Donnie Brasco: la vera storia dietro al film

Esistono miriadi di storie di agenti sotto copertura che hanno impressionato il pubblico. Da Serpico in poi l’interesse delle persone è cresciuto esponenzialmente per chi ha cercato di mettere i bastoni tra le ruote alle intricate trame della malavita americana. Molte vicende sono state solo frutto della fantasia degli sceneggiatori, ma si sa, le migliori trame provengono da fatti di cronaca e ricostruzioni più o meno romanzate dagli stessi interessati.

È proprio grazie ad uno di questi, tal Joe Pistone, che Mike Newell ha tratto linfa per mettere in scena una pellicola forse un po’ sopravvalutata del ’97: quel Donnie Brasco interpretato da un Johnny Depp non al suo meglio, ma che nei panni del poliziotto dell’FBI si dimostra comunque credibile. L’attore di Owensboro è affiancato da un habitué di questi ruoli come Al Pacino, abilissimo nel ruolo del mafioso Benjamin “Lefty” Ruggiero, affiliato alla famiglia Bonanno, una delle cinque associazioni malavitose che hanno controllato per decenni la città di New York.

Ma cosa c’è di vero dietro la pellicola? Innanzitutto bisogna fare alcune considerazioni di carattere sociale più che morale, in queste vicende che sembrano sempre d’altri tempi, ma che nel nostro Paese continuano a tenere in ostaggio oramai non soltanto una parte di esso ma una intera Penisola, con investimenti milionari che imperversano in tutto il Pianeta e dove in confronto le orribili gesta delle famiglie americane sembrano quasi acquisire un tono minore. Questo genere di “associazioni” si comportano nella società allo stesso modo di una malattia mortale, lasciandosi dietro soltanto macerie e sofferenza, approfittando delle lacune di uno Stato che molto spesso lascia indietro i suoi figli: ecco perché investire di più sulla educazione e su un piano di occupazione serio non dovrebbe rappresentare una semplice percentuale su un documento finanziario, che viene sempre di più eroso da necessità certamente meno importanti.

Joe Pistone, alias Donnie Brasco, riuscì da agente dell’FBI ad intrufolarsi e farsi benvolere dalla famiglia Bonanno di New York. Dal ’76 all’81, in poco meno di cinque anni, riuscì a reperire informazioni essenziali per sgominare la cosca, e grazie al suo contributo, si contarono un centinaio di condanne e capi d’accusa per duecento persone nel malaffare newyorkese.

Il lavoro dell’infiltrato nelle cosche, fino all’avvento di Pistone, era stato considerato improduttivo. In passato lo stesso ex-direttore dell’FBI, il temutissimo e paranoico J.Edgar Hoover, non considerava questo genere di escamotage per paura che i poliziotti coinvolti diventassero corrotti. Se fosse vissuto sino alla prima parte degli anni ’80 si sarebbe dovuto ricredere, perché tra le mille difficoltà anche familiari che il poliziotto dovette affrontare, Donnie riuscì nell’impresa, rappresentando un pioniere nel proprio lavoro. Da lì in poi molte entità governative si affidarono a questo genere di azioni, non più costrette a dipendere prettamente da informatori o pentiti.

Probabilmente la laurea in Antropologia che l’agente conseguì brillantemente nel ’65 alla William Paterson University lo aiutò molto nel suo ruolo. Joe Pistone, dopo diciassette anni di onorata carriera (dal 69’ all’86’) si dimise dall’FBI, sia per l’enorme mole di stress accumulata in quegli anni, sia per la taglia sulla testa da cinquecentomiladollari che la mafia mafiosa gli attribuì. Il periodo da infiltrato però lo ispirò a scrivere Donnie Brasco: My undercover life in the Mafia – A true story by an FBI agent. Proprio questa sorta di biografia esortò il regista britannico ad intessere la pellicola con Depp.

Al Pacino nel film, dopo che in pratica Donnie Brasco ha denunciato il clan, si agghinda per andare incontro alla morte, ma in realtà “Lefty” fu arrestato dall’FBI non soltanto per i suoi crimini, ma anche per sventare la condanna a morte che ovviamente aveva anche lui sulla testa, dopo essersi confidato per anni con l’amico Pistone. Quello a rimetterci veramente le penne sarà Dominick “Sonny Black” Napolitano, nel film interpretato da Michael Madsen, caporegime della famiglia Bonanno, che fece entrare l’agente negli affari della cosca. Proprio per questo, dopo averlo ucciso, gli mozzarono le mani per sfregio.

Certo, la vita dopo questa scalata nei meadri di Cosa Nostra non fu più semplice per “Donnie”, e tutt’ora non può frequentare alcune città della sua Nazione, ma grazie alle sue competenze sul campo è riuscito ad ottenere ruoli da consulente non soltanto nel suo Paese, ma persino nell’Intelligence britannica. L’insolita mancanza di brutalità nella pellicola, che tratta molto di più non soltanto la psicologia, ma il dramma umano sia dei “buoni” che dei “cattivi”, ci fa respirare una storia non comune, e di come ognuno di noi sia schiacciato, manovrato da istituzioni, legali o meno, e che ci conducono magari dove non vorremmo.

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