Pop anti-mainstream: gli anni ’20 di Billie Eilish

Non posso dire di essere fan di Billie Eilish dalla prima ora; l’ho scoperta nel 2018, incappando in Bellyache. Ricordo di aver detto a un amico che adoravo come il riff di chitarra associato a una percussione leggera, in perfetto stile country, fosse interrotto bruscamente dall’intervallo di bassi e synth. L’amico aveva obiettato che non si trattava certo di una novità, e aveva ragione; eppure, sentivo, c’era qualcosa a far suonare quel pezzo in un modo freschissimo e leggero: la voce, l’interpretazione, il testo di Billie avevano trasformato una canzone altrimenti poco più che interessante in una ballata folk-electro-pop cupa e insolente che mi ha fatto ballare per un’estate intera.

A ripensarci adesso, Billie ha costituito uno dei miei rari viaggi di quel periodo al di fuori dell’orbita trap/hip-hop/rnb e all’elettronica, quando la parola “pop” in una conversazione mi faceva immediatamente guardare l’ora sul telefono. Ricordo di aver iniziato a seguirla con crescente interesse scoprendo, tramite Youtube e Instagram, anche il suo immaginario visivo e il suo stile; ho adorato da subito le sue felpone antisguardo, le risposte noncuranti alle interviste, persino ciò che a me, a venticinque anni, poteva ormai sembrare l’esibizionismo punk di un’adolescente (cfr. le tarantole che le passeggiavano in faccia in alcune delle sue stories).

L’ho vista crescere, negli ultimi due anni, e seguire il percorso che tanti giovani artisti compiono una volta adottati dalle major e dalle masse: le esibizioni, i premi e le folle sempre più grandi, l’attenzione maniacale degli sponsor, i riflettori costantemente puntati addosso. Eppure ciò che, a mio parere, fa di Billie una vera eccezione destinata a consacrarla come una delle voci pop più importanti degli anni ’20 è la sua sostanziale resistenza al mainstream.

Può sembrare una follia dirlo e, chissà, magari scoprirò che mi sbagliavo: ma se pensiamo agli artisti – o presunti tali – che negli ultimi anni hanno dominato le classifiche, i primi nomi che mi vengono in mente hanno poco a che fare con un’identità precisa e molto con le concessioni che possano renderli orecchiabili alla maggior numero di pubblico possibile; mi riferisco sia ai più giovani che ai veterani. In una delle sue ultime interviste, Chris Martin ha confessato di non sentirsi altro, ormai, che una macchina sforna-hits (e chi avrebbe immaginato questa fine ingloriosa ai tempi di Parachutes?). Sembra che per arrivare al successo globale, nella nostra epoca, sia sempre e comunque necessario pagare un prezzo: e spesso quel prezzo è rinunciare alla possibilità di continuare a autodefinirsi e a cambiare genere liberamente, continuando a creare musica che sia una cera calda nelle proprie mani e non l’ennesima candela profumata di serie confezionata dalle etichette e dalle mode musicali del momento. Nel 2020 si confonde ancora il pop con il mainstream.

Tornando al mio progressivo innamoramento musicale – non corrisposto, purtroppo – per Billie: dopo la fissa per Bellyache e l’ascolto attento, ma tutto sommato ancora un po’ tiepido per il suo primo EP, Don’t smile at me, sono approdata a You should see me in a crown. Una pura esplosione di angst adolescenziale in salsa, questa volta, esclusivamente elettronica e decisamente più ruvida. Un pezzo diverso dal primo che avevo ascoltato, poco prevedibile ma perfettamente coerente con l’evoluzione di Billie, che da un inizio a tinte più chiare (ammiccante a un’immaginario certo più scontato per una teenager nel mondo del pop) si preparava al tuffo nel mare dark del suo primo LP.

