Gli Against Me!, la metamorfosi punk e l’identità perduta

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Atlanta, Georgia. È il 31 Dicembre 2011. Sul palco gli Against Me! stanno portando a termine una scaletta che attraverserà la fatidica mezzanotte di fine anno. Il frontman della band, Tom Gabel, dà un’occhiata all’orario: sono le 23:59. “Al diavolo” pensa, e avvicinandosi al microfono pronuncia queste parole: “Ragazzi, potreste perdonarmi un secondo?” Il pubblico, in tutta risposta, applaude. “Vorrei finire quest’anno in modo veramente egoista” dice, mentre si passa la mano fra i capelli. “Se fra poco volete cominciare il conteggio, beh allora cominciatelo. Voglio solo suonare un nuovo pezzo, molto velocemente. Questo pezzo si intitola Black Me Out, e comincia a suonare.

Non è uno dei periodi più felici per gli Against Me!: i dissidi all’interno della band sono tanti, l’allontanamento umano tra i componenti ha ormai raggiunto livelli difficilmente recuperabili e Tom ne soffre in particolar modo. La band da lui fondata a 17 anni sulla spinta di un punk anarchico e selvaggio, portato in tour per gli States a bordo di vecchie automobili scassate, in una costante fuga dalle autorità, dalla scuola e da genitori divorziati in preda al caos, era sull’orlo del baratro e della bancarotta. A poco è servito anche il passaggio sotto un’etichetta più importante come la Sire Records, scelta che non ha sortito gli effetti sperati: al contrario, ha infastidito non poco i fan di vecchia data, abituati a vedere la band in contesti meno ufficiali, meno ricchi, e che non perdono occasione per boicottare i concerti, imbrattare i manifesti in giro per le città, e in alcune occasioni aggredire il frontman in giro per strada, accusandolo di essersi venduto. Una anarco-punk rock band che riceve una cifra a sei zeri per un disco? Non se ne parla. Non capita di rado che Tom venga spintonato ed insultato, mentre si trova per strada, o al bar a bere un caffè, e questo lo porta spesso a lanciarsi in improbabili risse che ne compromettono la salute, l’immagine e una stabilità emotiva già provata dalle dipendenze da alcool e droga. Sull’onda di queste situazioni Tom scriverà I Was a Teenage Anarchist, prendendo le distanze (almeno metaforicamente) da tutto quel mondo che non lo riconosce più, e nel quale lui per primo non riesce più a riconoscere i valori che lo avevano infiammato ancora teenager.

Più di ogni altra cosa, Tom è al limite. È al limite con il mondo, ma soprattutto con sé stesso.

Alla fine della prima strofa scocca la mezzanotte. La folla esplode in un boato, le persone si abbracciano e una pioggia di coriandoli riempie il locale. Il frontman prosegue in solitaria, osservando il pubblico e la sua band festeggiare il nuovo anno. Dal canto suo, invece, Tom sa benissimo ciò che sta succedendo: Tom Gabel sta dicendo addio a Tom Gabel. Lo fa pubblicamente pochi mesi dopo, sulle pagine di Rolling Stone, facendo outing come donna transgender, rivelando la sua intenzione di continuare la propria vita come donna. Dopo 30 anni passati a fare i conti privatamente con la disforia di genere attraverso i concerti, il successo, le compagne, le mogli, un matrimonio andato male ed uno che invece gli ha dato Evelyn, la sua bambina, quello con la visual artist Heather Hannoura: l’incasinato e instabile Thomas James Gabel lascia il posto a Laura Jane Grace.

Laura perché, come lui stesso cantava in Ocean alla fine di New Wave: “And if I could have chosen / I would have been born a woman / My mother once told me she would have named me Laura”. Il cantante, all’epoca ancora impegnato a convivere con questi pensieri in segreto, si giustificò dicendo di aver scritto quelle strofe pensando a qualcun altro.

