L’Apocalisse, dal 666 all’Anticristo: la spiegazione dei simboli

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L’Apocalisse è senza dubbio uno dei libri più complessi della Bibbia ed una sua lettura superficiale può determinare gravi e diffusi errori di interpretazione. Si tratta di un testo che ha profondi legami con la tradizione biblica dell’Antico Testamento e soprattutto con la cosiddetta corrente apocalittica introdotta dal profeta Daniele. È difficile comprendere il libro dell’Apocalisse senza un’adeguata conoscenza dell’Antico Testamento, in particolare degli scritti profetici, del libro di Daniele, di Ezechiele e dell’Esodo. 

Per discernere la struttura portante del Libro dell’Apocalisse è necessario, innanzitutto, presupporne una suddivisione in due parti di diversa ampiezza. Tale ripartizione costituisce l’opinione maggioritaria degli studiosi, mentre l’alternativa sarebbe quella di ritenere che sia stato elaborato, seguendo uno schema a “chiasmo”, cioè incrociato (dalla lettera greca chi, che si scrive come una X). Pertanto, si considera il libro dell’Apocalisse suddiviso in due parti: i capitoli 1-3 possono essere denominati “Cristo e le sette chiese d’Asia” (prima parte); i capitoli 4-22 possono essere, invece, ricordati come “Piano ed intervento di Dio nella storia” (seconda parte). L’Apocalisse di Giovanni è il solo scritto di genere apocalittico presente nel nuovo Testamento, attribuito in maniera pseudoepigrafica all’omonimo evangelista, ma in realtà redatto da un personaggio che, all’epoca, viveva sull’isola greca di Patmos, molto prossima alla penisola anatolica, l’attuale Turchia. Alcuni racconti simili si trovano nell’ambito della letteratura giudaica extrabiblica ed anche nella tradizione islamica che individua in Gesù, colui che dovrà tornare alla fine dei tempi per assistere Dio nel giudizio finale.

Al di là delle interpretazioni sensazionalistiche e catastrofiche, di cui non solo bisogna diffidare, ma contro cui è necessario combattere con un’opportuna azione di diffusione culturale, lo scopo ed il contenuto del libro dell’Apocalisse sono quelli di far conoscere Gesù Cristo ed il piano di Dio nella storia umana, un vero e proprio compito di “svelare”, di “togliere il velo”, così come precisato dallo stesso autore nei primi versetti e come lo stesso termine greco “apocalypsis” vuole indicare.

Uno sguardo d’insieme del testo evidenzia come il principio ordinatore del testo sia il “settenario”. Il numero sette è ampiamente usato nella Bibbia per indicare un ciclo “perfetto” di eventi, a cominciare dal racconto della creazione. Quattro “settenari” imprimono il ritmo del libro dell’Apocalisse, guidando il lettore e l’interprete nella difficile azione di decodifica del testo. È opportuno sottolineare che ciascun settenario è introdotto da alcune visioni o antefatti che hanno lo scopo di rendere più definito il messaggio di Giovanni. Il settenario riguardante le “sette Chiese d’Asia” è preceduto dalla cristofania iniziale; il settenario dei sigilli aperti dall’Agnello si apre con la visione del Trono e del rotolo; singolare si presenta il settenario delle trombe, in quanto non è introdotto da antefatti , mentre l’idolatria della bestia costituisce l’evento introduttivo del settenario delle coppe. Gli studiosi hanno cercato di dimostrare come Giovanni abbia composto il testo, prevedendone a priori diverse chiavi di lettura, almeno una più superficiale e l’altra più profonda. L’utilizzo delle immagini allegoriche, pertanto, deve essere considerato in linea con le legittime aspettative dei lettori dell’epoca, abituati ad un genere narrativo strutturato su più strati interpretativi.

La simbologia e i numeri

La simbologia numerica è stata ampiamente studiata dagli esegeti, ponendo numerose ed intricate difficoltà interpretative. I numeri simbolici più importanti e ricorrenti sono il sette e il dodici, anche se hanno una certa rilevanza anche il tre, il quattro ed il dieci. Un’analisi più dettagliata merita il 666, il numero della bestia, quello divenuto più famoso nell’immaginario collettivo, nelle epoche successive alla redazione del testo e nella cultura di massa contemporanea.

