tra loro che eseguono simultaneamente gli stessi movimenti, e la cui univocità da vita ad un’immagine compatta, a una visione d’insieme armonica e spiritata.

Un altro elemento paradossalmente a noi familiare e per questo confortante è quello dell’ambientazione; le feste techno infatti si svolgono all’interno di posti bui e angusti, che ricordano le lamiere abbandonate o le fabbriche in  disuso, che richiamano le vie periferiche della città, le sue strade sporche e vissute. Entrando nel locale si viene investiti da fumi vaporosi simili alle polveri dei cantieri, che creano pero un senso di confusione e stordimento. Ecco un primo segnale. Questo ambiente angusto e così affine al nostro intorno quotidiano presenta tuttavia degli elementi che fanno percepire quanto la apparente affinità alla vita cittadina e frenetica di tutti i giorni sia in realtà un richiamo ossimorico della stessa. Se da un lato rappresenta a pieno il tessuto sociale in cui siamo imbevuti, dall’altro lo reinterpreta, ne richiama i toni oscuri, la negatività e in questo sottolinearne lo squallore, ne prende le sembianze per dissociarsene.

La seconda parte, la parte della distanza, che è poi quella che fa si che non tutti apprezzino il genere techno, avviene attraverso la riconversione dei valori sociali e delle loro funzioni. Tra il fumo dei cantieri si stagliano fasci di luce fluorescente e stroboscopica che pulsano a ritmo di musica e invitano chiunque entri nel posto a seguirne il movimento. I fasci rossi che illuminano a intermittenza la pista sono gli unici bagliori che permettono di vedere per qualche frazione di secondo le altre persone. Queste sagome confuse da fumo, suoni assordanti e luci laser assumono delle sembianze distorte e attraenti. Il club è infatti intriso di sensualità: nonostante i suoni robotici della città e le necessarie distanze, l’oscurità e il fumo racchiudono tutti in unico ventre, un posto buio, umido per via dei corpi sudati e sospeso in uno spazio che non ha tempo né gravità.

La carica sessuale è data dal fatto che è un ambiente senza regole, e per questo eccitante: entrando in questa atmosfera onirica chiunque è ben consapevole di immergersi in una dimensione che rievoca, attraverso una specifica sonorità, la metropoli e le sue regole, ma lo fa apportando ad essa tutto quello che nella realtà le manca. L’eccitazione è data dal sapere di poter immergersi per alcune ore in uno spazio alternativo, in cui non ci si dimentica della struttura sociale capitalista che dilaga all’esterno, e in cui però, allo stesso tempo, non ci si dimentica nemmeno di essere animali, dotati di emotività, d’istinti, di rabbia, di un corpo danzante e di organi genitali.  Ecco, dunque, che all’osservare questo scenario dissonante e variegato, fa capolinea negli occhi di chi guarda un vero e proprio quadro, una performance dove la disposizione degli elementi nello spazio, i costumi, le azioni ed i colori danno vita ad  un’opera d’arte. L’estetica di questo dipinto è grottesca, i colori della scena sono cupi ed ipnotici, in un prevalente utilizzo del nero e con sprazzi intermittenti di blu, rossi, verdi accesi che tagliano la visione oscura alternandosi tra loro.

In questo gioco di luci, fanno capolinea all’interno di tutta la scena dei corpi danzanti, vestiti con collane di ferro, catene legate ai pantaloni, collari appuntiti e stivali borchiati. Queste figure rivestite di ferraglia richiamano la città metallica, con le sue inferriate, i cancelli semisbarrati, i pali, i catenacci e le ringhiere, incarnandone l’essenza. Gli accessori metallici rendono le persone dei cyborg, formati da pixel, da particelle argentate e squadrate che ne rivestono la pelle coprendone l’essenza umana per esaltarne quella computerizzata. Queste persone diventano una fusione tra città e computer, tra mondo metropolitano e mondo virtuale, esaltando coi loro corpi agghindati la sessualità perversa del 20esimo secolo. Invocano infatti il lato perverso della città, un mondo ordinato e dettato da regole di perbenismo e buonsenso di giorno, che viene completamente rotto quando cala la notte, un mondo dove chiunque esprime le sue esigenze sessuali estremizzandone gli aspetti, poiché fin troppo repressi nella quotidianità. Chiunque vada a ballare techno ne è consapevole, e la visione pittoresca che si presenta agli occhi di chi guarda lo scenario di festa è quella di persone che incarnano, in modo dissacrante, la sessualità sfrenata del mondo fuori dalla festa, esaltandone con vestiti e accessori la chiara matrice feticista e spudorata, per rompere lo stigma sociale, in una logica di contrappasso carnevalesca.

