Dracula: analisi della nuova serie targata BBC e Netflix

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Da Murnau a Coppola, dall’espressionismo muto al discutibilissimo esperimento in 3D di Dario Argento: almeno per quanto riguarda il cinema e la televisione, il terrificante Conte Dracula ha dimostrato di essere veramente immortale, riproponendosi di continuo e nelle forme più svariate nel corso di un intero secolo. D’altronde chi meglio di lui, nato dalla penna di Bram Stoker nel 1987, due anni dopo l’invenzione del cinema, poteva essere destinato ad una simile carriera?

Nel corso dei decenni abbiamo visto questo personaggio declinato nei modi più vari: dal repellente mostro di Nosferatu (1922, un film che a distanza di un secolo riesce ancora a sembrare una cronaca reale, quasi uno snuff movie, e proprio per questo risulta ancora spaventoso) all’elegante gentleman di Bela Lugosi (1931); dall’immortale caratterizzazione di un gigantesco Christopher Lee (1958), che regalò all’immaginario collettivo i canini affilati, le fauci insanguinate e lo sguardo feroce, alla romantica rilettura di Francis Ford Coppola con Gary Oldman (1992), che fece riaccendere l’interesse per il personaggio e che, a distanza di tre decenni, non è ancora stata superata dai successivi adattamenti.

Rifare Dracula oggi non è semplice, perché significa confrontarsi con tutto ciò che questo personaggio è stato nel corso di un secolo di racconti audiovisivi. Questo fatto è ben noto a Mark Gatiss e Steven Moffat che, dieci anni dopo il debutto di Sherlock (la miglior rilettura del personaggio di Conan Doyle da tanti anni a questa parte), si sono lanciati in un’impresa altrettanto ardua realizzando Dracula, una nuova miniserie, prodotta da BBC One in collaborazione con Netflix, che si propone di rielaborare e riadattare il romanzo di Stoker, da un lato mantenendone integre intere porzioni, dall’altro facendogli prendere direzioni completamente nuove.

Va subito detto che Dracula non ha la stessa forza e la stessa portata innovativa che ebbe all’inizio Sherlock, ma considerando quanto sia difficile dire qualcosa di nuovo su un personaggio così già ampiamente sfruttato, non si può negare che il risultato raggiunto da Gatiss e Moffat sia comunque notevole. In questa nuova versione, il diabolico conte ha il volto del danese Claes Bang (Millennium – Quello che non uccide), che per la sua interpretazione decide di giocare sul sicuro fondendo l’eleganza di Lugosi con la ferocia di Lee, senza dimenticare di strizzare un occhio al Lucifer Morningstar di Tom Ellis. Per questa rilettura del classico di Stoker, i due autori hanno saggiamente deciso di ricreare il mito tenendo in considerazione tutte le principali incarnazioni di Dracula che gli spettatori hanno imparato a conoscere nel corso del tempo, senza ignorare nemmeno quelle più trash o involontariamente comiche ed è così che, nel corso dei tre episodi dello show (tre lungometraggi di novanta minuti l’uno, proprio come Sherlock), assistiamo a cambi di tono continui, che hanno portato molti spettatori a storcere il naso, specialmente per quanto riguarda il terzo episodio.

L’analisi degli episodi e le differenze col libro

Questa nuova versione di Dracula si apre con Le regole della Bestia, l’episodio che probabilmente lascerà maggiormente soddisfatti i puristi della tradizione, in quanto quello che contiene maggiormente gli elementi più noti del racconto originale, che gli amanti della paura e del gore (c’è una sua notevolissima trasformazione da lupo a vampiro che renderebbe fiero il John Carpenter di La Cosa). In questa puntata troviamo infatti alcuni dei momenti più importanti del racconto dell’avvocato Jonathan Harker (John Heffernan), narratore del romanzo originale, giunto al castello di Dracula per concludere una transazione con l’anziano Conte e diventato in fretta prigioniero del vampiro, che inizia lentamente a nutrirsi del suo sangue, ringiovanendo.

In questo primo atto della miniserie scopriamo qualcosa in più riguardo il complicato legame di Dracula col sangue umano, che non solo gli permette di mantenersi in forze da secoli, ma che per lui è anche uno strumento atto a stabilire un contatto profondo con le proprie vittime, assorbendo letteralmente le loro vite, le loro conoscenze e i loro ricordi. Questo Dracula è stato definito bi-omicida dagli autori della serie che, giocando col termine “bisessuale”, intendono regalare al pubblico un vampiro attratto da entrambi i generi, ma non strettamente dal punto di vista carnale: quando giunge il momento di nutrirsi, Dracula stabilisce un legame mentale con le proprie vittime, che nel corso dei secoli è diventato una vera e propria dipendenza, come se si trattasse di una droga, che spinge il vampiro a selezionare e collezionare le proprie vittime, così come un normale essere umane potrebbe strappare fiori dal terreno per collezionarli.