Come si è detto in precedenza, è addirittura il numero sette ad attribuire un’impronta strutturale all’intero libro, attraverso l’espediente narrativo dei settenari. Giovanni parte da una tradizione ben consolidata, in quanto il numero sette era ritenuto sacro dalla maggior parte delle culture antiche, che lo associavano alla perfezione dell’agire divino. Il dieci, collegato alla durata delle tribolazioni, con ragionevolezza richiama il numero delle dita delle mani, significando un periodo di tempo cospicuo, comunque “misurabile” e, per questo, sotto il controllo di Dio. Il simbolismo del numero quattro, così come era stato per i Pitagorici, riguarda la totalità cosmica dell’azione universale di Dio, nonché il numero delle creature metaforicamente rappresentate nell’immagine dei Quattro Viventi. Il numero dodici ed i suoi multipli stanno ad indicare, invece, il popolo di Dio, traendo chiara origine dalle dodici tribù di Israele, a ciascuna delle quali si attribuiscono 12.000 membri, contrassegnati con il sigillo del Dio vivente, con il risultato totale di 144.000, menzionato in due occasioni nel testo di Giovanni.

Passando all’analisi del numero tre, per l’autore di Apocalisse, esso non simboleggia soltanto l’ordine e la perfezione divina, ma anche le forze del male riescono, in qualche modo, ad impossessarsene, seppure in maniera temporanea, costituendo un abominevole sodalizio diabolico. Alla Trinità divina, Giovanni oppone una trinità idolatrica, composta dal dragone, Satana, dalla bestia che viene dal mare, l’Anticristo e dalla bestia che viene dalla terra, lo Pseudoprofeta. Nella visione dell’autore, pertanto, ad una Triade divina che dispensa grazia e pace, si oppone una trinità infernale imperfetta, fonte di tribolazione e di persecuzione, nonché di perdizione per coloro che ne rimangono affascinati.

666

Un discorso a parte merita il 666, il “marchio della bestia”, in quanto le interpretazioni del fatidico numero sono numerose e controverse. Il più antico ed attendibile commentatore fu Ireneo da Lione, vescovo e santo che raccolse ed elaborò le interpretazioni precedenti, difendendo in primo luogo la sequenza 666, contro le varianti testuali 616 e 665, riportate in alcuni manoscritti. Ireneo parla di tre termini greci, fino ad allora ritenuti collegabili al 666: euanthas, lateinos e teitan. Il primo termine rappresenterebbe la libera traduzione in greco del nome latino del procuratore della Giudea, Gessio Florio, dal 64 al 66 d.C.; il secondo termine, traslitterazione greca di latinus, si riferirebbe all’impero romano; il terzo termine avrebbe come oggetto non solo i Titani della mitologia greco-latina, ma anche l’antico culto del sole. In più Ireneo ricerca nella Sacra Scrittura altri passi che richiamerebbero il 666: il più celebre è costituito dai 600 anni di Noè, che dovrebbero essere sommati ai sessanta cubiti di altezza e ai sei di larghezza della statua di Nabucodonosor, l’iniquo imperatore babilonese. In realtà, Ireneo vuole dimostrare che l’apostasia dell’Antico Testamento preannuncerebbe quella dell’Anticristo, presente nel Nuovo Testamento.   

È significativo, comunque, che dopo le sue accurate ricerche, Ireneo afferma che non ha senso accanirsi nel dare un significato esatto al numero 666, perché potrebbe equivalere a molti nomi, ma è meglio concentrarsi sul suo significato complessivo che avrebbe in sé la ricapitolazione dell’iniquità, della malvagità, della ribellione, della pseudo-profezia e dell’inganno, contenendo un 6 per l’unità, un 6 per le decine ed un 6 per le centinaia. Per successivi commentatori, come Ruperto di Deutz, il numero 6 rappresenterebbe un 7 mancato, in considerazione del fatto che 7 è il numero di Dio e dell’Agnello, simbolo di perfezione cosmica, su cui, come abbiamo visto, l’intero impianto del libro dell’Apocalisse è strutturato, mediante la ricorrenza dei settenari. Per altri autori, il 666 dovrebbe essere messo in relazione con il numero 12 che indica la perfezione dell’opera di Dio e lo stesso popolo di Dio. Secondo questa interpretazione, il 666 sarebbe una miserabile ripetizione della metà di 12.

Quando l’Apocalisse divenne oggetto di strumentalizzazione da parte delle varie confessioni religiose e da parte della stessa Chiesa Cattolica, nell’epoca della Riforma e della Controriforma a partire dal sedicesimo secolo, si tornò ad interpretare il 666 in chiave antimperiale, cercando di individuare il nome di un imperatore romano, in maniera più frequente Nerone, ma anche Domiziano, Caligola, Claudio e perfino Traiano.