Alla destra di questo dipinto urbano si staglia il bancone del bar, una lastra scintillante dove gli uomini-città-robot si riversano per comprare un po’ di dissoluzione. In questo quadretto d’eccessi non può infatti mancare l’alcool: bere significa muoversi piu fluidamente, dimenticando la timidezza e cercando di mettere da parte la morale sociale per tirare fuori il proprio lato animalesco, disinibendo gli istinti, accumultati e pronti ad esplodere dopo intere giornate di regole e buone maniere che prevedenono il distanziamento interpersonale, la compostezza dei movimenti, il tono di voce basso.

Infine, al centro di questa opera d’arte techno si innalza il palco, interamente circondato da persone che ballano e urlano in una sorta di venerazione totemica del dj.

L’estetica techno incarna odiernamente il panta rei di Eraclito di Efeso. Il filosofo, esponente degli Ioni, parla del tutto e dell’esistenza come di un continuo movimento, uno scorrimento incessante di vita e viventi. Così, fedele seguace del precetto Ionio, la festa techno procede per ore ininterrottamente, cambiando i suoi partecipanti in un flusso di continuo riempimento e svuotamento della folla, come fosse la pompa di un cuore: inizialmente spoglia, si gonfia, s’infittisce nelle ore centrali del suo svolgimento, per scemare quando sorge il sole. L’ordine, l’armonia incessante di questo flusso di corpi danzanti è data dal continuo cambiamento di musica, persone, movimenti e stato psicofisico delle stesse, l’armonia non è staticità, bensì continuo cambiamento di atti e attori. Come gli Ionici valorizzavano la variazione, così l’ambiente techno valorizza l’uscita dagli schemi quotidiani di piattume e immobilità per ricercare l’insolito, le mosse di danza scomposte, il rumore, le urla, il sudore.

È la ricerca dell’imprevedibile che motiva l’utilizzo di alcool e droga; si tratta di ingerire e assimilare concretamente dentro di sé l’inaspettato, il cambiamento, il movimento psichico e fisico del proprio essere, immergendosi in un viaggio innovativo e sperimentando dentro e fuori di sé il “tutto scorre” di Eraclito, il “vediamo dove arrivo, vediamo dove mi porta”, diventando una sorta di opera d’arte vivente ionica. L’estetica artistica ionia celebra infatti l’idea della dinamis, di un arte che muove e scuote lo spettatore, poiché espressiva, dinamica, versatile e dunque poliedrica nelle sensazioni che sprigiona, mai banale nella percezione che chi guarda possa avere di lei, ma unica per ciascun osservatore, poiché ricca di elementi captabili per ognuno in maniera differente. E così è la festa techno, cosi sono le persone che vi partecipano. Ciascuno può vivere e sfruttare quest’esperienza dinamica-estetica come meglio crede, concentrandosi maggiormente sulla musica, dando più importanza alla danza, valorizzando il rapporto con le persone che ha intorno, o godendosi la dissoluzione dei propri sensi.

La performance è oltretutto ogni volta formata da persone differenti e questo rende ogni dipinto techno autonomo e diverso da quello che lo ha preceduto o che lo succederà, poiché diverse sono le anime che lo abitano, diversa sarà la musica, nuovi saranno i movimenti dei corpi che vi parteciperanno. Come per gli ionici l’esperienza artistica dev’essere un viaggio, che prima risucchia, poi colpisce e fa riflettere, infine scuote cambiando pensiero e sensazioni, così la festa techno è un percorso estetico che dura l’instante in cui si osserva un quadro: ballando, entrando a contatto con nuove persone, scoprendo suoni mai sentiti prima, si entra imbevuti di costrizione sociale e si esce sconvolti, stanchi, vissuti e più emotivi. Inoltre la festa techno si serve di tutte e tre le arti espressive ioniche, ovvero danza, musica e poesia, una poesia fatta di parole che si intrecciano alla musica, di frasi pronunciate mentre si balla, di scambi tra sconosciuti che si fondono coi suoni oscuri mixati dal dj e che danno vita a dei veri e propri riti dionisiaci. Si tratta di balli urlati dove si celebra l’impulso dionisiaco e ionio della vita attraverso danze sensuali, movimenti spiritati e intrisi di erotismo dove l’unica cosa che ha senso e che è dunque possibile sperimentare è l’istante. Nella musica techno delle feste infatti non ci sono chitarre distorte, né rockstar con cui identificarsi. C’è solo lo sfondo, fatto di un flusso sonoro stratificato e circolare, costituito dalla sovrapposizione di più livelli sonori che a loro volta sono composti da unità che si ripetono in sequenza (riff, loop, moduli ritmico-armonici e melodici), senza un elemento che abbia il carattere di “melodia” su un accompagnamento in secondo piano.