Come già accennato, però, questo adattamento non intende essere fedele alla lettera, e infatti gli stravolgimenti arrivano subito: al posto del vecchio professor Abraham Van Helsing troviamo infatti suor Agatha Van Helsing (Dolly Wella, Pride and Prejudice and Zombies), una monaca in crisi di vocazione da tutta la vita, che dedica la maggior parte del proprio tempo allo studio dell’occulto piuttosto che alla preghiera e che non ha nessuna paura quando si tratta di passare all’azione; un personaggio decisamente in linea coi canoni moderni, impensabile per l’epoca di Stoker. È proprio Suor Agatha che, affascinata dai racconti di Harker (che è riuscito a fuggire dal castello di Dracula, seppur pagando un prezzo altissimo) e in linea col ruolo del personaggio letterario da cui deriva, è destinata a diventare la nemesi perfetta del Conte, stabilendo col vampiro un rapporto che oscilla costantemente tra l’odio e l’attrazione.

Dopo aver introdotto lo spirito della miniserie si passa al secondo episodio, Veliero di sangue, in cui Gatiss e Moffat riscrivono a modo loro uno dei momenti più oscuri e leggendari del romanzo di Stoker, ovvero il viaggio del Demeter, la nave che portò Dracula sul suolo inglese. È qui che la nuova interpretazione comincia a distaccarsi maggiormente dalla fonte: il racconto del Demeter si trasforma in una sorta di giallo (in cui però conosciamo l’assassino fin da subito) mentre Dracula comincia a pasteggiare con i malcapitati compagni di viaggio, prima di un riuscito colpo di scena ed un finale totalmente a sorpresa in cui ritroveremo il vampiro più amato di tutti i tempi catapultato nella nostra epoca, 123 anni dopo i sanguinosi fatti che diedero vita alla leggenda.

Il terzo episodio, La bussola oscura, è stato quello accolto peggio dagli spettatori, che si sono ritrovati spiazzati sia del repentino cambio di ambientazione che dalle atmosfere completamente stravolte: Dracula è finalmente giunto a Londra ma, rispetto al romanzo originale, gli è servito un secolo in più del previsto per farlo e il mondo che si ritrova di fronte nel 2020 è molto diverso da quello cui era abituato. Poco male, perché con pochi sorsi di sangue Dracula è in grado di aggiornarsi rapidamente (o meglio, di “fare un download” di informazioni), preparandosi ad instaurare un nuovo regno di terrore nel mondo moderno prima dell’inevitabile confronto finale con una discendente di Suor Agatha (sempre interpretata da Dolly Wells), membro di una fondazione di ricerca che attendeva da anni il suo ritorno.

Se è vero che questo segmento finale dell’opera può lasciare disorientati, dopo due parti a loro modo molto più classiche, bisogna comunque segnalare che in questo ultimo episodio la coppia di autori (qui troviamo Gatiss nei panni di Renfield, avvocato e schiavo di Dracula) ha deciso di strizzare l’occhio a tutte le incarnazioni più moderne del mito del vampiro, senza temere di sfociare nel ridicolo e senza mai dimenticare l’opera di provenienza: così, tra echi lontani di Twilight ed Intervista col Vampiro, scopriamo una nuova versione della vicenda di Lucy Westenra (Lydia West, assente nei primi due episodi e centrale nel romanzo) che pur con tutte le licenze del caso, in particolare nella sua conclusione, ricorda molto da vicino il modo in cui era narrata nel romanzo, specialmente nel susseguirsi confuso degli eventi. Quello che colpisce maggiormente però è il finale catartico, nel quale scopriamo che forse Dracula era più umano di quanto lui stesso abbia mai voluto ammettere e nel quale si potrebbe realmente scrivere la parola fine alla sua parabola.

Sarà realmente la fine? Al momento è troppo presto per dirlo, anche se è chiaro che le regole dello show business impongono di continuare in caso di successo: nel caso in cui il pubblico dovesse dimostrare affetto nei confronti di questa nuova incarnazione del Mito, possiamo essere certi che la coppia Gatiss/Moffat dovrà presto mettersi al lavoro su una nuova stagione, che non sarebbe comunque pronta in tempi brevissimi (considerando gli impegni e i tempi di lavoro dei due autori), regalandoci altre avventure di Dracula nella Londra dei giorni nostri. In caso contrario, questo show ha comunque ribadito che quando certe leggende penetrano così a fondo l’immaginario comune possono essere narrate e rinarrate, costruite, decostruite o addirittura stravolte, senza comunque stancare, come le favole che raccontiamo ai bambini prima di metterli a dormire. Dracula è ancora tra noi e, a prescindere dal destino di questo ultimo show, non ci abbandonerà mai.

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