Molto suggestiva è l’interpretazione proposta da alcuni autori del ventesimo secolo, secondo i quali il 666 andrebbe letto in chiave aritmetica, come numero doppiamente triangolare, in quanto triangolare del numero 36 che, a sua volta, è triangolare del numero 8. La somma dei numeri da 1 a 8 ammonta a 36 e la somma dei numeri da 8 a 36 ammonta a 666. Il numero triangolare avrebbe lo stesso valore del numero di base, pertanto il 666 sarebbe da mettere in relazione con il numero 8, come in qualche modo fa Giovanni in Apocalisse: e la bestia, il cui numero è 666, che era e non è, è l’ottavo re, ed è uno dei sette (Ap. 7,11: uno dei passi più misteriosi del libro). Come numero doppiamente triangolare, il 666 sarebbe in antitesi con il quadrato del Cristo e con il 144.000 dei suoi seguaci, contenendo in sé tutta l’iniquità dell’Anticristo, ma anche la sua schiacciante ed inevitabile sconfitta.

L’Anticristo

I riferimenti all’Anticristo, nel capitolo 13 del libro dell’Apocalisse, costituiscono il fulcro dell’intero testo. Giovanni vuole parlarci della presenza del male nella storia  umana ed, in particolare, delle insidie del potere politico, come gli uomini possono cioè diventare vittime e contemporaneamente complici di tale potere. Parimenti al resto del libro il linguaggio dell’autore è simbolico, volendo indicare in quale direzione è necessario dirigere lo sguardo e come operare le scelte giuste.

Nella visione onirica di Giovanni, un bestia (l’Anticristo), a cui il drago (Satana) attribuisce il suo potere, sale dal mare che, per l’Antico Testamento, rappresenta uno spazio caotico e negativo. Dal punto di vista dell’autore che scrive dall’isola di Patmos, la bestia proviene dal Mediterraneo occidentale e già questo elemento ci lascia intravedere quale potere voglia simboleggiare tale creatura mostruosa. In maniera analoga al drago, essa è rappresentata con sette teste e dieci corna, configurandosi asimmetrica e sproporzionata, quale singolare espressione di abominio. Gli interpreti sono abbastanza concordi nel ritenere che Giovanni personifichi nella bestia che viene dal mare la potenza politica di Roma che, per le sue dimensioni, sintetizza gli aspetti negativi delle quattro bestie delle visioni di Daniele, ossia i quattro grandi imperi dell’antichità, Babilonia, Media, Persia e Grecia. Per Giovanni, il potere totalitario ha tre caratteristiche fondamentali: è bestiale, disumano e blasfemo.

Si tratta di un potere politico che si pone come arbitro della vita e della morte, al di sopra del bene e del male e nei confronti del quale è impossibile intentare alcuna azione per ottenere giustizia. Giovanni è molto abile nel delineare le dinamiche del potere, evidenziando come il male sia operante soprattutto mediante le armi della seduzione. La bestia si esalta, ricevendo la legittimazione del suo potere da parte del consenso di coloro che subiscono la sua seduzione. Il potere mostruoso opprime gli uomini che cercano di opporsi ad essa, togliendo loro qualsiasi forma di libertà e perseguitando gli affamati e gli assetati di giustizia. All’apice del potere totalitario, si accompagna anche un’apparente fioritura economica che, nella realtà, arricchisce pochi potenti ed impoverisce la maggior parte della gente, fino al punto che la bestia ottiene il suo scopo: la adoreranno tutti gli abitanti della terra, il cui nome non è scritto nel libro della vita dell’Agnello, immolato fin dalla fondazione del mondo.

Nella visione di Giovanni, la bestia che viene dal mare da sola non può regnare e, quindi, con grande arguzia l’autore introduce la “bestia che viene dalla terra” che esercita tutto il potere della prima bestia alla sua presenza. Immediatamente si nota la differenza della provenienza, perché la seconda bestia viene dalla terra, quindi un territorio più circoscritto e simbolicamente meno sconosciuto. Gli esegeti sono concordi nel ritenere che Giovanni alludesse all’area geografica dell’Asia Minore, l’attuale Turchia, dove nella seconda letà del I secolo andava diffondendosi il culto dell’imperatore. Si tratta di una bestia con due corna che ha le sembianze di un agnello, anche se parla come un drago, una descrizione decisamente inquietante per i lettori del testo che sono abituati ad associare il mite agnello alla figura di Gesù Cristo.