Ma il flusso è anche circolare, nel senso che lo sviluppo nel tempo non è fondato su una logica sequenziale inizio-fine, ma su un modulo ciclico con strutture ripetitive che ritornano ripetutamente su se stesse, in modo tale che tende a sparire l’impressione di movimento, direzione, di sviluppo; si crea una percezione di continuo presente. La musica diventa qualcosa da udire, sentire, abitare, vivere, piuttosto che ascoltare, contemplare, capire, con l’intenzione esplicita di creare “stati d’animo sonori”. La techno, coi suoi suoni disconnessi e poco armonici celebra l’unicità, celebra l’istante, è una musica che si balla a scatti, senza seguire un flusso ma ogni volta cercando di riprodurne con mosse i suoni scoppiettanti. La festa techno celebra la notte, l’hic et nunc di uno spazio senza orari, senza routine, che annulla il sonno, ovvero ciò che di solito spetterebbe all’oscurità, per far nascere dal buio l’inaspettato, uno stravolgimento dei piani e dei corpi, una rimescolanza degli eccessi dati da droghe ed alcol, che regalano godimenti effimeri ed istantanei. La techno è un fast food d’eternità.

Per gli ionici l’arte deve essere catartica, deve trasformare, risvegliare sensazioni mai provate prima, muovere pensiero ed emozioni. Come penserà successivamente anche Aristotele, l’esperienza del bello è un’esperienza estetica che deve indiscutibilmente portare ad una katarsis, deve fungere da purga. L’esperienza techno rientra in una di queste pratiche estetiche di purificazione. Il filosofo ci dice che l’esperienza estetica inizia dall’aspetto, dall’eidos, poiche deve visivamente attrarci e condurci ad uno stato godereccio. Andare a ballare techno è effettivamente un momento che sucita piacere, chiunque si rechi ad una serata techno lo fa con l’obiettivo di sfogarsi, si tratta del momento lascivo della giornata. Dal fatto che attragga per lo stato godereccio a cui conduce ne deriva il fatto di essere considerata un’esperienza emotivamente bella. Le persone vi associano sensazioni positive e la carica attrattiva e sessuale che si porta dietro si riflette poi sugli stessi partecipanti dell’esperienza estetica. Di fatti la gente si agghinda per essere essa stessa oggetto di piacere, e per sentirsi anche ai propri occhi attraente.

Chiunque partecipi alla festa, contribuisce con atteggiamento e abbigliamento ad arricchire l’eidos, l’aspetto calamitico dell’estetica techno. Tuttavia, riprendendo ancora una volta la teoria aristotelica, il bello dell’esperienza estetica non è un bello che luccica, è infatti velato da una patina che solo lo spettatore ha il potere d’infrangere, lasciandosi realmente attraversare dal momento di sperimentazione artistica, scardinando le proprie supposizioni e i preconcetti, osservando sotto punti di vista differenti l’evento artistico. Proprio per questo, l’estetica techno non è oggettivamente bella, anzi, come già detto a più riprese, richiama il lato oscuro della metropoli, lo squallore e la decomposizione della stessa; tuttavia, immergendosi pienamente in quest’estetica ne si può cogliere un lato estremamente liberatorio: le piste techno sono aperte a tutti e rimuovono la gerarchia sociale di classe. La pista da ballo genera un sentimento di comunione che virtualmente soddisfa la sensazione di isolamento e contrasto generato dalla società grazie alla sua natura percussiva e ripetitiva, che richiama i ritmi frenetici delle danze tribali africane.

Solo una volta immersi in questo ritmo per ore, solo sperimentandolo, ci si rende conto di quanto tutto ciò aiuti gli individui e i gruppi a creare una maniera alternativa di essere, facendo parte di un’esperienza che prevede un processo di trasformazione, per cui dall’essere degli emarginati (o dal vestirsi come tali) nella società al di fuori del club, incarnando lo sporco, la pazzia, la perversione,  all’interno di quello spazio si diventa membri di un unica comunità inclusiva. Quelli che vengono ammessi al club si sentono speciali, differenti nel senso positivo del termine, alternativi, fuori dal comune, magici.