A questo punto non mi perdevo più nulla; usciva, in contemporanea al singolo, il videoclip di Bury a friend, dove l’artista liberava un potenziale fino a quel momento ancora inespresso mostrando visuals macabri che nell’ultima decade sono stati padroneggiati senza cadute di stile soltanto dai DIE ANTWOORD. Billie, con una schiena trafitta dalle siringhe, canta interpretando la voce delle sue paure che l’ha fatta arrivare al successo ma che le fa desiderare di “finire se stessa”; non a caso il testo evoca una cannibal class che non è difficile accostare ai produttori e agli sponsor disposti a masticare i propri artisti pur di renderli digeribili al pubblico. Una scelta di singolo e di video non scontata: e uno scarto evidente da ciò che Billie sarebbe potuta diventare se non avesse conservato il libero arbitrio sulla propria musica.

Non solo; insieme a Bury a friend usciva When I Was Older, brano ispirato a Roma, dove Billie si stupisce a guardare film in bianco e nero e gioca a immedesimarsi con la protagonista del capolavoro di Cuarón, entrando e uscendo con disinvoltura dal personaggio: una ballata elettronica struggente e raffinata lontana dal beat ossessivo dell’altro pezzo. Un’apparente contraddizione tra lo stile e il genere delle due canzoni diventava la firma di Billie e l’ennesima rivendicazione della sua libertà musicale.

Era pronta. Il 29 marzo del 2019 debuttava When we all fall asleep, where do we go? insieme al videoclip di Bad Guy.

Di questo periodo ho un ricordo particolare: mi era stato chiesto di scegliere un pezzo al termine di una performance di danza che era stata accompagnata da innocue melodie al pianoforte. Senza pensarci troppo avevo cliccato su Bad Guy. I primi secondi avevano suscitato lo sconcerto degli organizzatori: “It’s not in the mood”, mi avevano ripetuto, indecisi se interromperlo o fare finta di nulla e aspettare che passasse la tempesta. Increduli, avevano assistito a un pubblico che finalmente iniziava a ballare e addirittura alcuni entusiasti, durante il brano, erano venuti a chiedermi il nome dell’artista. Bad Guy, tra le altre cose, quella sera mi ha permesso di scegliere la musica per il resto della serata, perlomeno fino all’arrivo della polizia (ma questa è un’altra storia); e nelle settimane successive questo pezzo è stato colonna sonora di alcuni mesi in cui ho sentito davvero di poter essere chi volevo e di vivere senza costrizioni di identità, di genere, di cultura come sembrava fare Billie nel suo videoclip, dove quello che sembrava un atto sessuale – confesso che alla prima visione ho trattenuto il fiato pensando: oddio, no, c’è cascata anche lei! – si trasformava, negli ultimi frame, in una clamorosa derisione dello sguardo mainstream che vorrebbe un giovane artista, soprattutto quando donna, relegato al ruolo impostogli dalla società fuori e dentro il mondo dello spettacolo.

Il resto dell’album è una piccola gemma di eterogeneità che viaggia senza intoppi su una solida coerenza compositiva e di produzione – questo, è da dire, anche grazie al fratello Finneas – e che ha permesso a Billie di macinare premi, riconoscimenti, ascolti e visualizzazioni; di recente ha rilasciato un nuovo singolo, Everything I wanted, che a una produzione tutto sommato più sobria di altre associa un testo e una richiesta accorati: quelli di non dimenticarsi del rischio di cedere alle proprie fragilità di essere umano e di giovane individuo cadendo nel sogno disperato del suicidio.

Chiudo questa riflessione su quello che spero sia solo l’inizio della sua carriera con il suo ultimo pezzo, No time to die, di cui Billie ci ha regalato una strepitosa performance ai BRIT awards.

Cresciuta, maturata, ma pur sempre Billie: capelli verdi e tuta, durante l’esibizione la popstar ha raccolto l’eredità impossibile di Adele provocando un boato nel momento in cui ha sostenuto senza alcuna forzatura note che non le avevamo mai sentito raggiungere, con una canzone che dopo due anni di riflessioni e di esistenza risponde alla se stessa di Bury a friend.

Tutto, nella musica di Billie Eilish, sembra dirci che pop e mainstream non sono davvero sinonimi.

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