Cosa può significare l’immagine della seconda bestia che anima la prima, facendola parlare? Senza dubbio l’autore vuole indicare il pericolo della propaganda ideologica, in quanto la seconda bestia serve la prima con ogni mezzo a sua disposizione, arrivando perfino a far costruire una statua in onore del potere assoluto e condannando tutti coloro che non vogliono prostrarsi davanti ad essa. Con grande maestria Giovanni ci fa capire come la prima bestia possa conservare il proprio potere, soltanto avvalendosi dei mezzi di comunicazione, ovvero di una propaganda così capillare da poter creare “prodigi”. Quest’opera di seduzione della seconda bestia porterà Giovanni a chiamarla “pseudoprofeta”, come emblema della falsità che riesce a far prevalere l’ostentazione del potere ed il culto della personalità della prima bestia. La bestia che viene dalla terra riesce così a persuadere e ad incantare gli uomini, arrivando allo straordinario risultato di omologarli con un marchio sulla mano destra o sulla fronte, senza il quale nessuno può comprare o vendere (il 666 di cui abbiamo già parlato).

Notiamo come lo scenario descritto da Giovanni possa essere inquadrato anche in un’ottica metastorica e quanto mai attuale, considerato che nell’epoca contemporanea assistiamo alla diffusione incontrollata della propaganda pubblicitaria, attraverso mezzi di comunicazione sempre più globalizzati, mentre il valore della vita molto spesso si riduce ad una monetizzazione, “al comprare e vendere” indicato dall’autore. I marchiati rappresentano coloro che hanno assimilato la mentalità dell’ideologia corrotta del sistema istituzionalizzato: chi non è marchiato non può sedersi al banchetto dei beni materiali a cui possono accedere soltanto gli schiavi del potere.

Le immagini e le creature

Le immagini che Giovanni inserisce nel libro dell’Apocalisse assumono una forma particolarissima, rappresentando un mondo di protagonisti e di scenari che, pur traendo spunto da alcuni scritti dell’Antico Testamento, si distinguono per l’assoluta originalità senza evidenti parallelismi. Uno degli esempi più lampanti dell’inedita cosmologia di Giovanni, è l’immagine della Donna, vestita di sole con la luna sotto i piedi e coronata di dodici stelle. Tutti i simboli della donna devono parlarci della vocazione celeste della stessa, anche se il lettore è consapevole che il sole non può essere un vestito, la luna non può stare sotto i piedi di nessuno e le stelle del cielo non possono essere usate comme gemme preziose da ornamento.

Di particolare suggestione è la rappresentazione della Gerusalemme celeste, in quanto ciascuna porta è costituita da una perla di notevolissime dimensioni. È chiaro come l’autore voglia stupire, sottolineando la preziosità e la natura escatologica della Gerusalemme celeste, con l’immagine così improbabile e sproporzionata di una perla massiccia che abbia le dimensioni di una porta cittadina. Non può passare inosservato, inoltre, l’allegorico riferimento alla Grande Prostituta, come ebbra del sangue dei santi e del sangue dei testimoni di Gesù, in quanto il bere sangue, pur richiamando lo svolgersi di un orrido banchetto, non può provocare ubriachezza, non essendo il sangue un liquido alcolico. Il termine, forse, più adeguato per definire l’universo di immagini adoperate da Giovanni di Patmos, è “surreale”, così come indicato da alcuni autori. È chiaro che si tratta di una terminologia, usata in campo artistico e letterario, molto successiva alla redazione del libro dell’Apocalisse e, pertanto, può essere usata solo come ausilio per delineare alcune immagini oniriche dell’autore, non possedendo un vero e proprio valore semantico.

In buona sostanza, si può dire che la simbologia visionaria di Giovanni abbia scopi profetici e rivelatori, catturando l’attenzione del lettore e sorprendendone la fantasia, con l’intento di esortarlo a scegliere lo schieramento giusto.