Tutto ciò ci riporta ad un altro punto fondamentale espresso d’Aristotele: non è sufficiente che l’esperienza estetica sia bella e godereccia esteriormente, ma è necessario che quest’ultima abbia un fine maggiore, estraneo al piacere, ovvero quello della catarsi, della purificazione. Il fatto è che in essa devono risiedere due nature, quella del kalos, del bello, dell’appagante, e quella dell’agathos, del virtuoso, dell’avente un valore poiché utile. Quanto detto finora per l’esperienza techno ne è effettivamente la prova. Seppur a un osservatore poco attento potrebbe risultare un’esperienza meramente bella, in termini di godimento e divertimento, un’esperienza che si limita alla sfogo e all’ebbrezza dei sensi senza fine alcuno, ad uno sguardo più profondo ne si può captare l’importanza e il valore, ovvero l’obiettivo ultimo. Si tratta infatti di un esperienza che oltre ad essere sublimatoria è anche immersiva, coinvolge l’emotività e la fisicità, muove lo spirito di chi ne è immerso e lo fa poiché crea negli individui un senso di appartenenza e reciproca comprensione. Consapevoli infatti di essere immersi in una società fortemente egoistica e divisoria, queste persone riunendosi nel club ne celebrano la natura individualista ricordandone con i vestiti l’ambiente ostile, con i suoni la monotonia; facendolo pero tutti insieme, sentendosi cosi per una volta parte di qualcosa, parte di un gruppo che è conscio del periodo in cui sta vivendo e  che allo stesso tempo è desideroso di volere di più, più libertà, più senso di appartenenza.

Aristotele ci parla anche delle pratiche artistiche che non conducono ad un’esperienza estetica, affermando che si tratta di quelle esperienze che sono troppo intense o troppo poco forti; difatti, nel primo caso se ne è sovrastati e non si riesce a goderne, nel secondo si è troppo poco coinvolti, e non ne derivererebbe alcun cambiamento. L’esperienza artistica techno non è infatti estetica di per sé, ma dipende da numerosi fattori che contribuiscono o meno a renderla tale. La musica è sicuramente tra questi, i ritmi eccessivamente pestati o quelli troppo fievoli possono contribuire alla non riuscita del viaggio catartico; ma ad essa si aggiungono poi delle questioni personali, prima tra tutti l’assunzione di sostanze. Affidandosi eccessivamente ad esse s’incorre nel rischio di essere completamente sovrastati dallo status in cui conducono a livello fiscio e mentale, annullando il fine dell’esperienza che dovrebbe essere estetica, e lasciando solo il momento del piacere, o in certi casi eliminando persino quello. Ugualmente, il fattore predispositivo gioca un ruolo importante. Cercare di godere dell’esperienza techno in un momento in cui non si è realmente sicuri di volersi immergere in lunghe ore di ballo, confusione e sfogo, potrebbe creare un contrasto tra esterno e stato interiore, facendo si che il freno interno o la non predisposizione mentale limitino la esperienza, rendendola troppo debole e dunque priva di un reale valore.

In conclusione il processo estetico catartico conduce ad una liberazione da ciò che è estraneo all’esistenza o natura dell’individuo e che perciò lo disturba, lo corrompe. La techno e il suo rituale purificano chiunque ne prenda parte dalle costrizioni sociali, dai dettami estetici, dai ritmi prestabiliti che l’individuo rispetta per costrizione, in dissonanza con il suo reale ritmo interiore, un ritmo di danza, un ritmo sensuale e lascivo. Il processo catartico techno prevede un primo momento in cui gli individui si vestono del tessuto sociale esteriore per poi pian piano spogliarsene durante il corso delle ore, un secondo momento in cui questo processo di purificazione prende vita attraverso la danza e la musica, tramite sudore e sfregamento di corpi che decompongono l’ordine, la precisione sociale e l’ovvietà degli schemi, e un terzo momento d’amplesso dove, finalmente liberatisi di quello con cui sono entrati, dopo ore di ballo, urla ed espressione emotiva, si godono il il momento di sospensione dal piano reale a quello sur-reale, entrano in una dimensione alternativa e possibile, poiché effettivamente verificatasi, in cui mente, espressività ed emotività convivono simultaneamente muovendosi al ritmo di suoni robotici e tribali che invogliano a sprigionare la propria sensualità e godere dell’istante.

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