Non è stato facile, per niente. Convivere con la certezza di non essere chi tutti riconoscono, mentre tutto attorno si muove un mondo fatto di tour interminabili, volti nuovi ogni giorno, la preoccupazione per una carriera che rischia di naufragare. E poi ci sono la musica, il punk rock, la filosofia anarchica, lo scontro con i fan, le crisi personali, gli amici più stretti che se ne vanno troppo presto. Ci sono periodi dove tutto questo diventa un unico e grande fardello, da portare in giro per il mondo senza nemmeno avere un vero e proprio posto dove ritornare. Unica consolazione, una valigia piena di abiti da donna da indossare nella solitudine di una stanza d’albergo, lontano da occhi indiscreti, per concedersi la libertà di poter essere lei.

Tutto ciò porta però ad uno dei lavori più riusciti di tutta la carriera della band. Il disco, uscito successivamente al coming out di Laura e incentrato quasi completamente sulle tematiche della transizione e sul concetto di identità, si intitola Transgender Dysphoria Blues, e brilla di una sincerità a tratti disarmante: “Does God bless your transexual heart, true trans soul rebel?” è il ritornello della trascinante True Trans Soul Rebel. L’album esce nel Gennaio 2014, contiene 10 tracce, ed è autoprodotto, ad assecondare la rinascita musicale e personale che la band sta attraversando in quel periodo. Si nutre senza alcuna esitazione di quella sincerità che è sempre stata linfa vitale e ispiratrice delle musiche e dei testi di Laura, che riesce ad inserire in ogni traccia un pezzo di sé: Fuckmylife666 è una profonda riflessione sul tema dell’identità, Dead Friend un toccante messaggio ad un caro amico scomparso. Non mancano i momenti più duri e punk: Drinkin with the Jocks non usa mezzi termini per ammettere errori e atteggiamenti morbosi, la titletrack Transgender Dysphoria Blues esprimere il semplice desiderio di essere considerati per quello che si è.

L’album ottiene un discreto successo commerciale, ma ancora di più riesce a radunare una serie di fan che si identificano in ogni singola parola, ogni singola strofa del disco, elevando gli Against Me a band simbolo di tutta una fetta di persone in cerca della propria identità, qualsiasi essa sia. Il percorso che ha portato a questo, ciò che è accaduto durante e dopo, sono racchiusi nell’autobiografia TRANNY – CONFESSIONI DI UNA PUNK ANARCHICA VENDUTA uscita ad Aprile 2019. Il libro contiene, oltre alla storia personale di Laura e della band, anche parecchie pagine del diario della cantante, e ha ricevuto critiche entusiaste da personalità del calibro di Shirley Manson (Garbage) e Joan Jett.

È difficile non rimanere affascinati dal percorso umano e artistico di Laura, e dal modo nel quale questi due aspetti si sono incontrati, scontrati e alla fine intrecciati. Soprattutto se andiamo a considerare un contesto instabile quale può essere quello della più comunemente nota “vita da rockstar”, che di sicuro ha ben poco. In tutto questo caos, armata della sua fedele Rickenbacker 360 nera, Laura Jane Grace ha trovato un punto fermo in se stessa. Ed è senza dubbio interessante poter fare dei parallelismi (con le dovute sostituzioni laddove necessario) con il percorso di una qualsiasi persona, noi stessi inclusi, anche dove “vita da rockstar” può essere sostituito con “vita da impiegato” o qualsivoglia variante.  

You want them to notice
The ragged ends of your summer dress
You want them to see you
Like they see every other girl
They just see a faggot
They hold their breath not to catch the sick

Vuoi che loro si accorgano
Delle estremità sfilcciate del tuo vestito estivo
Vuoi che loro ti guardino
Come guardano ogni altra ragazza
Ma loro vedono solo una checca,
Trattengono il fiato per non venire contagiati

Transgender Dysphoria Blues

   

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