Il testo dell’Apocalisse è caratterizzato dalla presenza di tantissime creature angeliche. La cui azione simbolica è molto significativa ed importante. Giovanni di Patmos menziona gli angeli al plurale ed al singolare ben 67 volte, delle quali quattro volte in maniera non esplicita, a fronte delle 57 volte complessive nei Vangeli sinottici e le 21 negli Atti degli Apostoli. Nessun altro libro della Bibbia contiene coì tanti riferimenti agli angeli, così come avviene nel libro dell’Apocalisse, dove ciascuno svolge una determinata attività ed assume una precisa funzione. In particolare, gli angeli dell’Apocalisse mettono in atto i comandi del Signore, in qualità di messaggeri e servitori di Cristo, l’Agnello, sia presentati in gruppo che singolarmente. Ben sei gruppi di angeli sono mandati a svolgere attività specifiche: sette angeli per sette chiese; quattro angeli per quattro angoli; sette angeli per sette trombe; sette angeli per sette flagelli; sette angeli per sette coppe ed, infine, sette angeli per annunciare l’ora del giudizio.

L’arazzo dell’Apocalisse ad Angers

Il libro dell’Apocalisse trova la sua migliore e più suggestiva raffigurazione nell’arazzo conservato nel castello di Angers, in Francia, nella regione storica della Loira, antica colonia romana e fiorente ducato in epoca medioevale, culla della celebre famiglia degli Angioini. In realtà si tratta del più grande ciclo di arazzi esistente al mondo che, durante un viaggio dedicato allo studio e al turismo, ho avuto il privilegio di ammirare da vicino. L’opera, realizzata alla fine del XIV secolo, è uno dei più antichi arazzi francesi, nonché uno dei più grandi capolavori artistici d’oltralpe, commissionato tra il 1373 ed il 1377 a favore del duca Luigi I d’Angiò.

La preparazione del ciclo di cartoni  fu affidata al pittore Hermaquin de Bruges, pittore di re Carlo V di Valois e, con ogni probabilità, doveva avere anche una funzione politica, per rafforzare il prestigio della dinastia dei Valois, coinvolta nella sanguinosa guerra dei Cent’anni contro l’Inghilterra. Ciò che colpisce maggiormente l’osservatore, che ha una certa dimestichezza con il libro dell’Apocalisse, è il fatto che il ciclo di arazzi ripercorra pressoché fedelmente la narrazione di Giovanni di Patmos, con costumi ed iconografie tipiche del tardo Medioevo. La struttura delle immagini raffigurate nel ciclo di arazzi è costante: ciascuna presenta un’imponente figura di vecchio barbuto (variamente identificato) seduto davanti ad un leggio che introduce due registri sovrapposti di quadri più piccoli con le scene  descritte dal libro dell’Apocalisse. Se la meravigliosa opera può essere interpretata in vari modi, la chiave di lettura di fondo rimane invariata: l’umanità non può vivere senza Dio e ciascuno deve scegliere a quale schieramento appartenere, non lasciandosi sedurre dalle tentazioni della forze del male, ma riponendo la speranza nel riscatto escatologico della Gerusalemme celeste.

Se vogliamo sottolineare un particolare che non è sfuggito a tanti studiosi, è necessario ricordare che dei sette pezzi originari del ciclo di arazzi, a noi ne sono pervenuti soltanto sei. Come già illustrato, il numero sette, ricorrente nell’intera struttura del libro dell’Apocalisse, era il simbolo della perfezione divina, mentre il numero sei richiamava ciò che è imperfetto ed incmpiuto, fino ad arrivare al 666 indicato da Giovanni, come marchio dell’Anticristo: un presagio quasi che l’umanità stia vivendo in un’epoca ancora contraddistinta dall’incompiutezza. Per chi ha fede, soltanto la “parusia”, il ritorno finale di Gesù Cristo, potrà colmare il vuoto ontologico dell’umanità, chiusa nella propria finitezza e vittima del peccato; per chi segue altre dottrine religiose o filosofiche è, comunque, necessario un percorso spirituale che renda l’uomo veramente libero dalle oppressioni esterne, ma soprattutto che lo affranchi dai propri fantasmi interiori.

Articolo estratto dal libro “L’arazzo dell’Apocalisse di Angers: una testimonianza tra cielo e terra” di Luigi Angelino e concesso ad Auralcrave per la ripubblicazione web

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3 comments

  1. Egregio Luigi, per amor della Verità, Gesù il Messia, Giudeo, le scrivo per una riflessione, dopo aver capito il mistero della Grande Meretrice: “Babilonia la Grande”: Mistero che nessun uomo, per quanto intelligente fosse stato e sia, può capire. Solo Gesù, Sapienza di Dio, poté svelare quel enigma ai suoi Apostoli e Discepoli, i quali ebbero quella Sapienza data in Dono per mezzo dello Spirito. (Ap. 13, 17 e 18 + 17, 9, veda anche Giov. 16, 12 e 13).
    Tenendo bene in mente tutto quello che si legge nei Vangeli, o buona novella intorno a Cristo Gesù, il mistero di Rivelazione lo SVELO’Gesù, e si concentra nel cap. 17, verso chiave il 6, che diceva ai Santi di allora: “E vidi la donna ebbra del sangue dei santi e del sangue dei martiri di Gesù”. (Dice, proseguendo Giovanni che: l’ebbe veduta la “gran città”, meravigliandosi grandemente, Veda anche Ap.18, 24).
    Per cui, nel Vangelo di Matto cap. 23; nei versi 31 – 37, parole di fuoco rivolte ai capi religiosi di Gerusalemme, svelano per chi vuol capire, quanto segue: “Gerusalemme, Gerusalemme, che uccidi i Profeti e lapidi quelli che ti sono mandati”, ecc., ecc.. IL verso 36 diceva che: “Io vi dico in verità che tutte queste cose verranno in questa generazione”, quella che visse durante il secolo primo.
    In Atti apostolici, tutte quelle persecuzioni da parte dei capi religiosi di Gerusalemme, lo ATTESTANO; e il convertito Saulo di Tarso, Paolo, lo ha scritto anche nella sua lettera ai Galati, che fu persecutore del rimanente o “residuo” della Chiesa di Dio. (Rom. 11, 1 – 5). Luigi, “Babilonia la Grande Città”, dopo il 70 d. C., NON FU PIU’ TROVATA”, proprio come diceva Ap. 18, nei suoi versi: 2 e 21!
    Un caro saluto, da un libero credente da ogni religione e gruppo auto denominato falsamente, fuori da quell’Israele Benedetto da Dio, che si trova nella nuova Gerusalemme sin dal primo secolo. Evidentemente tutto ciò, per la cristianità è: una pazzia!

  2. Il problema di fondo è decifrare tutta l’Apocalisse e non soltanto il numero 666, perché si possa venire a capo a tutto un insieme di fatti, peraltro criptici, posti alla rinfusa nel libro di Giovanni.
    Perciò la questione dell’Apocalisse di Giovanni è capirla e la decifrazione del numero 666 della bestia deve portare a questo scopo. Di qui la soluzione è che questo numero costituisca la chiave di apertura, cioè una password, per svelare un libro di profezie poste alla rifusa, che Giovanni deve aver suggerito spiritualmente – mettiamo – ad un noto profeta del 1500, Michel Nostradamus. Ed è qui che si delineano i fatti dell’Apocalisse correlati a altrettanti fatti sul piano terreno. Metà delle profezie di Nostradamus sono state già svelate, ma restano senza spiegazioni le rimanenti ed è in questa sede che si legano i fatti dell’Apocalisse. Dico queste cose per averle già vagliate con un buon esito.
    Ecco che l’enigma del numero seicentosessantasei della bestia dell’Apocalisse, se scomposto in sei cento e sessanta, e sei cento e sei, indirizza alle Centurie (cento) di Nostradamus VI-60 e VI-6. La prima parla di un Principe tradito (il Principe del mondo: Satana); la seconda parla del segno di una stella che predispone la morte della “città grande” (la “grande prostituta”). Questa stella, Nostradamus la chiama “estoile chevelue”, cioè “stella barbuta”, ed è il virus Covid-19 meglio noto come coronavirus che sta tenendo in scacco il mondo intero. Infatti l’aspetto di questo virus sembra una sfera “barbuta”. Seicentosessantasei può essere scomposto anche in sei cento e sessantasei per indirizzare alla Centuria VI-66 che parla della scoperta di un sepolcro di un grande Romano cui seguirà un terremoto. Tutti questi dati, riferentesi a quartine, cinquine e sestine, raccolte in Centurie sono il punto di partenza per vederle legate fra loro, attraverso numeri e nessi, a tutte le altre profezie per costituire un resoconto coerente.
    Se siete interessati vi posso trasmettere un saggio in cui sono esposte capillarmente le cose suddette.
    Cordialità,
    Gaetano Barbella

  3. Grazie mille per l’arricchimento con la sopracitata interessante teoria. Le ho anche risposto via mail.
    Un caro saluto
    Luigi Angelino

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